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Il nostro Titanic

Il relitto della Costa Concordia, naufragata il 13 gennaio 2012 all'Isola del Giglio, fotografato due mesi dopo la tragedia  (Neri Fadigati / Agf) 
Lo schianto. Il panico. I soccorsi. Dieci anni dopo la tragedia della Concordia, gli abitanti del Giglio si raccontano: "Non siamo eroi, siamo gente di mare"
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Isola del Giglio (Grosseto). Il gigante è qui, non se n'è mai andato. Sparito dagli occhi, resiste nel tempo come certi fantasmi nei castelli. Qui sull'isola dove l'inverno è tornato a essere inverno, senza tutti gli stranierin che lavoravano sul relitto della nave, quando sembrava un eterno Ferragosto privo di allegria. Ora i ristoranti, la sera, sono di nuovo aperti soltanto poche ore, il molo è illuminato da una luce fioca e la gente del posto tira avanti e ricorda. Dicono che ormai al Giglio il tempo si calcoli dividendo la propria vita in ciò che è accaduto prima e dopo della Concordia, qualcosa di intimo, diverso dalle locuzioni globali che segnano la grande Storia nel resto del Pianeta. Dall'altra parte al Giglio la grande Storia è stata - ed è - la Concordia. Una notte d'inverno, nuvole basse e non troppo freddo, come oggi. Venerdì 13 gennaio 2012, un giorno di per sé disgraziato. Di sera…

Isola del Giglio (Grosseto). Il gigante è qui, non se n'è mai andato. Sparito dagli occhi, resiste nel tempo come certi fantasmi nei castelli. Qui sull'isola dove l'inverno è tornato a essere inverno, senza tutti gli stranierin che lavoravano sul relitto della nave, quando sembrava un eterno Ferragosto privo di allegria. Ora i ristoranti, la sera, sono di nuovo aperti soltanto poche ore, il molo è illuminato da una luce fioca e la gente del posto tira avanti e ricorda. Dicono che ormai al Giglio il tempo si calcoli dividendo la propria vita in ciò che è accaduto prima e dopo della Concordia, qualcosa di intimo, diverso dalle locuzioni globali che segnano la grande Storia nel resto del Pianeta. Dall'altra parte al Giglio la grande Storia è stata - ed è - la Concordia. Una notte d'inverno, nuvole basse e non troppo freddo, come oggi. Venerdì 13 gennaio 2012, un giorno di per sé disgraziato. Di sera, mentre la gente in casa guarda la tv, l'ammiraglia della Costa Crociere con 4.229 persone a bordo - la Concordia - si schianta contro gli scogli dietro alla Torre saracena e vaga a luci spente mossa da un leggero grecale prima di adagiarsi su un fondale inclinato all'altezza della punta della Gabbianara. Sullo scafo, uno squarcio lungo una settantina di metri.

IL PODCAST: VOCI DA UN NAUFRAGIO

Un naufragio senza burrasca, di fronte al molo rosso degli sbarchi dei traghetti. Dopo quel momento, sarà una lunga notte che non è finita neanche dopo il ritorno a casa dei feriti, l'ingegnosa rimozione della nave durata due anni e mezzo, la condanna del comandante Francesco Schettino, il recupero delle vittime risucchiate dalla nave o scomparse nelle voragini aperte a bordo, trascinate a fondo dal gorgo creato dalla Concordia stessa che affondava mentre in tanti cercavano di raggiungere gli scogli a nuoto. Giuseppe il musicista che aveva ceduto il posto sulla scialuppa. Jean Pierre annegato a un passo dalla salvezza. Dayana morta a cinque anni accanto al padre. Russel, il cameriere indiano, l'ultimo corpo recuperato quasi mille giorni dopo lo schianto. "Dio abbia pietà di Schettino perché noi non possiamo averne alcuna" disse il pm durante il processo.


