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La città invisibile si vede ancora benissimo. A Ivrea

La scala del Palazzo uffici 1, (1960-1964) di Gian Antonio Bernasconi, Annibale Fiocchi e Marcello Nizzoli (Courtesy Francesco Mattuzzi e Fondazione Adriano Olivetti)
  
SPECIALE VIAGGI Che cosa resta delle visioni di Camillo e Adriano Olivetti? Tranne (ahinoi) la produzione di macchine da scrivere e computer, praticamente tutto: dalla fabbrica trasparente a Talponia. Ed è da qui che inizia il nostro tour
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IVREA. Il simulacro è una passeggiata lunga due chilometri sull’asse di via Jervis, dalle parti della stazione, non lontano dalla “cerulea Dora”. Qui Adriano Olivetti si ricollegò alla prima visione di suo padre Camillo e le diede corpo, forma, mattoni, cristalli, cemento e anima. Non esiste al mondo un luogo così. Ora lo hanno chiamato MaAM, l’acronimo per Museo a cielo aperto dell’Architettura Moderna. È la porzione di territorio che, da sola, vale il viaggio nell’antica Eporedia (gli abitanti di Ivrea si chiamano infatti eporediesi), fondata dai romani attorno all’anno 100 avanti Cristo su un abitato celtico, e famosissima per il suo Carnevale e per la battaglia delle arance. Ma la storia accelerò con Adriano Olivetti, che nel 1932 prese a governare l’azienda del padre, quel socialista barbuto come Tolstoj, e la resse fino al 1960, quando morì d’infarto su un treno per la Svizzera.

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IVREA. Il simulacro è una passeggiata lunga due chilometri sull’asse di via Jervis, dalle parti della stazione, non lontano dalla “cerulea Dora”. Qui Adriano Olivetti si ricollegò alla prima visione di suo padre Camillo e le diede corpo, forma, mattoni, cristalli, cemento e anima. Non esiste al mondo un luogo così. Ora lo hanno chiamato MaAM, l’acronimo per Museo a cielo aperto dell’Architettura Moderna. È la porzione di territorio che, da sola, vale il viaggio nell’antica Eporedia (gli abitanti di Ivrea si chiamano infatti eporediesi), fondata dai romani attorno all’anno 100 avanti Cristo su un abitato celtico, e famosissima per il suo Carnevale e per la battaglia delle arance. Ma la storia accelerò con Adriano Olivetti, che nel 1932 prese a governare l’azienda del padre, quel socialista barbuto come Tolstoj, e la resse fino al 1960, quando morì d’infarto su un treno per la Svizzera.

Adriano Olivetti (1901-1960) 

 

Qui, lungo via Jervis, Adriano chiamò i più grandi architetti e urbanisti dell’epoca, Luigi Figini, Gino Pollini, Carlo Scarpa, Marco Zanuso, Franco Albini, e chiese loro di realizzare un intero universo sotto l’ala del Razionalismo. Ne nacque quasi una “città invisibile” alla Italo Calvino, però ancora visibilissima oggi, attorno alla “fabbrica di vetro” e a un’idea portante: che il lavoro, la produzione, la manualità operaia, la creatività tecnica, insomma quell’arco teso dal tecnigrafo alla chiave inglese e ai tasti di una macchina per scrivere, e poi di un computer, potessero incontrarsi con una migliore qualità della vita. E la qualità della vita s’incarna anche nei luoghi dove viviamo. Per questo si spalancano ancora gli occhi, passeggiando nelle strade di un antichissimo futuro dove una teoria di “totem” ci svela la destinazione originaria di ognuno dei diciotto edifici presenti. Ed ecco, come nella sfilata di grandi attori al termine dello spettacolo in attesa dell’ultimo applauso, le Officine Ico, il centro dei servizi sociali, il leggendario asilo nido, le case popolari di Borgo Olivetti, la centrale termica, il centro studi ed esperienze, la falegnameria, l’Officina H, la mensa aziendale col circolo ricreativo, le case dei dirigenti, la casa per famiglie numerose con i piccoli giardini di pertinenza, il palazzo degli uffici e l’incredibile Unità Residenza Ovest, meglio conosciuta come Talponia. Partiamo da qui.

