I profughi che sognavano l'America e hanno trovato l'Albania
di Maurizio Franco , Filippo Poltronieri , Youssef Hassan Holgado , di Maurizio Franco, Filippo Poltronieri, Youssef Hassan HolgadoLEZHE (ALBANIA). All'epoca, a loro dire, se avessero avuto un mappamondo sottomano non avrebbero saputo individuare con tanta facilità la posizione dell'Albania. Avrebbero tentennato, vagabondando col dito sulla scorza in plastica dell'Europa continentale. Oggi, invece, 916 cittadini afghani guardano costantemente alla bandiera con l'aquila bicipite che sventola in ogni anfratto del Paese balcanico. Sono giunti qui ad agosto dopo che la traballante repubblica afghana si è sgretolata con l'avanzata del terrore talebano. Per loro l'Albania è lo step intermedio di un viaggio che punta agli Stati Uniti. Quando il Presidente Joe Biden ha chiesto ai membri della Nato di assorbire temporaneamente il flusso di profughi con destinazione a stelle e strisce, il Governo presieduto da Edi Rama, leader del Partito socialista d'Albania, non ha esitato ad aprire le porte del Paese. I numeri previsti: fino a quattromila rifugiati.
Da Ka…
LEZHE (ALBANIA). All'epoca, a loro dire, se avessero avuto un mappamondo sottomano non avrebbero saputo individuare con tanta facilità la posizione dell'Albania. Avrebbero tentennato, vagabondando col dito sulla scorza in plastica dell'Europa continentale. Oggi, invece, 916 cittadini afghani guardano costantemente alla bandiera con l'aquila bicipite che sventola in ogni anfratto del Paese balcanico. Sono giunti qui ad agosto dopo che la traballante repubblica afghana si è sgretolata con l'avanzata del terrore talebano. Per loro l'Albania è lo step intermedio di un viaggio che punta agli Stati Uniti. Quando il Presidente Joe Biden ha chiesto ai membri della Nato di assorbire temporaneamente il flusso di profughi con destinazione a stelle e strisce, il Governo presieduto da Edi Rama, leader del Partito socialista d'Albania, non ha esitato ad aprire le porte del Paese. I numeri previsti: fino a quattromila rifugiati.
Da Kabul all'Albania cercando l'America
Vista sulla libertà
Gli esuli - in attesa dei documenti per espatriare oltreoceano - sono ospitati nelle camere del Rafaelo Resort, un complesso alberghiero di lusso nel cuore di Shengjin, frazione marittima della città di Lezhe, nel nord dell'Albania. D'estate, una perla di mattoni e sabbia del neonato turismo schipetaro. Nel grigiore autunnale, invece, una località deserta sferzata dal vento gelido che dalle montagne scende fino al fiume Drin.
Nello spiazzo centrale dell'hotel, si staglia una riproduzione in scala della Statua della Libertà, l'esemplificazione in gesso del desiderio che attanaglia la quotidianità dei 916 afghani. Un cordone di polizia presidia l'entrata del resort. I viali, da cui si ergono gli stabili luccicanti a cinque stelle, sono brulicanti di vita.
"Sono riuscita a fuggire grazie al supporto di diverse ong americane che ho contattato via mail. Ricordo di aver scritto "la nostra vita è in pericolo, per favore salvateci". Ci hanno aiutato a Kabul, quando la situazione all'aeroporto stava collassando. E ci hanno aiutato qui", racconta Laleh (alcuni nomi sono di fantasia), arrivata in Albania con la famiglia al seguito. È una giornalista che aveva dovuto parecchio sgomitare per trovare una collocazione. "Ora devo ricominciare da zero, e anche negli Stati Uniti farò lo stesso: mi troverò un lavoro e cercherò di costruirmi una nuova carriera", dice gettando lo sguardo oltre le vetrate della hall, dove una miriade di bambini festanti giocano inseguendo un clown.
