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Il tennis su ruote è un servizio vincente

Giulia Capocci durante un incontro agli Australian Open di Melbourne del 2019 (Getty images) 
Un’azienda vicino ad Asti produce carrozzine per sportivi disabili. È nata dall’incontro tra un imprenditore e un ingegnere. In una stanza d’ospedale
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BUTTIGLIERA D’ASTI (Asti).Tutto comincia dall’incontro tra Costantino e Beppe. Costantino ha avuto un incidente d’auto, Beppe una malattia alla colonna vertebrale. Undici anni fa si ritrovano nella stessa stanza d’ospedale, all’Unità Spinale del Cto di Torino, la numero 11, al terzo piano (i numeri in questa storia sono molto importanti). Costantino ha un’officina meccanica, Beppe è ingegnere, anche lui meccanico. Ora spostiamo la scena avanti, appunto, di un decennio abbondante. Siamo nella campagna chierese tra Torino e Asti, prati come una volta e lunghi sentieri. Costantino Perna, 56 anni, ci accoglie nella sua officina che ora si chiama Lab 3.11. Odore di ferro, la luce scende dalle vetrate. Costantino si sposta con l’aiuto di una stampella, a occhio è piuttosto in forma. Una brioche, un caffè alla macchinetta e comincia a raccontare. «Io e Beppe stavamo un po’ meglio, erano già passati diver…

BUTTIGLIERA D’ASTI (Asti).Tutto comincia dall’incontro tra Costantino e Beppe. Costantino ha avuto un incidente d’auto, Beppe una malattia alla colonna vertebrale. Undici anni fa si ritrovano nella stessa stanza d’ospedale, all’Unità Spinale del Cto di Torino, la numero 11, al terzo piano (i numeri in questa storia sono molto importanti). Costantino ha un’officina meccanica, Beppe è ingegnere, anche lui meccanico. Ora spostiamo la scena avanti, appunto, di un decennio abbondante. Siamo nella campagna chierese tra Torino e Asti, prati come una volta e lunghi sentieri. Costantino Perna, 56 anni, ci accoglie nella sua officina che ora si chiama Lab 3.11. Odore di ferro, la luce scende dalle vetrate. Costantino si sposta con l’aiuto di una stampella, a occhio è piuttosto in forma. Una brioche, un caffè alla macchinetta e comincia a raccontare. «Io e Beppe stavamo un po’ meglio, erano già passati diversi mesi dall’inizio del ricovero. All’Unità Spinale non si rimane mai poco, lì si ricostruiscono le persone. Il pomeriggio, nel programma di riabilitazione erano previste anche attività sportive in carrozzina. Io non ero tanto convinto perché non trovavo mai la carrozzina giusta, non mi sentivo a mio agio. Ci fecero provare il tennis. Beppe mi spronò. Cominciammo a capire che al disabile serve una carrozzina su misura, e non solo quando pratica sport. Allora ci guardammo negli occhi: tu disegni, io costruisco, dissi a Beppe. Inventiamoci qualcosa».

Costantino Perna, fondatore dell’azienda con Giuseppe Inghilterra e Massimo Maida (Claudia Greco/Agf) 

I due amici, nel frattempo uscirono dall’ospedale. Il recupero di Costantino è stato più rapido e più ampio di quello di Beppe Inghilterra, che prosegue il racconto: «Ci trovavamo il sabato e la domenica, pensavamo alle prime soluzioni tecniche, idee che poi avremmo brevettato. Il nostro obiettivo era realizzare una carrozzina completamente regolabile: è il mezzo tecnico a doversi adattare alla persona e non viceversa, è come un vestito su misura». Costantino, Beppe e un altro loro amico, Massimo Maida, anche lui imprenditore ma senza deficit fisici, decisero di fare sul serio e fondarono una società. Si chiama Lab 3.11: tre come il piano d’ospedale, undici come la stanza. Le loro ricerche e il loro lavoro hanno portato alla realizzazione e alla produzione di carrozzine di nuova generazione. Costantino ci guida tra i reparti dell’officina. «Il punto chiave è la manovrabilità: la persona deve sentirsi addosso la carrozzina, perfettamente. La mia storia è iniziata una sera, in automobile, tentando di non investire un piccolo animale in auto, forse un gatto o uno scoiattolo. Sterzai e mi ritrovai nel fosso: era il 29 marzo del 2010, una data indimenticabile. Il resto appartiene alla mia seconda vita». Gli operai si muovono tra postazioni informatiche e fresatrici. «Ho sempre avuto il pallino dell’inventore, per esempio quando progettammo la macchina per realizzare fiori in tessuto da applicare alle tende con le calamite. Oppure i tutori per afferrare oggetti se non si ha l’uso delle mani. Il tennis in carrozzina mi è servito a uscire da quella stanza, a sentirmi meno malato e a divertirmi di nuovo con i miei figli. Ho capito che è importante che i bambini e i ragazzi disabili possano fare sport a scuola, nell’ora di educazione fisica, come gli altri. Le nostre carrozzine vengono date in comodato d’uso alle scuole e alle società tennistiche proprio perché i ragazzi possano provare e, nel caso, continuare».

