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Miracolo in corsia: il cuore sta benino

L’ambulatorio per la riabilitazione cardiologica della Asl 3 di Genova (giugno 2020). (Getty images) 
Nel 2020 gli infarti risultano clamorosamente scesi. Il motivo? Un mix di fattori, dicono i medici, incluso il calo dello smog durante il lockdown. E l’onda sembra lunga...
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ROMA. Sono scomparsi, spariti e finiti chissà dove. Nei dati epidemiologici del 2020 non si trovano ben 15 mila casi di infarto: rispetto a quelli che erano previsti, si tratta di un "buco" clamoroso. Il motivo della riduzione del problema di salute urgente per eccellenza è sicuramente riconducibile alla pandemia, e del resto sono tante le patologie importanti che hanno visto un calo della domanda al sistema sanitario nel corso del 2020. Però, se si osservano gli attacchi di cuore, il fenomeno ha caratteristiche uniche. Da una parte è la conferma di alcuni effetti positivi dell'incubo coronavirus; dall'altra insegna qualcosa su quale impatto potente possa avere sulla salute del cuore una modifica degli stili di vita, anche relativamente breve. Insomma, potrebbe esserci una buona notizia, nascosta là dove non ci si aspetta, cioè nelle criticità del Covid. Partiamo dai dati. L'Agenas, l'agenzia sanitaria naz…

ROMA. Sono scomparsi, spariti e finiti chissà dove. Nei dati epidemiologici del 2020 non si trovano ben 15 mila casi di infarto: rispetto a quelli che erano previsti, si tratta di un "buco" clamoroso. Il motivo della riduzione del problema di salute urgente per eccellenza è sicuramente riconducibile alla pandemia, e del resto sono tante le patologie importanti che hanno visto un calo della domanda al sistema sanitario nel corso del 2020. Però, se si osservano gli attacchi di cuore, il fenomeno ha caratteristiche uniche. Da una parte è la conferma di alcuni effetti positivi dell'incubo coronavirus; dall'altra insegna qualcosa su quale impatto potente possa avere sulla salute del cuore una modifica degli stili di vita, anche relativamente breve. Insomma, potrebbe esserci una buona notizia, nascosta là dove non ci si aspetta, cioè nelle criticità del Covid. Partiamo dai dati. L'Agenas, l'agenzia sanitaria nazionale delle Regioni, ormai da anni realizza in collaborazione con il Dipartimento di epidemiologia del Lazio il Pne, cioè il Piano nazionale esiti, che valuta appunto i risultati dell'attività sanitaria, quella chirurgica così come quella territoriale

La tendenza

Nel documento presentato da poco si osserva come negli ultimi anni ci fosse una tendenza alla riduzione dei ricoveri per "infarto miocardico acuto", di circa il 2 per cento. Merito delle campagne contro il fumo e la sedentarietà: gli italiani sono stati un po' più attenti e le cardiologie hanno avuto meno lavoro da sbrigare. Un rapporto causa- effetto lineare. L'anno scorso però la riduzione è stata molto più importante di quella osservata fino a quel momento. Cioè ha raggiunto il 14 per cento in assoluto e quindi il 12 per cento al netto della quota che era attesa. In ospedale si sono presentate quasi 15 mila persone in meno con dolore al petto e altri sintomi collegati. Tra l'altro la tendenza è stata quasi identica in tutto il Paese. Cosa è successo? I tecnici di Agenas e del Lazio formulano due ipotesi. Intanto si ritiene che in alcuni casi ci sia stata "una minore richiesta alle strutture di emergenza-urgenza da parte di soggetti colpiti da eventi ischemici acuti", come è scritto nella relazione introduttiva al Pne. Significa che, soprattutto nella fase più dura della prima ondata, nelle zone dove il virus ha corso di più, qualcuno potrebbe essere morto a casa. Magari si trattava di persone anziane affette da Covid che hanno avuto un infarto. Viste le loro condizioni il problema potrebbe non essere stato riconosciuto, e dunque imputato semplicemente al coronavirus. Ha visto molto bene il fenomeno Michele Senni, che guida il dipartimento cardiologico degli Spedali Riuniti di Brescia. "Nei momenti più bui della pandemia, da noi tanti malati non trovavano nemmeno l'ambulanza", spiega. Per questo il suo ospedale, al centro di una delle zone maggiormente colpite nella prima fase, ha visto una riduzione anche del 50 per cento dei ricoveri per infarto. Un caso limite.