Il nome ricorda Walt Disney, non solo Calvino. E gli oblò che sbucano tra l’erba come periscopi ci suggeriscono la presenza del mitico condominio interrato che campeggia nei manuali di architettura: vale a dire 13 alloggi “duplex” e 72 “simplex”, collegati da una strada coperta. C’è chi li ha acquistati e adesso abita una porzione di storia del design e della sociologia, dell’urbanistica e dell’antropologia. Alcuni di questi palazzi Olivetti funzionano ancora: sono corpi vivi, non soltanto testimonianze. Sull’asse di via Jervis troviamo le aule universitarie di Scienze infermieristiche e il teatro nell’ex Officina H, invece l’asilo è stato chiuso per la messa a norma che prima o poi sarà completata. Ma guardarlo così, tra tavoli colorati e blocchi di pietra, con tutto quel verde che circonda pure la fabbrica dove gli operai lavoravano con gli alberi negli occhi, è sempre un conforto. Che il futuro, forse, si sia preso solo una pausa dopo la triste polverizzazione dell’Olivetti (potevamo essere noi, la Silicon Valley italiana, invece siamo diventati un museo) lo dimostra il progetto di recupero della fabbrica di Mattoni Rossi, caposaldo dell’azienda voluto dal patriarca Camillo: oggi il gruppo Icona ha radunato 18 soci che hanno seguito Andrea Ardissone e Alberto Zambolin nell’idea di collocare qui un centro di innovazione, cultura e welfare che di certo non sarebbe spiaciuto al fondatore e al figlio, due incredibili visionari pur essendo anche due padroni. «La civiltà di un popolo» scrisse Adriano Olivetti «si riconosce dal numero, dall’importanza, dall’adeguatezza delle strutture sociali, dalla misura in cui è esaltato e protetto tutto ciò che serve alla cultura, e, in una parola, all’elevamento spirituale e materiale dei nostri figli: ma questo apparato sociale è ancora il privilegio di pochi».

l’Hotel La Serra progettato da Iginio Cappai e Pietro Mainardis (Courtesy Francesco Mattuzzi e Fondazione Adriano Olivetti)
  

A legare passato e futuro c’è l’Archivio storico Olivetti che propone, anche in tour virtuale, le cento opere dei 32 artisti coinvolti nell’utopia che vide uno scrittore come Paolo Volponi, autore dell’indimenticabile Corporale, a capo del personale dell’azienda, e poi intellettuali come Franco Ferrarotti e Furio Colombo accanto ad Adriano in quello che fu anche un progetto editoriale e politico. Ai margini, ma solo geograficamente, c’è l’ex albergo La Serra sulla collina, bizzarro edificio a forma di macchina per scrivere: conteneva 55 micro abitazioni ed è una delle icone di quel lungo cammino interrotto ma non dimenticato.

Camillo Olivetti (1868-1943) (Alamy / Ipa) 
Non è un caso che il 1° luglio 2018 Ivrea sia diventata Città industriale del XX secolo e patrimonio mondiale dell’Unesco, proprio per l’unicità della sua proposta. Ancora sorprendono le pareti di cristallo della fabbrica, dove tutto sembra riflettere tutto. Non appaiono di questo mondo, e meno che mai del mondo del lavoro, i portici e le fontane, le pergole e le panchine (Gianni Mura, inseparabile dalla sua Lettera 32, misurava il grado di civiltà di un luogo dal numero di panchine). E non può non sorprendere, a distanza di tanto tempo, il binomio di risultati tecnici e dimensione umana, qui dove vennero inventate la Lettera 22 di Marcello Nizzoli e la Valentine di Ettore Sottsass, la prima macchina per le divisioni meccaniche (la Divisumma), il primo calcolatore di seconda generazione, l’Elea 9000, e soprattutto il Programma 101 (firmato da Mario Bellini) primo personal computer della storia che bruciò sul tempo l’Ibm.

Insomma, Ivrea come autentico laboratorio urbanistico, industriale e sociale che per essere davvero compreso non può prescindere da quella che fu la mensa aziendale, un esagono immerso nel verde: tre piani sfalsati tra collinette, balconate, passerelle e scale dove si servivano 9 mila pasti al giorno, e gli operai potevano sostare all’ombra delle fioriere per ammirare il paesaggio. C’era anche lo spazio per la lettura: una pausa e poi si andava al lavoro senza il sospetto di essere soltanto macchine produttive, robot al servizio del capitale. Una sensazione, o forse una suggestione che a Ivrea ancora resiste, in questa bellissima luce d’inverno.

(Sul Venerdì del 26 novembre 2021)