Naser, invece, ha realizzato un sogno: vedere la spuma argentea della risacca del mare. "A Kabul non c'è". Ogni tanto, con gli amici conosciuti al resort, si incammina fino al cuore di Lezhe per spezzare la monotonia dell'hotel. In patria era un attivista politico ed è come se il fragore dell'esplosione, che ha travolto la sede dell'organizzazione in cui militava, rimbombasse ancora nelle sue parole. E ne porta i segni, con una cicatrice sulla tempia.
"Sono qui con la mia famiglia, in una camera al settimo piano dell'albergo. L'hotel è buono, il cibo anche, la zona è carina ma non abbiamo un lavoro. Spero di arrivare il prima possibile negli Stati Uniti", racconta Abdullah, 43 anni e un mestiere alle spalle nella cooperazione internazionale. Ha una moglie e tre figli, di cui uno in New Jersey. È grato: "Siamo molto contenti della risposta del governo albanese. Ci hanno accolto con calore, lo stesso primo ministro ci ha atteso all'aeroporto quando siamo arrivati a Tirana. Il loro sostegno rimarrà per sempre nella nostra memoria".
La mossa di Rama
A trent'anni esatti dallo sbarco della nave Vlora in Puglia - quando un carico umano di circa 20 mila albanesi fece il suo ingresso in Italia - l'annuncio di Edi Rama fa scalpore. Un messaggio, il suo, amplificato dalle ritrosie degli altri Stati ad accogliere la disperazione afghana. Una nazione povera, dissanguata dall'emigrazione dispensa solidarietà mentre la ricca Unione resta trincerata dietro la sua cortina di ferro.
Eppure il bel gesto, secondo Nicola Pedrazzi, studioso delle dinamiche albanesi e collaboratore dell'Osservatorio Balcani e Caucaso, non ha solo motivazioni altruistiche. "Accreditarsi a livello internazionale come interlocutore fidato e costruire il brand albanese nel mondo. La strategia del presidente Rama è ben collaudata: consolidare la propria leadership attraverso il consenso dei media stranieri, soprattutto quelli italiani. E tutto questo a costo zero", dichiara l'analista.
Alle spese di vitto e alloggio dei 916 afghani provvedono diverse ong. Dall'abbigliamento al sostegno psicologico. Colleen Denny, direttore regionale di Spirit of America, una delle organizzazioni no-profit presente al Rafaelo Resort, conferma ad esempio che la sua realtà ha preso in carico 121 rifugiati. È entusiasta della collaborazione con l'Albania e sottolinea come l'esecutivo socialista abbia "aiutato ad ottenere prezzi equi per il soggiorno dei profughi" e come tutto questo sia "supportato esclusivamente dalle ong e non dai soldi del governo Usa".
Vantaggi per tutti. O quasi
Il soft power della solidarietà. "L'accoglienza albanese è una soluzione di cui beneficiano tutti i coinvolti: gli albergatori locali, gli Stati Uniti, il governo albanese. Stiamo parlando di una buona politica in ambito Nato: attribuirla al cuore di Edi Rama o paragonarla ad altri contesti migratori, come quello degli albanesi in Puglia, significa falsificare la realtà", dice Pedrazzi. Che punta il dito verso le falle del modello Tirana.
Ardem è memore delle sofferenze che ha patito il suo popolo. La diaspora albanese - l'esodo dopo il crollo del regime di Enver Hoxha - è stampata sui baffi bianchi che gli caratterizzano il volto. Tiene stretta la bicicletta con le mani callose. "Darei la vita per queste persone, so cosa significa vivere una guerra, è una disgrazia. Auguro loro il meglio, è tutto ciò che posso fare" dice. Il suo è un sentimento diffuso a Shengjin.
Tra i pochi albanesi incontrati la benevolenza verso gli esuli convive con altre preoccupazioni. Tipo quella di un tassista che dice: "Il governo pensasse anche a noi!". Per strada i volti degli afghani hanno sostituito quelle dei turisti. Edil gestisce un piccolo minimarket. Attorniato da flaconi di bagnoschiuma e dentifricio, non fa differenze di clientela: "C'è soltanto qualcuno in più. Nessun problema. Non è cambiato nulla, tranne che siamo aperti anche durante la stagione fredda. È brava gente. A me basta questo".
Sul Venerdì del 12 novembre