Profondo noi
di Vittorio Lingiardi , di Vittorio LingiardiÈ una nostalgia preindustriale, sostenuta dal suono virgiliano degli armenti e dal canto segreto della terra, precedente alla «scomparsa delle lucciole», quella che ti invade mentre guardi il film di Michelangelo Frammartino, vincitore del Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia. Una nostalgia per nulla pasoliniana: senza ideologia né sensualità. Ambientato nel 1961, Il buco ricostruisce l’impresa di un gruppo di giovani speleologi che dal Nord Italia raggiunge gli abissi di una grotta profonda quasi 700 metri nel cuore aspro e muto del Pollino calabrese.
Venezia 78. 'Il buco', la grotta più profonda del mondo - clip
Contrapponendo la verticalità ascendente del boom economico (c’è una scena, splendida, in cui la comunità di pastori si raccoglie davanti all’unico televisore del paese e guarda un documentario Rai sulla costruzione milanese del grattacielo…
È una nostalgia preindustriale, sostenuta dal suono virgiliano degli armenti e dal canto segreto della terra, precedente alla «scomparsa delle lucciole», quella che ti invade mentre guardi il film di Michelangelo Frammartino, vincitore del Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia. Una nostalgia per nulla pasoliniana: senza ideologia né sensualità. Ambientato nel 1961, Il buco ricostruisce l’impresa di un gruppo di giovani speleologi che dal Nord Italia raggiunge gli abissi di una grotta profonda quasi 700 metri nel cuore aspro e muto del Pollino calabrese.
Venezia 78. 'Il buco', la grotta più profonda del mondo - clip
Contrapponendo la verticalità ascendente del boom economico (c’è una scena, splendida, in cui la comunità di pastori si raccoglie davanti all’unico televisore del paese e guarda un documentario Rai sulla costruzione milanese del grattacielo Pirelli) alla verticalità discendente dell’immersione viscerale, Frammartino gira un film psichico e preverbale, dove le voci degli umani sono ovattate e lontane e i suoni della natura nitidi e vicini. Un film che scorre in sospesa neutralità, comunque narrativa e mai documentaria o antropologizzante, quasi a suggerirci una posizione di osservatori partecipi, esploratori del sublime senza spavento o mistica. Si scende nel profondo né angosciati né trionfanti, confortati dalle piccole luci dei caschi, le funi tenute da giovani mani.