✕

Torna "Hollywood Babilonia", il libro scandalo sulla città del cinema

Il “grande sonno” di Marylin Monroe (Kenneth Anger Collection) 
Nuova edizione per la raccolta di delitti e perversioni delle star firmata da Kenneth Anger. Che però finì per rafforzare il mito della fabbrica dei sogni
5 minuti di lettura

Il cinema entra presto nella vita di Kenneth Anger. Ha solo un paio d’anni (è nato nel 1927), quando la nonna lo porta a vedere The Singing Fool con Al Jolson. La platea va in visibilio di fronte a Jolson che, in un film ancora prevalentemente muto, esclama: «E non avete ancora sentito niente». A soli dieci anni, Kenneth dirige il suo primo film, girato in 16 millimetri con la pellicola restata inutilizzata dopo una gita di famiglia allo Yosemite Park. Lo intitola Ferdinand the Bull; lui interpreta un matador, due suoi compagni di classe impersonano il toro. A quattordici anni arriva il secondo film: nei tre minuti di girato si vede un albero di Natale, prima addobbato, poi dato alle fiamme. Presagio, forse, di quella che sarebbe stata la vita di Anger.

Lo scrittore e regista Kenneth Anger: è nato a Santa Monica nel 1927 (Kenneth Anger Collection) 

Cineasta …

Il cinema entra presto nella vita di Kenneth Anger. Ha solo un paio d’anni (è nato nel 1927), quando la nonna lo porta a vedere The Singing Fool con Al Jolson. La platea va in visibilio di fronte a Jolson che, in un film ancora prevalentemente muto, esclama: «E non avete ancora sentito niente». A soli dieci anni, Kenneth dirige il suo primo film, girato in 16 millimetri con la pellicola restata inutilizzata dopo una gita di famiglia allo Yosemite Park. Lo intitola Ferdinand the Bull; lui interpreta un matador, due suoi compagni di classe impersonano il toro. A quattordici anni arriva il secondo film: nei tre minuti di girato si vede un albero di Natale, prima addobbato, poi dato alle fiamme. Presagio, forse, di quella che sarebbe stata la vita di Anger.

Lo scrittore e regista Kenneth Anger: è nato a Santa Monica nel 1927 (Kenneth Anger Collection) 

Cineasta sperimentale, pioniere dei diritti gay, protagonista della controcultura, scrittore scandaloso, collaboratore di Alfred Kinsey per i suoi studi sulla sessualità, seguace delle dottrine dell’occulto, esaltato da Jean Cocteau e Martin Scorsese, Kenneth Anger è oggi riconosciuto come uno degli artisti più visionari che abbiano mai attraversato Hollywood. Non è sempre stato così. Un suo film del 1947, Fireworks – delirio omoerotico in cui muscolosi marinai seviziano un ragazzo interpretato da Anger stesso – viene sequestrato dagli agenti che fanno irruzione al Coronet Theater di Los Angeles. Il caso arriva alla Corte Suprema della California, che spiega che «l’omosessualità è più antica di Sodoma e Gomorra». Anger viene assolto. La storia rafforza la sua fama di enfant prodige, ma gli guadagna pochissime simpatie a Hollywood. Di lì a poco Anger la abbandonerà per sbarcare nella più tollerante Francia.

Stessa sorte – molto scandalo, scarsa simpatia – incontra Hollywood Babilonia, il libro che il 9 dicembre Adelphi ripubblica, sempre nella traduzione di Ida Omboni (la prima edizione italiana, sempre per Adelphi, è del 1979). La storia di questa «scatola di bonbon avvelenati» (definizione del New York Times) è lunga. Anger lo scrive a fine anni Cinquanta, nel momento in cui ha bisogno di fare un po’ di soldi. Lo pubblica in Francia, perché l’America di quegli anni è troppo bigotta per tollerare la distruzione della sua fabbrica dei sogni. Una prima edizione americana, nel 1965, viene messa al bando. Bisogna aspettare il 1975 perché Hollywood Babylon sia disponibile negli Stati Uniti. A quel punto, il pubblico americano appare più pronto ad accogliere lo spietato “dietro le quinte” di Anger. La Hollywood che lui racconta è un luogo di sogni spezzati e di morti violente, di povere starlet e di orge sfrenate, di barbiturici e pistole, di gangster e pedofili, di alcol e marchette, di coca e cartone.

«Maniaci e drogati»

Il titolo del libro si ispira all’immensa Babilonia che D. W. Griffith mette in piedi nel 1915, a poca distanza dal Sunset Boulevard, per il set di Intolerance: una superfetazione folle di giardini pensili, elefanti in gesso, colonne e scalinate, cieli infiniti e quattromila comparse a impersonare soldati persiani e schiavi etiopi, danzatrici, eunuchi, nobili e sacerdoti. Anni dopo il fiasco clamoroso del film, questa Babilonia in cartapesta è ancora lì, cadente e avvolta dalle erbacce, monumento alla grandezza infranta del regista e sfida per la nascente città del cinema. Quella città del cinema, racconta Anger, creata all’alba del Novecento da un gruppetto di commercianti ebrei, attirati in California dalla prospettiva di buoni guadagni e dai 365 giorni di sole all’anno. Sono loro che, a forza di macchine da presa pirata, figuranti sconosciuti e filmetti primitivi, inventano la Settima Arte. Qualche anno dopo quegli esordi avventurosi, gli americani si accalcano nei cinema per vedere i loro eroi prediletti: la piccola Mary Pickford e la regina del sesso Theda Bara (in realtà si chiamava Theodosia Goodman ed era figlia di un sarto ebreo dell’Ohio; in molti lo sapevano, ma la forza dell’illusione cancellava tutto).

