A Matera (e dintorni) sulle tracce di Imma Tataranni
di MARIOLINA VENEZIA , di MARIOLINA VENEZIAFin da quando ero piccola i paesaggi della Basilicata mi hanno affascinata. Li guardavo scorrere dal finestrino del Maggiolino giallo di mio padre: una pompa di benzina persa nel nulla, i calanchi di Montalbano, i picchi delle dolomiti lucane. E immaginavo. Western con protagoniste donne, come me e le mie sorelle. Film di briganti, anzi di brigantesse. Storie misteriose, di persone scomparse. Era il paesaggio stesso che mi parlava. E ha continuato a farlo anche quando la macchina era invece una Panda verde e a guidarla ero io, molti anni dopo. Così sono nati, fra gli altri, i romanzi di Imma Tataranni. Suggeriti da quella terra aspra, dalla bellezza struggente e scontrosa, alla quale mi sono divertita ad aggiungere un contrappunto comico, i tacchi coloratissimi di una donna coraggiosa e caparbia, a volte scorbutica ma sempre sprizzante vitalità e profondamente umana. Fra me e i luoghi si è creato un dialogo sempre più serrato.
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Fin da quando ero piccola i paesaggi della Basilicata mi hanno affascinata. Li guardavo scorrere dal finestrino del Maggiolino giallo di mio padre: una pompa di benzina persa nel nulla, i calanchi di Montalbano, i picchi delle dolomiti lucane. E immaginavo. Western con protagoniste donne, come me e le mie sorelle. Film di briganti, anzi di brigantesse. Storie misteriose, di persone scomparse. Era il paesaggio stesso che mi parlava. E ha continuato a farlo anche quando la macchina era invece una Panda verde e a guidarla ero io, molti anni dopo. Così sono nati, fra gli altri, i romanzi di Imma Tataranni. Suggeriti da quella terra aspra, dalla bellezza struggente e scontrosa, alla quale mi sono divertita ad aggiungere un contrappunto comico, i tacchi coloratissimi di una donna coraggiosa e caparbia, a volte scorbutica ma sempre sprizzante vitalità e profondamente umana. Fra me e i luoghi si è creato un dialogo sempre più serrato.
Il mio primo romanzo, Mille anni che sto qui, parlava della Basilicata all’indomani dell’Unità d’Italia. Mentre lo presentavo qua e là per la regione scoprivo nuovi luoghi, nuove storie. Mi incantavo un’altra volta. Ed ecco le indagini di Imma Tataranni, Come piante tra i sassi, Maltempo, Rione Serra Venerdì, Via del Riscatto. Ritratti della Basilicata di oggi, col suo cuore antico e le strutture fantascientifiche del Centro di Geodesia, i vecchi con la coppola e gli occhiali da sole ancora seduti su un muretto a guardare l’orizzonte, i paesi arroccati, i boschi tappezzati di ciclamini, gli impianti per l’estrazione del petrolio. Le storie mi chiamavano, raccontate da quelli che incontravo per caso, o evocate da un’antica masseria ormai disabitata.
Il Sostituto Procuratore Tataranni, investigando, mi portava con sé in ogni angolo di questo territorio ancora in buona parte inesplorato, nella murgia odorosa di timo, nelle chiese rupestri, nei borghi abbandonati per l’erosione, l’emigrazione, o un antico eccidio cancellato dalla Storia. Ma poi Imma, esuberante com’è, è uscita dalle pagine col suo tacco dodici e i vestiti strampalati che ormai fanno tendenza, e ha iniziato a vivere sullo schermo. Bucandolo. Con quel suo piglio nello stesso tempo goffo e deciso si è portata dietro donne del Nord e del Sud, ragazzi, bambini, vecchi. Lei che non ha mai mosso un dito per piacere a qualcuno, alla fine è piaciuta a tutti. E allora sono io che ho iniziato ad arrancarle dietro. Mi sono ritrovata sui set dove si girava la fiction. Mi sono emozionata vedendo i luoghi che avevo trasfigurato nei ricordi e nelle fantasie, popolati da personaggi partoriti dalla mia immaginazione. L’antica masseria Venusio, sulla strada per Ginosa, con i suoi terreni ancora incontaminati, senza una pala eolica, un pannello solare, un palo della luce. Mucche, solo mucche. Olivi secolari. Cavalli che correvano liberi. E poi un passaggio a livello. Una diga. Il santuario di Picciano. Un palazzo nobiliare dai soffitti affrescati, con la grande terrazza che domina i Sassi di Matera. Il location manager, Franco Campagna, mi ha guidata per quella terra che avevo portato nelle pagine, la stessa che con lavoro certosino, insieme al regista, lui ha restituito sullo schermo. Mi ha parlato dei fossili che raccoglievano da bambini, nei calanchi. Di paesi abbandonati che nessuno più conosce. Di cunicoli sotterranei e luoghi segreti. La mia fantasia si è accesa di nuovo.
La Basilicata parla ancora nell’ultimo libro di Imma Tataranni, Ecchecavolo, nato anche da questi nuovi incontri. Fra un’indagine e l’altra, mentre nell’incertezza di un passo da compiere i pensieri le fuggono verso il bel Calogiuri, questa volta la piemme vorrebbe farle lei, le leggi, invece di applicarle e basta. E fra le altre inventa Gli Smontatori. Dove immagina di poter rimuovere tutti gli orpelli che rovinano il paesaggio. I ripetitori satellitari, i capannoni, le scalinate di marmo appiccicate alla murgia Timone sulla base di un progetto che vuole portare il turismo di massa in una terra di eremiti. Un sacrilegio, per lei.
Ed eccola che si altera e scalpita: «Perché non andava bene così com’era, la murgia, coi suoi sentieri misteriosi che la percorrevano come vene, appena leggibili in mezzo alla brughiera. Coi suoi gigli selvatici, le sue grotte, le tracce di antiche abitazioni spesso ridotte a un mucchio di pietre dove solo un occhio allenato poteva distinguere l’intervento umano. La grande opera del tempo, composta dai secoli, montata e smontata infinite volte da terremoti, alluvioni e bradisismo fino a raggiungere la perfezione». Naturalmente non riuscirà a proteggerla, questa perfezione, ma è come don Chisciotte, la dottoressa: se non vince, avvince. Con la forza dei suoi pensieri.
E il paesaggio la ricambia facendole un regalo prezioso: «Ma poi arrivava sulla cima di un dosso e di lassù, nella luce del pomeriggio, la colpiva l’evidenza dell’azzurro e del verde, punteggiato dal grigio elegante delle rocce e dal bianco delle margherite. La bellezza serena della valle sottostante, con una casetta di pietra mezza interrata e un alberello scenografico a guarnire un crinale in lontananza, le accarezzava la vista. Momentaneamente riconciliata da tanta armonia, proclamava là per là un’amnistia per il genere umano, salvandolo in extremis, come fece quella volta dio con Noè». Una riconciliazione che il paesaggio della Basilicata non manca mai di regalare a chi di persona, o attraverso gli occhi della dottoressa Tataranni, sa guardarlo con il dovuto rispetto.
Sul Venerdì del 26 novembre 2021