Un giorno in prigione (da agente penitenziario)
dal nostro inviato Marco Sarno , dal nostro inviato Marco SarnoSPOLETO (Perugia). È sempre difficile risalire all'origine. Ma se vogliamo capire da dove inizia davvero la storia dobbiamo cominciare da un video e da una data. Il materiale risale alla primavera del 2020. Le immagini raccontano della rappresaglia seguita alla rivolta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Detenuti pestati da alcuni agenti del corpo di Polizia Penitenziaria. In sottofondo le urla, i rumori ovattati prodotti dai manganelli sui corpi e dal picchiare forte sulle sbarre. Suoni che mi illudevo di aver dimenticato. Non era così. Due domande mi ossessionavano: come possono trasformarsi in carnefici uomini delle istituzioni? E quali danni producono sull'intero sistema violenze come queste? Un fiume in piena che trascina con sé buoni e cattivi.
Così provo a chiedere l'autorizzazione: vorrei entrare in una casa di reclusione. L'idea è trascorrere una giornata da agente penitenziario. Fare un turno con uno di lor…
SPOLETO (Perugia). È sempre difficile risalire all'origine. Ma se vogliamo capire da dove inizia davvero la storia dobbiamo cominciare da un video e da una data. Il materiale risale alla primavera del 2020. Le immagini raccontano della rappresaglia seguita alla rivolta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Detenuti pestati da alcuni agenti del corpo di Polizia Penitenziaria. In sottofondo le urla, i rumori ovattati prodotti dai manganelli sui corpi e dal picchiare forte sulle sbarre. Suoni che mi illudevo di aver dimenticato. Non era così. Due domande mi ossessionavano: come possono trasformarsi in carnefici uomini delle istituzioni? E quali danni producono sull'intero sistema violenze come queste? Un fiume in piena che trascina con sé buoni e cattivi.
Così provo a chiedere l'autorizzazione: vorrei entrare in una casa di reclusione. L'idea è trascorrere una giornata da agente penitenziario. Fare un turno con uno di loro. Vestito come uno di loro. La richiesta viene accolta all'inizio di ottobre 2021. E il 7, giorno della Beata Vergine Maria del Rosario, si aprono le porte del penitenziario di Spoleto. Lo dirige Chiara Pellegrini, una donna minuta e gentile che ha sulle spalle anche l'onere del carcere di Orvieto. Si fa fatica a immaginarla in un posto del genere. Condivide questa esperienza con il comandante Marco Piersigilli - un cognome che pare garantire sicurezza.
Parla con parole semplici, i modi sono spicci. Sa come non perdere tempo. Di questo carcere conosce ogni anfratto ma soprattutto i 436 ospiti quasi tutti di spessore come si dice in gergo. Novantatré gli ergastolani, il 10 per cento dei fine pena mai d'Italia. Quello che segue è il resoconto della mia, della nostra giornata.
Da dove cominciamo
Un lungo stradone che costeggia la campagna fino al bivio del cimitero. Da lì ancora qualche chilometro tra stradine laterali senza uscita e ingressi verso case in mezzo al nulla. Lungo il percorso qualche bar, poche attività commerciali, un'edicola. L'appuntamento è intorno alle 7 del mattino davanti al penitenziario. Ad aspettarmi c'è Stefano, assistente capo coordinatore di polizia penitenziaria, oggi nell'insolito ruolo di guida.
La sveglia di Stefano Conti Arcangeli, 52 anni, suona da sempre alle 5.50. Il tempo di una colazione prima di salutare la moglie che lavora come commessa nel centro di Spoleto. Poi in auto percorrendo i tredici i chilometri del tragitto casa-carcere. I ritardi non sono ammessi. È qui dal 23 dicembre 1997. Per lui, spoletino di nascita, si è trattato di un ritorno a casa dove aver prestato servizio tra Terni, Avezzano, L'Aquila, Roma (Rebibbia).
Sbrighiamo la pratica dei controlli Green pass e le verifiche delle autorizzazioni. Le poche parole che ci scambiamo sono sovrastate dalle comunicazioni interne al di là dei vetri blindati del gabbiotto controlli. Solo adesso mi accorgo di non essere ancora riuscito a vedere il volto di Stefano, coperto dalla mascherina.
