Corrado Stajano: confesso che ho perduto
dal nostro inviato Concetto Vecchio , dal nostro inviato Concetto VecchioMilano. Corrado Stajano passeggia per le vie di Milano calpestando le foglie d'autunno. Gli sono sempre interessati i destini degli altri, e del suo, ora che ha 91 anni, è contento, o la vita si è volta in garbuglio? Nel corridoio di casa campeggiano alle pareti i poster delle copertine dei suoi libri più celebri, Il sovversivo, l'inchiesta sulla morte dell'anarchico Franco Serantini, e Un eroe borghese, sull'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli. "Cosa fai lì, lascia perdere", mi ammonisce. Ora è uscito Sconfitti (Il Saggiatore), nato da un incubo notturno fatto durante il contagio.
Cosa stava sognando?
"Una donna con una tunica nera dal viso bianco, quasi fosse impastato di calce, che trascinava un carretto vuoto. Un tragico mimo. Un fantasma".
La paura della morte non toccò tanti durante il lockdown?
"Non ricordo mai i sogni, ma quella notte mi svegliai e annotai quel che avevo appen…
Milano. Corrado Stajano passeggia per le vie di Milano calpestando le foglie d'autunno. Gli sono sempre interessati i destini degli altri, e del suo, ora che ha 91 anni, è contento, o la vita si è volta in garbuglio? Nel corridoio di casa campeggiano alle pareti i poster delle copertine dei suoi libri più celebri, Il sovversivo, l'inchiesta sulla morte dell'anarchico Franco Serantini, e Un eroe borghese, sull'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli. "Cosa fai lì, lascia perdere", mi ammonisce. Ora è uscito Sconfitti (Il Saggiatore), nato da un incubo notturno fatto durante il contagio.
Cosa stava sognando?
"Una donna con una tunica nera dal viso bianco, quasi fosse impastato di calce, che trascinava un carretto vuoto. Un tragico mimo. Un fantasma".
La paura della morte non toccò tanti durante il lockdown?
"Non ricordo mai i sogni, ma quella notte mi svegliai e annotai quel che avevo appena sognato. Non avevo intenzione di scrivere un libro, il sogno m'inquietò nel profondo".
È un viaggio nella Milano della pandemia, ma anche nei nodi irrisolti del nostro Paese.
"Il Covid, mi dissi, è una coda del tragico Novecento - due guerre mondiali, la bomba atomica, la Shoah - una coda del passato da ricordare".
Non è una tesi singolare?
"Probabilmente sì. Mi venne in mente quel testo di Rilke ne I quaderni di Malte Laurids Brigge : "Non basta avere ricordi, bisogna avere la pazienza che tornino". I ricordi non valgono di per sé. Solo quando diventano in noi gesto, sangue, indistinguibili, solo allora diventano nostri. Forse era arrivato quel momento".
Cosa ci ha rivelato il Coronavirus?
"Non soltanto la paura del mistero, il non capire, ma anche la generosità di tanti, i medici, gli infermieri. Un affratellamento sconosciuto in un mondo che pensa soltanto al profitto".
Sostiene che la scienza e la tecnica hanno fallito la prova. Ma è davvero così?
"Gli strumenti della modernità non sono serviti a prevenire la pandemia. Nessuno aveva fatto i conti col virus. La metafisica ha vinto sulla fisica".
Cosa pensa dei No Vax?
"Mi stupisce l'assoluta mancanza di rispetto per gli altri. L'altro giorno il mio barbiere, che è stato costretto a vaccinarsi, mi ha elencato tutti i possibili rischi dei vaccini: "Sono un complotto", "fanno morire", "provocano il cancro". L'ho ascoltato in silenzio, poi quando ha tirato in ballo "lo sfregio della Costituzione" ho alzato la mano e gli ho detto: "Basta così!"".
Ricorre in Sconfitti il trauma della guerra: "Una spina che fa male, indimenticata".
"Scrivo proprio così? Mia moglie a volte mi ammonisce: "Perché torni sempre sulla guerra?"".
Cosa ha rappresentato per lei?
"La vedi questa scheggia? (La prende dalla sua scrivania, nera e lucente come un pezzo di lava raffreddata). La tengo sempre con me. Nel 1944, a Cremona, durante un bombardamento, mi sfiorò. La raccolsi, era infuocata, e la portai a casa. Ho perso tanti oggetti, tanti libri, nei traslochi, ma non questo frammento".
È cresciuto in fretta come tanti di quella generazione?
"Vidi i primi morti nell'ospedale militare di Imola, dov'era ricoverato mio padre dopo la ritirata dalla Russia. Ragazzi di vent'anni stesi sulle barelle in un corridoio. Li avevo visti partire allegri e festanti alla stazione di Mantova. Ora erano lì, sanguinanti, maciullati. Come dimenticare?".
Suo padre era siciliano di Noto, un generale dell'esercito. Che rapporto aveva con lui?
"Fu lontano per anni. Ed erano diversi allora i rapporti tra padre e figlio. Di soggezione, di lontananza. Non ebbi il coraggio di parlargli, e ne avrebbe avute di cose da raccontare. Mi è rimasto il rimorso".
Finì a Mauthausen. Cosa ricorda del suo ritorno?
"Lo andammo ad accogliere a Pescantina, con mia madre. Era irriconoscibile. Parlò ininterrottamente per tutta la notte. Poi non disse più una sola parola. Un giorno Primo Levi mi rivelò che tutti i prigionieri e gli internati parlavano subito e poi tacevano. "Tu però hai scritto e raccontato", gli obiettai".
