Fare i conti con Eduardo Galeano
di Mattia Giusto Zanon , di Mattia Giusto ZanonLlallagua è un paesino boliviano nel bel mezzo del niente. Sta nell'arido dipartimento di Potosí, in quello che oggi sappiamo essere uno dei luoghi con i più grandi giacimenti di stagno e litio al mondo. Eduardo Galeano ci arriva, da giovane giornalista, nel 1968, fermandosi diverso tempo in compagnia dei minatori. L'ultima sera, mentre bevono tutti assieme birra e singani - "una sorta di grappa boliviana gustosa ma in qualche modo anche terribile" - attendendo la sirena che all'alba li richiamerà tutti al lavoro, in un momento di silenzio uno di loro lo avvicina come se volesse accusarlo di qualcosa, e invece gli dice, facendosi serio: "Ora, parlaci del mare".
Galeano rimane, per la …
Llallagua è un paesino boliviano nel bel mezzo del niente. Sta nell'arido dipartimento di Potosí, in quello che oggi sappiamo essere uno dei luoghi con i più grandi giacimenti di stagno e litio al mondo. Eduardo Galeano ci arriva, da giovane giornalista, nel 1968, fermandosi diverso tempo in compagnia dei minatori. L'ultima sera, mentre bevono tutti assieme birra e singani - "una sorta di grappa boliviana gustosa ma in qualche modo anche terribile" - attendendo la sirena che all'alba li richiamerà tutti al lavoro, in un momento di silenzio uno di loro lo avvicina come se volesse accusarlo di qualcosa, e invece gli dice, facendosi serio: "Ora, parlaci del mare".
Galeano rimane, per la prima volta, senza parole. Davanti a sé aveva minatori condannati a una morte prematura quasi certa a causa della silicosi. Molti di loro avrebbero lasciato questa terra senza la possibilità di posare gli occhi anche su una sola onda. Erano destinati dalla povertà a rimanere in quella piccola cittadina nel bel mezzo del niente, la cui ricchezza era stata la loro rovina. Una sorta di metafora dell'intero continente. È il banco di prova come narratore, il battesimo del fuoco: e fu forse quell'occasione a fargli capire che avrebbe fatto, o meglio scritto, qualche cosa di grosso, solo non sapeva ancora cosa. Qualche anno più tardi, nel 1971, uscì Le vene aperte dell'America Latina, che ora l'editore Sur ripubblica in Italia in occasione del cinquantesimo anniversario. Galeano ci ha lasciati nel 2015, nel frattempo ha avuto modo di produrre altri grandi successi internazionali, come Donne, Parole in cammino, o Il libro degli abbracci. Eppure sono ancora molti gli autori - latinoamericani e non - che continuano a confermare l'apporto per loro determinante di questo particolare, denso volumetto. Un testo che denuncia secoli di soprusi, razzìe e depredazioni del continente da parte degli europei prima e dei nordamericani poi.
Nelle mani di Obama
Isabel Allende, in una prefazione a una vecchia edizione italiana, raccontava che quando nel 1973 ci fu il golpe di Pinochet e assieme alla sua famiglia dovette lasciare il Cile perché non era più al sicuro dopo la morte di tío Salvador, ebbe poco tempo per raccattare le sue cose, gettare qualche vestito alla rinfusa in una valigia e buttarci dentro un solo libro: quello. Ma ancora. Siamo nel 2009, a Trinidad e Tobago. Al V Summit delle Americhe ci sono tutte le alte cariche dei continenti fratelli. A un tratto, a favor di telecamere, l'allora presidente del Venezuela Hugo Chávez si avvicina al tavolo dove è seduto il suo omologo statunitense, Barack Obama. I fotografi si girano. I flash scattano. Chávez allunga una mano e porge a Obama un libretto giallo: Las venas abiertas de América Latina. Il giorno dopo il libro schizza dalla sessantamillesima posizione dei titoli più venduti di Amazon alla top ten.