In uno dei reparti più difficili
Lo spogliatoio è una piccola stanza con una finestra da cui filtra una luce che a quest'ora del mattino rende cupo il paesaggio. Grigio come gli edifici. Nell'armadio hanno preparato la divisa d'ordinanza: camicia azzurra a maniche corte, un paio di pantaloni un po' troppo lunghi, tenuti su da una cintura nera. C'è una tabella di marcia da rispettare per cui non oppongo resistenza e me li faccio piacere. Indosso il maglioncino blu e le scarpe nere. Cerco uno specchio per valutare la mia trasformazione in ardimentoso agente penitenziario. Devo accontentarmi del riflesso sullo schermo del telefonino che sto per consegnare. Non mi sembra niente male, ma il capello brizzolato attenua un po' l'entusiasmo. Stefano continua a fissare l'orologio.
"Tutti faccia al muro": i nuovi video dei pestaggi a Santa Maria Capua Vetere
Usciamo per raggiungere la sezione Media Sicurezza. Lungo il viale guardo gli agenti in servizio rubando con gli occhi piccoli segreti: postura, gestualità, il modo di rispondere ad un saluto. L'attenzione cede alle urla disperate che arrivano dall'infermeria nel settore psichiatrico. Sono di un recluso che il medico tiene sotto osservazione. Ha tentato più volte di farsi del male. Ora è bloccato in un letto, gli somministrano farmaci che lo aiutano a calmarsi. Intuisco che non dovrebbe neppure essere qui ma in una struttura sanitaria adeguata.
È uno dei primi segnali di quello che mi aspetta. L'ardore si affievolisce ulteriormente quando siamo a un passo dalla porta di accesso al padiglione. Dall'altra parte dell'inferriata intravedo alcuni detenuti. Cerco di non far trasparire il disagio che sto provando. Sarà per questo che Stefano, nel tentativo di alleggerire la tensione, mi spiega che non c'è da preoccuparsi: stiamo entrando in uno dei reparti più difficili. In quest'area i reclusi scontano pene detentive che vanno dallo spaccio agli omicidi passando per abusi e violenze. C'è una discreta presenza di stranieri. Il disagio aumenta quando ascolto dei casi di autolesionismo, di suicidi e di tentati suicidi. Tragedie ridotte a statistiche che non rendono giustizia.
Non va meglio quando nelle mani di Stefano spuntano le fatidiche chiavi che aprono le porte di questo inferno. In un attimo precipita tutto l'entusiasmo che ho mostrato all'arrivo. Entriamo.
I detenuti non guardano, scrutano. Per loro un volto nuovo significa molto. Genera curiosità non per chi hanno difronte ma per quello che potrebbe rappresentare. Restano ligi all'etichetta e salutano. Una babele di dialetti e richieste. Sono incollato a Stefano. Continuo a voltarmi perché ho la sensazione che da un momento all'altro protrebbe materializzarsi l'imprevisto. Non voglio sfigurare. Vorrei mantenere il passo ma percepisco netta l'impressione che il tempo e lo spazio all'interno di queste mura hanno altre unità di misura. Ostento serenità ma serve a poco. Sfioro la débâcle quando si avvicina un detenuto. Pretende di essere ricevuto dal comandante. Ha bisogno di lavorare e mostra i denti. Quasi tutti marci e neri. "Mi serve la protesi, non riesco neppure a mangiare. Niente soldi, niente protesi". La richiesta sembra legittima ma non ho fatto i conti con Stefano: "Non lasciarti fuorviare. A nessuno possiamo garantire un lavoro fisso. Sono in tanti e i nostri mezzi economici pochi. Le rotazioni sono necessarie per garantire un po' di equità a tutti. C'è sempre chi ci prova...". In ogni caso vige la formula del "fai una domandina". Scrivere e aspettare.
del carcere (Luigi Narici / Agf)
Comincio ad avvertire una fatica che non conoscevo. Anche il bloc-notes, rimasto intonso nella tasca dei pantaloni dall'inizio del turno, pesa. Non ho preso un solo appunto, ma fissato nella memoria volti e storie di cui so ancora poco. Raggiungiamo una saletta dov'è in corso una breve riunione mentre sui monitor di sorveglianza scorrono le immagini dei reparti. Il mio ego si risolleva quando mi sento dire: "Ciao collega, sei nuovo?". Sono pochissimi gli agenti che conoscono la mia identità. In ogni caso Stefano chiude la questione sbrigativamente: "È qui per fare un giro" senza dare altre spiegazioni.