Costantino prende una delle sue carrozzine e ce la porge. «La sollevi». È leggerissima, telaio in carbonio e ruote oblique per evitare il ribaltamento. Ci sediamo. Le ruote si muovono appena le tocchiamo. Andiamo avanti e indietro. Poi arriva Giulia. «Ero una giocatrice di tennis, e dal 2016 ho continuato in carrozzina dopo una malattia. Sono stata la numero 4 al mondo e sono arrivata in finale nel torneo di doppio a Wimbledon, nel 2019».
Giulia Capocci, la migliore tennista italiana in carrozzina della storia (oggi nel nostro Paese ci sono 411 tesserati), lavora insieme a Costantino, si occupa di collaudi e promozione. «È stata lei a farci conoscere da tutti». Giulia spiega come sia possibile giocare a tennis da seduti: «L’unica differenza è la possibilità di colpire la pallina dopo il secondo rimbalzo. Per il resto è tutto uguale all’altro tennis: dimensioni del campo, altezza della rete, regolamento. E vi assicuro che la tecnica conta meno della capacità di gestire le partite. Comunque il nostro lavoro qui, e la produzione di carrozzine su misura, sono pensati principalmente non per i campioni ma per i ragazzi e per i bambini, quella che conta è la loro inclusione».

Prima delle Atp Finals, a Torino si è svolta una manifestazione benefica chiamata “Tourinlove”, nella quale sono state donate undici carrozzine Lab 3.11 per disabili alla Federtennis. Una finestra di visibilità che si tradurrà in pratica sportiva, come racconta l’ideatore dell’evento, il giornalista Alberto Pastorella: «Ci piace pensare che Torino possa diventare non solo la capitale del tennis, ma dell’inclusione sportiva. Una carrozzina del genere costa circa duemila euro. Oltre a quelle che abbiamo appena donato, attraverso il meccanismo del comodato d’uso per club e scuole si darà la possibilità di giocare a centinaia di ragazzi disabili».
La prima barriera è mentale.

La costruzione di una carrozzina nell’officina di Buttigliera d’Asti  (Claudia Greco/Agf) 

Tutti i pezzi di Lab 3.11 vengono ideati e creati qui, a Buttigliera d’Asti, dove esiste anche una selleria per realizzare, cucire e montare le parti in tessuto. «Anche se non sono più costretto sulla carrozzina» dice Costantino «il mio sguardo è diventato la memoria del mio corpo sulla sedia a rotelle. Prima, questi oggetti erano quasi dei carrelli della spesa e purtroppo è così ancora per molti malati, che nelle strutture sanitarie ricevono carrozzine che non fanno per loro. Le nostre sono diverse, è come montare un Lego». Anche Beppe pensa che sia soprattutto una questione di autonomia: «Esiste il concetto sbagliatissimo per cui un disabile deve comunque avere qualcuno che lo spingerà. La prima barriera non è architettonica, ma mentale. Noi malati non dobbiamo accontentarci».

Su una mensola dell’officina, Costantino Perna ha messo le prime sette carrozzine prodotte dal suo staff. Prototipi, ma anche i passi su una strada che non finisce qui. «Comprai la prima carrozzina su Internet, era assai poco regolabile ma meglio di niente. Eccola, ce l’ho ancora». Una seggiola bianca. Ogni oggetto è anche un ricordo, una testimonianza. «Il nostro occhio artigiano, unito all’ingegneria meccanica e alla fantasia, ci ha permesso di dare un senso alla seconda vita dopo l’incidente e di aiutare tante persone. Come imprenditore, sogno che le mie carrozzine diventino le Ferrari dei disabili, però alla portata di tutti. Nessuno deve restare chiuso in casa perché si vergogna, o perché seduto su una carrozzina sbagliata. Nessuno deve smettere di fare sport perché non cammina. Nessuna palestra scolastica dev’essere irraggiungibile, nessun campo da basket o da tennis. Per costruire una carrozzina giusta, servono quattro giorni. Per costruire un nuovo senso di sé stessi durante e dopo la malattia non è giusto che debba servire una vita, e qualche volta, purtroppo, una vita neanche basta».

(Sul Venerdì del 7 gennaio 2022)