Dieci anni fa, su questo stesso molo c'era un ragazzo che pescava e ascoltava musica con le cuffiette. Matteo Coppa, ormeggiatore di porto, allora come oggi. Allunga il braccio verso la boa gialla che delimita l'area ancora adesso interdetta per il restauro dei fondali: "L'ho vista sbandare proprio qui davanti" dice. Ha passato ore a raccogliere feriti con addosso la camicia strappata e il papillon della festa, aiutare mamme strette ai figli, allungare coperte agli anziani in ciabatte. "Uno dell'equipaggio mi ha affidato un bambino di pochi mesi. Piangeva disperato. L'ho tenuto in braccio fino a quando è spuntata una donna che me l'ha strappato via. Era sua madre: l'ho riconosciuta dagli occhi, grandi e azzurri come quelli del bambino. Sei mesi dopo, tornati per rivedere l'isola, li ho incontrati per caso nel negozio di souvenir della mia ragazza. Ci siamo abbracciati, i genitori mi hanno ringraziato. Ogni tanto ci sentiamo per scambiarci gli auguri". Un ricordo indelebile come quello della nave adagiata di fronte al porto che ognuno scorgeva dalla finestra di casa, dal bar del primo caffè, da scuola o dai tornanti della strada che da Giglio Castello scende verso il mare. "Tutte le mattine" ricorda Matteo "contavo i finestrini della nave inclinata per capire se scivolasse verso il fondo". In questi dieci anni, Matteo Coppa non si è mosso dall'isola e ha trovato nuovi amici tra i tecnici che hanno raddrizzato il gigantesco relitto per trainarlo lontano da lì, fino al porto di Genova. "È strano"  dice, "ora guardi verso gli scogli delle Scole ed è come se mancasse qualcosa...". Nostalgia per giorni irripetibili, per le persone incontrate. Sconosciuti, gente del Giglio ormai lontana. Come don Lorenzo. Da marzo ha lasciato l'isola e vive sul monte Amiata. "Laggiù però è rimasto il mio cuore" confida. Verso le dieci di sera, il prete venne avvisato da una parrocchiana e corse subito ad aprire la chiesa affacciata sul porto. "Sbarcavano infreddoliti e dagli armadi ho preso tutte le coperte e i miei maglioni. Un croupier peruviano l'ho accompagnato dentro casa: era bagnato, tremava come una foglia. Cinquecento persone sedute sulle panche, sul pavimento, ovunque. Intanto la gente del Giglio portava golf, scarpe, i panettoni avanzati da Natale e i volontari scaldavano il tè nei pentoloni. I sopravvissuti chiedevano solo di avvisare casa. Allora ho acceso il microfono delle prediche e li ho invitati nella stanza del computer per inviare una mail alle famiglie. Sapesse negli anni in quanti hanno continuato a mandarmi messaggi o dolci in regalo. Qualcuno mi ha pure rispedito il pullover lavato e stirato". Anche Vittoria Celli, la farmacista, ha lasciato il Giglio. "La notte del naufragio ero in vacanza fuori dall'isola e l'ho passata al telefono con la mia collega nella farmacia aperta. Abbiamo finito in poche ore le medicine, i pannolini, i biberon, tutto. Rientrata in fretta, nel porto ho trovato la tendopoli, i container. Sembrava un film. Oggi mi emoziona pensare alla reazione della gente. C'è chi, come suor Lina si è presa una polmonite stando in piedi tutta la notte".

La lapide commemorativa nel porto del Giglio. (Luigi Narici/Agf) 

