Paolo Sorrentino fotografato da Paolo Pellegrin (Magnum Photos)
Sul "Venerdì" l'intervista al regista, che in "È stata la mano di Dio” racconta per la prima volta la perdita dei genitori. E come il dolore può diventare grande cinema
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"La trappola di certe storie è che possono avere valore per te, ma non interessano lo spettatore". A questa trappola Paolo Sorrentino è sfuggito alla grande e il suo È stata la mano di Dio (nelle sale dal 24 novembre e dal 15 dicembre su Netflix) non solo si è aggiudicato il Leone d'argento all'ultima Mostra del cinema di Venezia, ma sta conquistando il pubblico di tutti i Paesi dove viene presentato. Il film racconta la storia, autobiografica, dell'adolescente Fabietto, che vive in una Napoli caotica e violenta, cupa ma anche piena di risate, che attende con ansia e speranza l'arrivo di Maradona: "Quando io e mio fratello lo vedemmo in strada il mondo che in quel momento passava si fermò davvero" racconta il regista a Paola Zanuttini nell'intervista di copertina del Venerdì del 22 ottobre. Poi, nel film come nella vera storia di Paolo, la morte improvvisa dei genitori cambia completamente lo scenario e le battute e gli scherzi lasciano il posto al dolore, alla solitudine e alla nascita di un sogno: il cinema. "Ho censurato il protrarsi del dolore per non fare un film devastante" confessa Sorrentino. "Il dolore di quegli anni è molto più articolato e gravoso".
Seguono, su questo numero del Venerdì, il reportage di Raffaele Oriani da Graz, in Austria, dove una comunista è diventata la nuova, votatissima, sindaca della città;
Nicola Mirenzi indaga invece sul ministro dell'Economia Daniele Franco, che nonostante (o forse proprio perché) parli pochissimo è dato tra i candidati alla successione a Draghi.
mentre Valentina Desalvo rilegge, a trent'anni dalla morte, la figura dello scrittore Pier Vittorio Tondelli e la sua capacità di parlare sia a un pubblico colto che a quello di Domenica in.