Las venas abiertas anche ad anni di distanza rimane così come è nato, un testo polemico, impegnato, a tratti retorico e in alcuni passaggi un po' brusco, spicciolo, mentre incede nella conferma delle sue convinzioni, senza mai porre in discussione i principi stessi dai quali è scaturito. Eppure come testo non ha solo dei difetti.Ha aperto gli occhi a molti, ispirato le sinistre di mezzo mondo a guardare con maggior distacco e concretezza ai soprusi subìti dal continente martoriato, e se non a cambiare le cose, almeno a mostrare al mondo come sono. Il sudiciume, la disperazione, lo sfruttamento sconsiderato, l'avidità e la crudeltà umane, mai con cinismo e sempre con partecipazione.
"L'ho letto da ragazzina. Deve avermelo prestato un insegnante di storia quando avevo 12 o 13 anni" ci dice Alia Trabucco Zerán, scrittrice e saggista cilena. "Ricordo di averlo finito tutto sull'autobus di ritorno da scuola, commossa e indignata. È un libro che ha plasmato generazioni, che illumina su una storia di colonialismo e sfruttamento e che è servito a educare molti politicamente. Sono pagine scritte da chi sapeva essere semplice e diretto quando erano richieste semplicità e chiarezza. Forse è vero che c'è un'ingenuità di fondo nel suo lavoro, ma credo che nasca da un'indignazione autentica. E comunque preferisco l'ingenuità di Galeano al cinismo di questi tempi".
La logica amico/nemico
Le vene aperte è un testo organico, che sottolinea l'impegno di un autore che non vuole rimanere ai margini, eppure molte delle critiche fatte a questo libro si concentrano sul fatto che sia un po' "acerbo". "È un libro giovanile, ma non ingenuo" ci dice Juan Cárdenas, scrittore colombiano, critico d'arte e traduttore. "Allo stesso modo in cui i Rage Against The Machine o gli zapatisti seducono un pubblico adolescente con la loro retorica. Ovviamente non c'è niente di sbagliato in questo. Galeano sarà stato il demagogo che dicono e il suo libro un "luogo comune", ma i giovani continuano a divorarlo". "Da un punto di vista letterario, come libro non rappresenta molto per me" continua Cárdenas. "Eppure allo stesso tempo penso che sarebbe sciocco rifiutarlo a priori. È diventato un cliché, come i souvenir rivoluzionari che i turisti comprano quando vanno in vacanza all'Avana. Ma non si può mai veramente sfuggire ai luoghi comuni, è maldestro crederlo. I cliché sono un luogo di lavoro, una zona di domande, non importa quanto sciocchi o scomodi possano essere".
Effetti imprevedibili
"La letteratura è fatta di parole" dice ancora Zerán. "Le parole nominano la realtà, narrano, creano storie e archi, e in tal senso, questo libro ha ancora un potere enorme". Una sorta di manifesto dell'intera produzione di Galeano. "Non credo che la letteratura serva a cambiare le cose" conclude Juan Cárdenas, "almeno non nel modo in cui sognano gli intellettuali organici. Ha un'altra velocità e un'influenza strana sulla nostra percezione del tempo. Opera in molte altre aree di sensibilità, i suoi effetti nella sfera politica sono impossibili da prevedere ed è perciò che molti politici ne hanno paura e cercano di controllarla. Se da un lato in Nicaragua lo scrittore Sergio Ramírez subisce un'orribile persecuzione da parte del regime di Daniel Ortega, dall'altro il governo colombiano stila una lista di scrittori "neutri" da spedire alla fiera del libro di Madrid, sperando che nessuno rovini la festa denunciando le violazioni dei diritti umani commesse negli ultimi mesi. La letteratura è ancora bottino politico. Ecco perché è importante proteggerla anche dagli stessi scrittori che, a volte, sono disposti a tutto pur di ricevere un omaggio, che sia al Teatro Carreño o alla villa di Vargas Llosa".
Sul Venerdì del 29 ottobre 2021