La tappa successiva prevede l'ora d'aria nel cortile sterrato attiguo al campetto di calcio curato dai detenuti e che ospita piccoli tornei. La discesa è un percorso a ostacoli. Bisogna evitare incroci e incontri pericolosi. L'operazione è scandita dal clangore delle chiavi che aprono e chiudono le pesanti serrature delle porte di ferro. Le voci dei reclusi si aggiungono a quelle degli agenti che parlano ai telefoni interni. "Tre chiuso, il due scende... Aprire. Chiudere". Nel cortile, defilato, ci sono anch'io. Osservo i detenuti passeggiare costeggiando il muro di cinta sovrastato dalle garitte dove sono posizionate le sentinelle armate. Queste scene le ho viste in tanti film americani, la differenza è che qui è tutto vero. "Sembra facile ma non lo è", mi spiega Stefano. "Noi quando stiamo quassù non ci limitiamo alla sorveglianza. Bisogna notare le cose. Intuirle e prevederle. Come ad esempio il modo in cui si formano le coppie, con quale frequenza, le sezioni a cui appartengono...".
di Spoleto durante l’ora d’aria: al centro l’inviato del Venerdì (Luigi Narici / Agf)
Ricominciare daccapo
Pausa pranzo. Si va in mensa. La suggestione sembra dare al cibo un altro sapore. Mangiamo lentamente, assaporando le pietanze quasi a voler recuperare il senso del tempo. In questo stanzone dalle ampie vetrate c'è più luce e questo rendere meno spettrale il dentro e il fuori.
Approfitto per affrontare il tema per cui ho chiesto di poter visitare un carcere: che segno ha lasciato, tra gli agenti di polizia penitenziaria, la rappresaglia di Santa Maria Capua Vetere. Al tavolo gli agenti non si nascondono. "Siamo a terra. Bisogna ricominciare tutto daccapo, pagando un prezzo molto alto anche di immagine. Fatti del genere non hanno giustificazioni. E il danno che procurano a tutti noi è anche quello di far passare in secondo piano le condizioni in cui lavoriamo, gli organici ridotti, i turni snervanti, i colleghi aggrediti, le violenze gratuite subìte. Comunque, quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere lo conosciamo bene, da quel carcere ci hanno mandato pure alcuni detenuti. E sappiamo bene che quando c'è tensione è sempre meglio non far intervenire personale da fuori, gente che non conosce bene la realtà locale...".
La visita ricomincia. Infermeria, sala musica, palestre, aule scolastiche, falegnameria... Sono l'orgoglio di un penitenziario che prova a immaginare le occasioni di rinascita di chi prima o poi riuscirà ad uscire da qui. Gli agenti ne parlano facendo trasparire la fierezza del compito a dispetto delle promesse quasi mai mantenute "dal ministero", o "dalla politica". Sono l'altra faccia di un avamposto condiviso con il fardello che grava anche sulle loro famiglie, anche quelle costrette di riflesso ad una vita in semilibertà. "Bisogna inventarsi sempre qualcosa per non essere schiacciati dalla quotidianità fatta di sbarre e divieti" mi dice uno degli agenti. "Ma non mi lamento. Alla fine questo mestiere è l'unico che so fare. Come mio padre". Difficile immaginare che un lavoro del genere si possa tramandare.
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È l'imbrunire quando torno nello spogliatoio. Avverto la fatica e il peso della divisa indossata. Ripiego gli abiti con cura, quasi volessi mischiare rispetto e benevolenza verso chi mi ha aiutato a capire e anche a vedere. Saluto idealmente tutti mentre mi avvio al parcheggio. Lì dentro lascio molte cose. Penso al detenuto con i denti marci, e a quei giovani e meno giovani in divisa, agli anni che ancora trascorreranno tra celle e cortili sorvegliati. Mi volto per un ultimo sguardo al fortino. Un agente fa un cenno di saluto con la mano e con cortesia mi chiede: "Allora, come si sente?". Rispondo: "Da Dio". Sono fuori.
Sul Venerdì del 29 ottobre 2021