Chi cerca suor Lina la trova dov'era dieci anni fa: nella scuola materna del Giglio. Entrata ragazza in convento, ne ha viste tante, come in Venezuela quando dopo un golpe si è ritrovata in mezzo ai carri armati. Mai niente come la Concordia, però. Seduta nella mensa della scuola, accarezza una lettera di ringraziamento inviata da una coppia della Valtellina. "Con le altre due suore ospitammo tante famiglie con bambini. Preparavamo latte caldo e coprivamo con le nostre giacche di lana chi aveva i vestiti bagnati". Si gira intorno: "C'era gente distesa persino sui tavoli da pranzo dei bambini. Quando se ne sono andati, siamo rimasti soli con la nave. Ogni mattina la vedevo dalla finestra di camera. Sembrava un moribondo abbandonato in terra. Sapere che lì sopra tanta gente c'era morta, era doloroso". Lì sopra, lo sa bene Mario Pellegrini cos'è successo. Dentro quel lunapark viaggiante diventato improvvisamente un gelido labirinto buio. Il Beauty bar e le discoteche, le palestre e i ristoranti dove godersi la vacanza erano un mondo capovolto dall'impatto con lo scoglio. Il granito conficcato nell'acciaio, l'acqua sulla nave che si piega come frastornata, i corridoi trasformati in pozzi profondi e implacabili, i salotti in acquari, le cabine in tombe. Pellegrini ha scritto un libro su quella notte: "Il primo a salire a bordo per soccorrere i passeggeri intrappolati" rivela la quarta di copertina. "È vero" racconta, "tiravamo su la gente con corde che tagliavano le mani. Impossibile orientarsi al buio, potevamo contare solo sul chiarore della luna che filtrava appena. Avanzavo lento e incrociavo gente in lacrime e bambini dagli occhi spaventati: ecco, quelli non li dimenticherò mai". Pellegrini rimase sei ore a bordo. "Non credevo di avere tanto sangue freddo..." confessa. All'epoca era vicesindaco, oggi si occupa di turismo. Ripensa al resto della storia, fino al lungo addio della Concordia.  "Tra operai e ragazze gigliesi si sono formate coppie che ora hanno avuto pure dei figli. Questo per dire quanto sono state lunghe le operazioni di rimozione...". Manovre che ricorda bene Sergio Ortelli, dopo tredici anni ancora sindaco del Giglio: "Non c'era scritto in nessun manuale come portar via una nave di quelle dimensioni che si spiaggia. Eppure, ci siamo riusciti. Una delle poche cose positive rimaste. Come la reazione dei tanti che hanno aperto bar e porte di casa agli sconosciuti. La generosità istintiva di chi vive in un'isola, gente abituata alla tempesta che oggi ha ritrovato i suoi silenzi invernali e della Concordia non parla più. Ma se vai a scavare, dentro ognuno ci trovi le immagini delle persone scalze sul molo e il dolore per i morti. Rincuora soltanto la consapevolezza che sarebbe potuta finire peggio. La Concordia si è adagiata sull'unico terrazzamento di roccia sott'acqua che gli ha permesso di non affondare. Poco più in là sarebbero morti in centinaia. Ci penso spesso: laggiù, a venticinque metri di profondità, c'è la statua del Cristo degli Abissi. Chissà, sarà stato questo a proteggerci".

In mare è così, la preghiera e i segni della natura. La fede e una carezza alla sorte. "Ero a fine turno, alle otto di sera, contento che fosse terminata la giornata perché era un venerdì 13" dice Massimo Bancalà, oggi in pensione, nel 2012 nostromo del traghetto Toremar che collega il Giglio a Porto Santo Stefano. È nato sull'isola e gli scogli delle Scole li conosce bene. Lì sopra, durante le operazioni di soccorso, trovò due persone che segnalavano la loro presenza con una lampadina. Racconta: "Li ho accompagnati con il gommone sino al porto. Uno parlava poco e aveva l'aria provata: era Schettino". E mentre il nostromo se ne stava in mare con la tuta termica, sul molo un ragazzo, Giorgio Fanciulli, studente di Ingegneria, con un vecchio Nokia scattava foto da caricare sulla pagina Facebook di Giglionews, il gruppo nato dalla sua passione per il giornalismo. "Furono le prime immagini della tragedia; qualche ora dopo mi ritrovai in collegamento con la Bbc" dice. Anche lui non ha dimenticato. Preferisce però pensare all'eredità di quel tempo sospeso come la nave inclinata sul mare che d'inverno proteggeva il porto dal vento da Nord. "Noi gigliesi ci possiamo scannare, dividere, ma sappiamo che quella notte senza un piano né ordini dall'alto siamo stati protagonisti dei soccorsi. Non c'è niente di eroico, ma tanto senso civico. La coscienza della gente di mare, educata a cavarsela da sola e a non dimenticare mai".

Sul Venerdì del 7 gennaio 2022