Nasce allora lo star system, e con esso la più grande macchina produttrice di miti dell’età moderna. Fin da subito, la colonia di Hollywood appare dominata, oltre che da una travolgente attività creativa, da una propensione al divertimento e all’infrazione dei tabù vittoriani. Nel 1916 il santone e scrittore inglese Aleister Crowley arriva a Hollywood e nota: «i cinematografari, una banda di maniaci sessuali pazzi di droga». Sono note le preferenze di Griffith per le quasi-bambine; si vocifera di una relazione incestuosa tra le sorelle Lilian e Dorothy Gish; tra le Bellezze al Bagno di Mack Sennett ci sono Gloria Swanson e Carole Lombard e uno dei requisiti per entrare nel gruppo è compiacere il potentissimo produttore. A quegli anni risalgono anche i primi scandali pubblici. Olive Thomas, «la ragazza americana ideale», si avvelena in un hotel di Parigi. Era sposata con Jack Pickford, con il quale componeva «la coppia americana ideale». Si scoprirà che si è uccisa per non aver trovato la droga necessaria a lei e a Jack. Di lì a poco scoppia un altro scandalo. Il comico Fatty Arbuckle, ex idraulico e macchina da soldi con le sue farse per Paramount, viene accusato di aver stuprato e ucciso una stellina dell’epoca, Virginia Rappe, durante una notte di baldoria in un hotel di San Francisco. Al processo, Fatty viene assolto ma la sua risata si spegne per sempre. Morirà, alcolizzato e abbandonato da tutti, a quarantasei anni.

Fatty Arbuckle, star delle comiche: nel 1921 fu accusato di aver stuprato e ucciso una ragazza in una camera d’albergo (Kenneth Anger Collection) 

Il racconto del periodo 1920-1940 è forse la parte migliore del libro. Trecento pagine dopo, giunti alla fine degli anni Sessanta, Anger ha snocciolato una serie infinita di scandali e cadute. C’è Charlie Chaplin e la sua predilezione per le “ninfette”: in particolare Lita Grey, che Chaplin sposa quando lei ha 16 anni («Beh ragazzi, è meglio del carcere», commenta al matrimonio) e che gli chiede una cospicua buonuscita al momento del divorzio. C’è la passione di Rudy Valentino per le donne dominatrici. C’è Errol Flynn, contro cui viene montato un processo per stupro che ha il fine nascosto di ricattare e spillare soldi agli studios. C’è Johnny Stompanato, il gangster amante di Lana Turner, ucciso dalla figlia di lei per i continui abusi. La scena di Turner in tribunale, tra pianti e svenimenti, è la migliore mai recitata dall’attrice.

Il gusto del macabro

Anger non si fa problemi a pubblicare immagini macabre. Del resto, se fumettone la storia di Hollywood deve essere, lo sia fino in fondo. Nel ricco apparato iconografico che accompagna il libro, c’è il cadavere insanguinato di Jayne Mansfield sbalzato fuori dall’auto dopo l’incidente che le è fatale. In alcuni casi è evidente la simpatia di Anger per i suoi personaggi. Tra questi Mae West, libera e geniale, capace di coniare battute come: «È una pistola che hai lì in tasca o sei solo contento di vedermi?». O anche Frances Farmer, ribelle piena di talento che finisce in carcere e poi in manicomio «per il rifiuto di hollywoodarsi». In altre occasioni, Anger inventa. Come quando scrive che Clara Bow, simbolo dei Ruggenti anni Venti, si porta a letto l’intera squadra di football della University of California, tra cui John Wayne. O quando racconta il suicidio della star messicana Lupe Vélez, morta per soffocamento nel suo vomito, con la testa nel water, dopo aver ingerito 500 pillole di Seconal. In realtà l’attrice, celebre per la tempestosa relazione con Johnny Weissmuller, era stata trovata riversa sul pavimento.

Una scena di Intolerance (1916) di David W. Griffith ambientata nell’antica Babilonia (Getty Images) 

Non è del resto per il rigore delle fonti che Anger ha scritto il libro. Con le sue frasi brevi e secche, il tono sarcastico, le foto che sprizzano sesso e morte, Hollywood Babilonia si ispira e contemporaneamente fa la satira di quel mondo di riviste del pettegolezzo che hanno accompagnato il trionfo dell’industria del cinema. Shock, repulsione, oltraggio sono i sentimenti che Anger sembra voler suscitare. Pretendendo di desacralizzare stelle e miti di Hollywood, alla fine però li ricompone in un suo personale empireo, in una galleria di feticci da ri-sognare ogni volta, in un racconto collettivo del più grande tema americano: quello del Sogno – la conquista del confine, del successo, del sesso, del denaro, della libertà – sempre seguito dalla Caduta. Non è un caso che il libro inizi con la follia visionaria di Griffith e si concluda con la sequenza tagliata per ordine dei produttori dal film Moulin Rouge, «perché troppo deprimente». Nella scena imputata si cantava: «Io cammino lungo la strada del dolore: Il Viale dei Sogni Infranti / dove Gigolo e Gigolette / possono darsi un bacio – senza rimpianti – per dimenticare i loro sogni infranti».

Sul Venerdì del 26 novembre 2021