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Spia, spia... la vita segreta dall'album della Stasi

Messa in scena degli arresti
A volte i dissidenti erano obbligati a rivivere di fronte alla macchina fotografica il proprio arresto. La messa
in scena aveva uno scopo formativo, preparava gli agenti all’azione, ed era particolarmente crudele nel caso di persone condannate a lunghe pene detentive. 
Era il più efficiente e paranoico dei servizi, ma anche il più grottesco. Come dimostrano le foto scattate dagli stessi agenti dell’ex Ddr e raccolte ora in un libro da Simon Menner
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BERLINO. Un giorno il grande poeta di Berlino Est, Uwe Kolbe, ci raccontò il trauma di quando scoprì che il padre era stato un alto ufficiale della Stasi. Ci guardò a lungo negli occhi, poi aggiunse che anche lo zio era stato una spia dei temibili servizi segreti dell’Est. «Ma, almeno, ha avuto la decenza di suicidarsi». È inimmaginabile il dolore che milioni di tedeschi dell’Est provarono all’apertura degli archivi della Stasi, due anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Quando scoprirono di essere stati denunciati agli uomini di Erich Mielke da amici, mariti, compagne, figli. 

Il protagonista del capolavoro di Florian Henckel von Donnersmarck, Le vite degli altri, l’attore Erich Muehe, era stato osservato per anni di nascosto da sua moglie. La berlinese Vera Lengsfeld, oppositrice finita in carcere durante la dittatura di Honecker, scoprì che a tradirla era stato il marito. A distanza di trent’anni, …

BERLINO. Un giorno il grande poeta di Berlino Est, Uwe Kolbe, ci raccontò il trauma di quando scoprì che il padre era stato un alto ufficiale della Stasi. Ci guardò a lungo negli occhi, poi aggiunse che anche lo zio era stato una spia dei temibili servizi segreti dell’Est. «Ma, almeno, ha avuto la decenza di suicidarsi». È inimmaginabile il dolore che milioni di tedeschi dell’Est provarono all’apertura degli archivi della Stasi, due anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Quando scoprirono di essere stati denunciati agli uomini di Erich Mielke da amici, mariti, compagne, figli. 

Il protagonista del capolavoro di Florian Henckel von Donnersmarck, Le vite degli altri, l’attore Erich Muehe, era stato osservato per anni di nascosto da sua moglie. La berlinese Vera Lengsfeld, oppositrice finita in carcere durante la dittatura di Honecker, scoprì che a tradirla era stato il marito. A distanza di trent’anni, la sera della confessione resta un buco nero nella sua testa. L’ha rimossa. E il geniale cantautore Wolf Biermann descrisse in pagine indimenticabili, sul settimanale Spiegel, le lacrime e le urla dei suoi compagni di stanza negli archivi della Stasi, quando le vittime scoprivano chi le aveva consegnate alla repressione di Stato.

La Stasi, nata poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale su modello cechista, divenne uno dei più pervasivi sistemi di repressione del blocco sovietico. La Cortina di ferro aveva diviso un popolo, e la nostalgia dell’Ovest, la tentazione della fuga, era più forte al di là dell’Elba, dove spesso vivevano famiglie o coppie dilaniate dalla separazione delle due Germanie. 

Segnali in codice
Gli aspiranti agenti dovevano imparare a trasmettere segnali segreti e anche in questo caso la formazione avveniva con appositi seminari. I modelli sono ritratti in piedi e appostati nelle auto. Non è possibile sapere oggi cosa significasse ogni singolo segnale. 

L’apparato di Mielke si era organizzato di conseguenza, sviluppando un sistema di spionaggio al limite della paranoia, infiltrando le famiglie, preparando le sue “barbe finte” e le sue azioni repressive fin nei minimi dettagli. Restano angoscianti le pagine dei romanzi di Christa Wolf su uno dei più tipici metodi di repressione psicologica: l’automobile con gli agenti eternamente parcheggiata sotto casa. Ma uno dei sistemi con cui le spie terrorizzavano le vittime è anche raccontata da un’altra grande romanziera, il premio Nobel Hertha Müller. Rumena della minoranza tedesca, perseguitata per anni dalla Securitate, i servizi segreti di Ceaucescu, Müller descrive nella sua straordinaria autobiografia un metodo di tortura psicologica che era anche tipico della tedesca Stasi. Quando gli agenti perquisivano gli appartamenti dei loro bersagli, spesso lasciavano una traccia del loro passaggio. Per mantenere viva la loro ansia da prigionieri, per opprimerli. Nel caso di Hertha Müller, un paio di spie si premurarono ogni volta di tagliare un pezzo di un suo tappeto. Il metodo della persecuzione della Stasi era stato definito ufficialmente nel 1976, dopo decenni di prassi e affinamento: Zersetzung, distruzione. E il bersaglio era anzitutto la psiche dei “ribelli”, presunti o veri. Si trattava di isolarli, umiliarli, spaventarli. Il dissidente Jürgen Fuchs parlò di un «attacco all’anima umana». Fuchs fu sottoposto a ben altre torture, dai suoi aguzzini: incarcerato per le sue attività da oppositore, fu bombardato di nascosto con materiale radioattivo. Morì dopo la caduta del Muro di una rarissima forma di cancro. 

Corrispondenze pericolose
Non solo dissidenti politici o cittadini sospetti. Ogni persona che imbucava una lettera in una casetta della posta sottoposta a sorveglianza veniva fotografata. Alcuni filmati mostrano come gli agenti, vestiti in abiti civili, vuotassero la cassetta della posta alla fine dell’azione di sorveglianza.  
Certo, poi c’erano gli aspetti grotteschi delle attività spionistiche, quelli illustrati nelle foto degli Archivi della Stasi selezionate dall’artista Simon Menner per il libro Top Secret, ora pubblicato in Italia da QRedizioni. Le barbe finte, le penne o gli oggetti quotidiani più banali che nascondevano macchine fotografiche e registratori. Ma anche l’ottusità dei servi del regime, degli zelanti agenti di Mielke. Il leggendario pastore protestante Rainer Eppelmann ci raccontò che quando nella sua parrocchia, dove celebrava le “messe blues” pacifiste, trovò le prime microspie nel telefono, corse dritto dritto dalla Stasi a denunciare il fatto. Gli agenti si finsero scioccati e gli dissero: «il nemico ti ascolta!». Eppelmann scoppiò a ridere. Successivamente scampò per due volte ai loro tentativi di ucciderlo. Anche Ines Geipel fu vittima dei medici arruolati dai servizi, che la costrinsero a operarsi e le stroncarono la carriera da atleta olimpica recidendole  brutalmente gli addominali. Ma prima di devastarle il futuro, tentarono di tutto. Geipel voleva scappare dalla Ddr perchè si era innamorata di un atleta messicano. Per convincerla a desistere, la Stasi non esitò a mandarle un seduttore dall’aspetto sudamericano. A volte la stupidità supera anche la più fervida fantasia.

Premio all’unità telefonica
Un’immagine della premiazione dell’Unità di sorveglianza telefonica. Certamente non una cerimonia standard. Sfortunatamente il testo sul certificato è illeggibile, non sappiamo quali risultati la Stasi abbia inteso premiare. 

Sul Venerdì del 26 novembre 2021