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Vicenza sotto la giusta prospettiva

Il Teatro Olimpico progettato da Palladio nel 1580 (Massimo Borchi / SIME / Siephoto)
  
SPECIALE VIAGGI Ovvero quella studiata, e applicata, nel Cinquecento da Andrea Palladio. Che ha ridisegnato la città. A partire dal Teatro Olimpico con la sua fuga verso Tebe...
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VICENZA. Per raccontare la città dell’oro – da sola produce un terzo dell’intera gioielleria italiana – ci vengono incontro pellicole indimenticabili che hanno immortalato le vie e le piazze di Vicenza, da La moglie del prete di Dino Risi, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni, a Casanova ’70 di Mario Monicelli, in cui c’è una splendida veduta del Teatro Olimpico. Progettato dall’architetto vicentino Andrea Palladio e costruito nel 1580, è il primo teatro al coperto della storia – nonché prototipo per molti altri a seguire – in cui lo splendido soffitto affrescato con le immagini di un cielo sereno viene messo in ombra dal palcoscenico, realizzato assieme a Vincenzo Scamozzi, un capolavoro dell’uso della prospettiva. La scena fissa della città di Tebe pare allungarsi all’infinito per le strade dell’antica Grecia e sembra impossibile pensare che il tutto sia profondo meno di un …

VICENZA. Per raccontare la città dell’oro – da sola produce un terzo dell’intera gioielleria italiana – ci vengono incontro pellicole indimenticabili che hanno immortalato le vie e le piazze di Vicenza, da La moglie del prete di Dino Risi, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni, a Casanova ’70 di Mario Monicelli, in cui c’è una splendida veduta del Teatro Olimpico. Progettato dall’architetto vicentino Andrea Palladio e costruito nel 1580, è il primo teatro al coperto della storia – nonché prototipo per molti altri a seguire – in cui lo splendido soffitto affrescato con le immagini di un cielo sereno viene messo in ombra dal palcoscenico, realizzato assieme a Vincenzo Scamozzi, un capolavoro dell’uso della prospettiva. La scena fissa della città di Tebe pare allungarsi all’infinito per le strade dell’antica Grecia e sembra impossibile pensare che il tutto sia profondo meno di un metro. Al contrario, non stupisce che l’opera, come l’intera città, sia parte del Patrimonio Unesco già dal 1994.

Come in molte città venete, passeggiando per le vie del centro si nota ancora l’impianto dell’antico castrum romano, con il decumano che è diventato il viale principale, in questo caso corso Palladio, e il foro Piazza “dei Signori”, locuzione con cui in veneto si distinguono le piazze della domenica dalle piazze di mercato, di solito piazze “delle Erbe” o “della Frutta”. Qui, nella piazza principale, si può ammirare una delle opere più famose del Palladio: la Basilica che, nonostante il nome, non ha nulla di religioso. È il palazzo della Ragione, l’antico luogo deputato all’amministrazione della giustizia, di cui Palladio si aggiudica il concorso di rifacimento riportando in auge uno strumento architettonico formidabile: la Serliana, scomparsa da secoli, che permette di armonizzare facciate irregolari tramite effetto ottico. Un edificio simbolo del palladianesimo.
Ma le architetture non sono solo in centro; Vicenza è circondata da una moltitudine di ville sparse per i piccoli comuni della campagna circostante, come Villa Capra, detta “La rotonda”, una delle massime realizzazioni del Palladio su pianta centrale a cupola, un unicum nell’architettura residenziale. Ma anche Villa Valmarana ai Nani, che ha gli interni completamente affrescati da Tiepolo.

Villa Almerico Capra detta La Rotonda (Mirco Toniolo / Errebi) 

Anche se nella città dell’architetto italiano più famoso al mondo manca una facoltà di Architettura, c’è un luogo di ricerca di eccellenza, il Palladio Museum, fondato negli anni 50: collabora con le principali università nazionali e internazionali, tra le quali Harvard, e organizza mostre temporanee. Nella sua collezione conserva modelli, disegni e progetti originali e ha sede in un edificio (Palazzo Barbarano) dello stesso Palladio.

“Veneziani gran signori, padovani gran dottori, vicentini magnagati, veronesi tutti matti” così recita una filastrocca di fine Ottocento. Sono state avanzate svariate ipotesi sull’epiteto che qualifica i vicentini e probabilmente non ha legami con la fame patita durante guerre o carestie, ma trova piuttosto fondamento nelle parlate locali, quando per dire “hai mangiato” in dialetto veneziano si pronunciava “ti ga magnà”, mentre nel dialetto antico vicentino si affermava “gatu magnà”. Questa pronuncia diede probabilmente origine all’epiteto “magnagati”, dato in senso dispregiativo ai vicentini dai veneziani, che notoriamente disprezzavano qualunque cosa sulla terraferma.

Messi da parte i giochi di parole, Vicenza è anche meta ideale per gustare piatti della tradizione veneta: pietanze semplici e povere ma gustose. Qualche esempio: il risotto coi bruscadoli, gli asparagi delle colline beriche, o ancora i bigoi co’ l’arna, bigoli all’uovo conditi con ragù d’anatra. Il piatto più tipico, che qui si consuma dal Quattrocento, è il bacalà a la vicentina, uno dei pochi secondi di pesce che si può ordinare accompagnato da un buon bicchiere di rosso senza che nessuno vi guardi male.

(Sul Venerdì del 26 novembre 2021)