Ieri il fuoco oggi le alluvioni, l'isola greca che resiste
di Elena Kaniadakis , di Elena KaniadakisISOLA DI EVIA(Grecia). "Il sole è tramontato ed è riapparso solo una settimana dopo": nel ricordare la notte del 4 agosto, Anastasia Yiorgatzis guarda la valle di fronte alla propria veranda, acri di terra bruciata per giorni, un tappeto nero. Alle due di quella notte, la campana della chiesa del suo paese, Skepastì, è risuonata per le strade a segnalare l'evacuazione. Già allora nessuno degli abitanti stava dormendo, da giorni un incendio rischiava di raggiungere il paese e una cappa di fumo aveva oscurato il sole.
Gli abitanti di Skepastì, un grappolo di case circondate dal bosco, non furono gli unici a essere stati evacuati: l'ordine ha raggiunto decine di altri paesi nel nord di Evia, la seconda isola più grande della Grecia, separata dall'Attica solo da uno stretto braccio di mare. Qui gli incendi favoriti dalle alte temperature, in quella che si è rivelata l'estate più calda di sempre per l…
ISOLA DI EVIA(Grecia). "Il sole è tramontato ed è riapparso solo una settimana dopo": nel ricordare la notte del 4 agosto, Anastasia Yiorgatzis guarda la valle di fronte alla propria veranda, acri di terra bruciata per giorni, un tappeto nero. Alle due di quella notte, la campana della chiesa del suo paese, Skepastì, è risuonata per le strade a segnalare l'evacuazione. Già allora nessuno degli abitanti stava dormendo, da giorni un incendio rischiava di raggiungere il paese e una cappa di fumo aveva oscurato il sole.
Gli abitanti di Skepastì, un grappolo di case circondate dal bosco, non furono gli unici a essere stati evacuati: l'ordine ha raggiunto decine di altri paesi nel nord di Evia, la seconda isola più grande della Grecia, separata dall'Attica solo da uno stretto braccio di mare. Qui gli incendi favoriti dalle alte temperature, in quella che si è rivelata l'estate più calda di sempre per l'Europa, hanno causato i danni peggiori: cinquantamila ettari sono andati in fumo e un intero ecosistema è stato distrutto.
I disobbedienti
"Gli agenti di polizia hanno bussato alle porte, mentre noi attendevamo i rinforzi dei pompieri che non sono mai arrivati. Hanno detto che dovevamo andarcene" ci racconta la signora Yiorgatzis. Ma gli uomini più giovani hanno disobbedito, sono rimasti e hanno creato un cordone intorno al paese: con i trattori e gli annaffiatoi hanno impedito che le fiamme raggiungessero le case mentre intorno il bosco bruciava. Oggi ripetono tutti la stessa frase: "Ci hanno abbandonato, lo Stato si preoccupava solo delle ricche ville di Atene". In quei giorni, infatti, Evia non è stata l'unica a bruciare: nella capitale i cittadini si erano sigillati in casa per sfuggire al fumo dell'incendio che avanzava nei sobborghi a nord, immersi nel bosco. In televisione, sindaci e residenti hanno accusato il governo di avere rafforzato inutilmente il corpo di polizia e di non avere investito in quello dei vigili del fuoco e della guardia forestale.
L'ordine di evacuare le case era stato condizionato dal precedente di Mati, località balneare dell'Attica dove nel 2018 cento persone persero la vita in un incendio. "Questa volta non è morto nessuno ma siamo zombie che camminano", commenta Vangelis Yiorgatzis, un abitante di Skepastì, mentre si fa strada tra i pini bruciati. Intorno a lui il rumore delle motoseghe che abbattono i tronchi anneriti copre un silenzio irreale: gli uccelli sono scomparsi assieme alla foresta.
Niente più resina e miele
I cartelli appesi fuori dalle case di Evia ricordano come prima delle fiamme l'economia facesse affidamento sul territorio: ogni famiglia sponsorizzava la propria produzione di olio, miele e distillati. Soprattutto, si raccoglieva la resina: l'85 per cento della produzione greca, seimila tonnellate destinate principalmente all'esportazione, proveniva da questa regione. Utilizzata per le vernici e i prodotti plastici, ma anche nella cosmetica e nell'industria farmaceutica, era il frutto di un mestiere dettato dai tempi della foresta.
Assieme alla moglie, Vangelis raccoglieva la resina da novemila pini, tutti bruciati nell'incendio d'agosto. "Dopo avere aperto la strada nei boschi con i trattori appendevamo le sacche ai tronchi e praticavamo un foro a colpi di martello" ci racconta. Ogni giorno, non più di due grammi di resina colavano nella sacca. Li recuperavano a ottobre, alla fine del raccolto.
Nel nord di Evia oltre tremila persone vivevano di questo mestiere tramandato di padre in figlio. "È molto faticoso, ma almeno sei nel bosco e non hai un capo sopra la testa a dirti cosa devi fare" racconta lo zio di Vangelis, Marios, mentre sorseggia un caffè all'ingresso di Skepastì, con la mano destra che gli trema visibilmente. "Un infortunio di lavoro per il movimento ripetuto con il martello", spiega. Quello della resina non è l'unico settore devastato dagli incendi: nell'isola si produceva anche il 70 per cento del miele di pino greco. Ora che più di cinquemila api sono morte "si rischia l'importazione a basso costo, potenzialmente fraudolenta, da paesi extracomunitari" ha denunciato l'associazione degli agricoltori europei Copa-Cogeca.
"Pensano solo ad Atene"
Come molte isole greche, Evia si sente abbandonata dal potere centrale: "Ci hanno inviato 24 mezzi dei vigili del fuoco per gestire un fronte lungo cinquanta chilometri e largo dieci" spiega Giorgos Stamoulos, vicesindaco del comune di Limni. Qui i residenti sono stati evacuati a bordo delle navi della Guardia costiera, mentre il bosco veniva avvolto dalle fiamme. "Ma a prescindere dall'emergenza, mancano molte infrastrutture: con l'inverno, quando nevica, siamo tagliati fuori dalla Grecia". Nell'ufficio del vicesindaco il telefono non smette di squillare: "Serviranno trent'anni per ripristinare il bosco: ora occorre proteggere le case dalle alluvioni", spiega, "altrimenti quelle sopravvissute al fuoco verranno distrutte dalla pioggia". Come è accaduto a metà ottobre nel nord dell'isola, dove centinaia di persone sono state nuovamente evacuate a causa delle violente inondazioni.
L'obiettivo di chi resiste è essere impiegato nella rigenerazione del bosco per consegnarlo alle generazioni future, "ma i sussidi del governo non ci permetteranno di mantenere le nostre famiglie" riflette Vangelis, mentre osserva alcune sacche di resina bruciate ancora appese ai tronchi. "I più giovani, in paese, progettano già di lasciare l'isola e a quel punto cosa rimarrà?". Sul muro del vicino Comune di Istiaia, la scritta di una poesia di Elyt?¯s sembra rimandare il momento della risposta. Recita: "Se scomponi la Grecia, alla fine vedrai che ti rimangono un ulivo, una vigna e una barca. Il che vuol dire: con gli stessi elementi la puoi ricomporre".