Come si vedono i ricchi d'Italia
di Riccardo Staglianò , di Riccardo StaglianòDi cosa parliamo quando parliamo di ricchezza? Chiedi a un povero e potrebbe farti mille vividi esempi, tanti quanti le cose che vorrebbe e non può permettersi. Chiedi a un ricco e di colpo la faccenda si fa terribilmente vaga. "Secondo me la ricchezza è nei valori che una persona ha, nella sua conoscenza, nella sua capacità e questo può anche portare dei frutti in termini monetari" la butta in poesia uno dei ventisei intervistati del Rapporto sulla ricchezza realizzato da Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! (con la supervisione di Mario Pianta), per conto della sezione fiorentina della Scuola Normale superiore. "Più della ricchezza monetaria è la ricchezza interiore" a contare scapola un altro. E poi tutto è relativo: "A Milano con un milione di euro puoi comprare una casa di 100 metri quadrati e non sei certamente ricco". Per non dire delle altre spese che la qualifica comporta: "Il cost…
Di cosa parliamo quando parliamo di ricchezza? Chiedi a un povero e potrebbe farti mille vividi esempi, tanti quanti le cose che vorrebbe e non può permettersi. Chiedi a un ricco e di colpo la faccenda si fa terribilmente vaga. "Secondo me la ricchezza è nei valori che una persona ha, nella sua conoscenza, nella sua capacità e questo può anche portare dei frutti in termini monetari" la butta in poesia uno dei ventisei intervistati del Rapporto sulla ricchezza realizzato da Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! (con la supervisione di Mario Pianta), per conto della sezione fiorentina della Scuola Normale superiore. "Più della ricchezza monetaria è la ricchezza interiore" a contare scapola un altro. E poi tutto è relativo: "A Milano con un milione di euro puoi comprare una casa di 100 metri quadrati e non sei certamente ricco". Per non dire delle altre spese che la qualifica comporta: "Il costo per un figlio in un collegio privato è di 100 mila euro l'anno. Se vuoi fare delle vacanze da ricchi, in club esclusivi sono altri 100 mila euro l'anno. Altri 100 mila euro se ne vanno per l'affitto, 500 mila euro nelle imposte. Con un milione non sei certo un ricco globale". Insomma, come la bellezza secondo Shakespeare, la ricchezza sarebbe tutta nell'occhio di chi guarda. D'altronde già John Kenneth Galbraith, in La società opulenta, avvertiva che "di tutte le classi sociali i ricchi sono i più notati e i meno studiati". Da qui il rapporto che tenta di fissare alcuni punti saldi in un dibattito sorprendentemente flou.
Le unità di misura
Le frasi sopracitate non sono attribuite perché l'anonimato era la condizione per parlare. Persone, tranne alcuni interpellati come esperti, con redditi oltre i 100 mila euro annui o un patrimonio superiore al milione. Nella lista molti nomi noti, da Oscar Farinetti di Eataly ad Alessandro Profumo, a capo di Finmeccanica, da Alberto Bombassei patron di Brembo fino a Guido Maria Brera del Fondo Kairos. Non sappiamo chi ha detto cosa, però alcune interessanti tendenze nella loro auto-rappresentazione emergono. Il primo paletto è definitorio. Una cosa sono i redditi, l'altra il patrimonio. Quanto alla prima unità di misura nel nostro Paese si dice benestante chi guadagna tra 70 e 100 mila euro all'anno (l'1,49 per cento dei contribuenti), il ricco sta tra 100 e 300 (1,01), il super-ricco oltre i 300 mila (0,10). Se si pesa il patrimonio, invece, una catalogazione del Credit Suisse considera ricchi quelli sopra 1 milione e super-ricchi quelli sopra 50. Ma l'aspetto più problematico riguarda la distribuzione. "Il 10 per cento delle famiglie più ricche" si legge "possiede quasi il 45 per cento della ricchezza totale, mentre riceve il 27 per cento del reddito. Il 50 per cento delle famiglie più povere dispone di appena il 10 per cento della ricchezza totale". Giovanni Ferrero, mister Nutella, con i suoi 34 miliardi e spicci varrebbe finanziariamente quanto trecentomila italiani poveri.
Cattolici e protestanti
Gli ordini di grandezza, però, erano noti e il rapporto non fa che collezionarli. La novità sta nel racconto che fanno di sé gli happy few. Intanto la ritrosia a definirsi tali. "C'è un ostacolo culturale" dice Marcon, che ha compiuto la stragrande maggioranza delle interviste, durate da un minimo di 45 minuti fino a un massimo di quasi quattro ore, "ha a che fare con la differenza tra cattolicesimo e protestantesimo dove il successo corrisponde all'idea di predestinazione e quindi se ne parla liberamente. E poi, probabilmente, il gran tabù dell'evasione fiscale, che nessuno vuole affrontare". Quanto alla disuguaglianza, parola molto di moda, il grosso del campione concorda sul fatto che non siano le tasse lo strumento giusto per ridurla. "Il classico tormentone" dice Marcon "è che sono troppe, sono tartassati. Per loro la via maestra è creare posti di lavoro attraverso le imprese". Ma il mito della trickle down economy, per cui il benessere sgocciolerebbe dagli imprenditori agli operai, è stato abbondantemente smantellato da Joseph Stiglitz e non ci crede più nemmeno il Fondo monetario internazionale. Marcon: "La leva più importante per mitigarle è l'education mi ha detto uno, in inglese, mentre un altro faceva notare che l'istruzione porta frutti, ma serve una generazione, e nel frattempo?". Un altro suggeriva di "aumentare il welfare piuttosto", ma senza tasse come lo finanzi? L'origine delle grandi ricchezze resta spesso familiare. Non sarebbe il caso di rimettere mano alle imposte di successione come Enrico Letta, per un attimo, ha fatto notare? ""La tassazione sugli asset ereditari non ha mai portato molto gettito" è una delle risposte che ho ricevuto. Però oggi la franchigia è di un milione per figlio: se hai tre figli puoi lasciare loro tre milioni senza pagare un euro di imposta. Decisamente troppo, no?".
Lo Stato nemico
La cosa che l'ha più colpito, dopo queste conversazioni via Zoom con occasionali sfondi di baite di montagna o piscine permanentemente assolate, è l'indisponibilità degli intervistati a considerarsi classe dirigente: "È come se, più che protagonisti della direzione in cui va il Paese, si sentissero passeggeri, trasportati da scelte altrui. C'è un sospetto nei confronti dello Stato, una sfiducia nel pubblico, impensabili in Germania e in Francia. Lo Stato dev'essere minimo e se proprio deve fare qualcosa aiuti le imprese". L'intervistatore ha fatto anche notare come, negli Stati uniti, Warren Buffett abbia denunciato l'assurdità che lui paghi meno tasse della sua segretaria e ha ricordato come la proposta di Bush di ridurre le tasse di successione spinse un gruppo di milionari americani a comprare pagine di pubblicità sui principali giornali per mettere a verbale la loro contrarietà: perché da noi non succede? Silenzio.
Sul Venerdì del 26 novembre 2021