Che ricordo ha di Primo Levi?
"Lo vedevo ogni mercoledì all'Einaudi, in via Biancamano, a Torino, di cui ero consulente. Dopo le riunioni andavamo a casa sua. Conosco bene quelle scale, l'ascensore, le stanze. Era felice quando riceveva le lettere dai giovani tedeschi che venivano a sapere del nazismo dai suoi libri. Le conservava meticoloso nelle cartelline".
Perché si è ucciso?
"Non lo so. È difficile solo pensarlo. Lo sento vivo. Sento la sua voce".
Giulio Einaudi era il despota che raccontano?
"No, non era il principe capriccioso. Diceva sempre: "Il mio catalogo". E in effetti il catalogo dell'Einaudi è la storia d'Italia".
Tiziano Terzani?
"Un uomo unico. Lo conobbi al funerale di Pino Pinelli, con Folco bambino sulle spalle. Ho qui nella mia stanza un suo disegno all'acquarello fatto sull'Himalaya".
E Gadda, invece?
"Intervistarlo era un'avventura. Nel 1968 andai a trovarlo nella sua casa a Monte Mario, sembrava l'abitazione di un impiegato d'ordine. Gli facevo le domande, lui rispondeva e poi scriveva le risposte, proprio come stavo facendo anch'io. Alla fine gli chiesi una dedica su un'edizione del Giornale di guerra e di prigionia e ci mise venti minuti prima di trovare le parole. Elucubrava. Aveva addosso una nevrosi spaventosa. Ma che scrittore!".
Quale fu l'importanza di Giovanni Falcone nella lotta alla mafia?
"È stato il giudice più intelligente e acuto che abbia avuto la magistratura italiana. Lo conobbi nel 1979, era appena arrivato a Palermo da Trapani. Ci vedemmo spesso, fino alla morte a Capaci. Ai funerali ero a un passo da Rosaria Schifani, la moglie dell'agente ucciso. "Una piccola Giovanna d'Arco dolce e innocente, di furia cristiana", scrissi allora sul Corriere della Sera. I politici fuggivano, la gente si accalcava per toccare le bare".
Cosa pensa della rivelazione privata di Ilda Boccassini?
"Mi ha molto amareggiato".
Ha sempre difeso i magistrati. Lo farebbe con questa generazione di giudici?
"Sono sempre stato dalla parte di quei giudici che hanno rispettato le regole e la Costituzione. Adesso non capisco nulla di quel che sta accadendo. Stanno togliendo ogni fiducia nella giustizia".
Pensa che vedremo Berlusconi al Colle?
"Ma è un pregiudicato! Con in più dei reati sanati dalla prescrizione. Dov'è oggi un Bobbio che dice: "Non si può fare"?".
Chi vorrebbe al Quirinale?
"Uno come Luigi Einaudi o Sandro Pertini. Ma non ci sono".
Mario Draghi è troppo elogiato?
"Ha rimediato alle carenze di una politica inesistente e fallimentare".
Ammira il Papa: l'avrebbe mai detto?
"Sinceramente no. Non sono mai andato, neppure da ragazzo, all'oratorio. Ma Francesco è anche un grande uomo politico".
Cosa è stato per lei il giornalismo?
"Volevo scrivere, non pensavo di fare il giornalista. Andai a casa di Elio Vittorini e suonai impudentemente il campanello. Gli lasciai dei raccontini che avevo scritto. Mi disse che erano fragili, ma interessanti. Divenni un lettore, l'ultimo, dei suoi Gettoni".
L'esordio fu sul Mondo?
"Sulla copertina c'era scritto: "Si collabora solo su invito della direzione". Scrissi a Mario Pannunzio: "Ammiro il suo giornale, ma se aspetto che lei m'inviti non inizierò mai". Gli mandai un articoletto. Lo pubblicò. Ricevetti 15 mila lire. Mi aprì tante porte".
Come scrive?
"A matita. Stadler 2B".
Non ha un computer?
"No".
Perché ha riletto cinque volte Guerra e Pace?
"Ogni volta ero attento a un tema differente: la storia, la politica, le battaglie, la società".
Perché le sono sempre piaciuti i solitari, gli sconfitti?
"Non saprei. Forse li ho amati per spirito di contraddizione".
Il Sovversivo è il suo libro del cuore?
"Direi di sì. Bruno Caruso, il pittore, mi regalò il disegno con il viso del giovane anarchico, Franco Serantini, in nero; Giulio Einaudi lo volle in rosso. I ragazzi, in quel lontano 1975, andavano ad appiccicarlo come manifesto sui muri delle città".
Il suo libro più fortunato però è Un eroe borghese.
"No, no. Il Sovversivo ha venduto di più, 700 mila copie. Ma Un eroe borghese alla libreria Hoepli a Milano è in vetrina ininterrottamente dal giorno della sua uscita, trent'anni fa".
Cosa ha capito degli italiani?
"È un grande mantello di Arlecchino. Non sono poche le energie positive, nascoste, impossibilitate ad agire perché manca la politica pulita e vincono il più delle volte i peggiori".
Perché non amiamo la memoria?
"Perché il più delle volte ricordare è doloroso. E fare quel gesto che non si è fatto".
Prova estraneità nell'Italia di oggi?
"Sì, spesso mi sento uno straniero".
Alla fine chi sono gli sconfitti del suo libro?
"Coloro che hanno sperato e lottato inutilmente per un'Italia migliore".
Sente di avere perso anche lei?
"Sì, nonostante le lotte e le speranze. Fallite".
Sul Venerdì del 19 Novembre 2021