Inquinamento, vero innesco 

Se si osserva tutto il Paese, però, quella dei deceduti a casa non è la categoria prevalente dei cittadini colpiti da infarto. Il primo motivo per il quale gli attacchi di cuore sono stati di meno nascerebbe infatti "dalla diminuita esposizione durante il lockdown a fattori scatenanti quali l'inquinamento atmosferico e lo stress fisico", stando sempre al Pne. Rimanere in casa ha dunque fatto bene a qualcuno, certamente a una parte di quei 15 mila italiani. Sia perché sono stati più tranquilli, non hanno dovuto correre di qua e di là per lavorare e sbrigare commissioni, sia perché più in generale la riduzione delle attività ha migliorato la qualità dell'aria. "L'inquinamento è un noto trigger dell'infarto", spiega Niccolò Marchionni, che dirige il dipartimento cardiologico del policlinico fiorentino di Careggi. Qui la riduzione degli infarti è stata tra il 15 e il 18 per cento, quindi più importante rispetto alla media nazionale. Quando parla di trigger, innesco, intende evento scatenante. "I picchi di smog fanno aumentare l'infiammazione cronica, condizione che in certe persone ha una forte associazione con le complicanze delle placche arteriosclerotiche. Queste ultime possono ulcerarsi e creare così il presupposto per una trombosi coronarica" spiega Marchionni. "Nel periodo del lockdown abbiamo avuto una riduzione drastica degli inquinanti e l'effetto si è visto". Ma stare a casa, come si diceva, per molti vuol dire anche "vedere una riduzione dello stress, che significa abbassare tanti fattori di rischio per l'infarto. Ad esempio, negli ipertesi cala la pressione arteriosa". Non per tutti, dunque, i lockdown e le restrizioni sono stati motivo di peggioramento delle condizioni di salute, tra disturbi psichiatrici e comportamenti sbagliati legati all'obbligo di ridurre la socialità. Qualcuno ha tratto beneficio dal non recarsi tutti i giorni a lavorare e comunque dal sospendere una serie di incombenze pesanti. "Si tratta di un'ipotesi interessante, che merita di essere oggetto di uno studio specifico, anche intervistando alcuni cittadini", dice Senni.

Medico e paziente alle prese con un’ecografia cardiaca, sempre alla Asl 3 di Genova (Getty images) 

Benefici a lungo termine

Per comprendere davvero il valore di quanto è successo due anni fa è necessario fare un passo avanti e analizzare l'andamento dei problemi cardiologici durante il 2021. Per molte patologie, dopo il calo di attività diagnostica e anche chirurgica si è registrato un ritorno alla normalità o quasi, con un incremento della domanda quando sono finiti i lockdown e, in generale, quando il sistema sanitario è tornato a funzionare come un tempo; ma per gli infarti curiosamente questo fenomeno  non si sta osservando. E visto che si tratta di un problema urgente, cioè che porta le persone in ambulanza all'ospedale, non è possibile nemmeno ipotizzare che i malati abbiano semplicemente rinviato le cure: chi sta male, infatti, chiama il 118 e non fa tanti ragionamenti."È vero, quest'anno abbiamo ricominciato a lavorare come prima della pandemia, e stiamo osservando la ripresa ancora del leggero calo di attività già visto nel 2019 e negli anni precedenti", spiega Marchionni.  Si tratta di un dato rivelatore. Ci si poteva infatti aspettare che almeno una parte di coloro che non hanno avuto l'infarto nel 2020 perché meno esposti ai fattori di rischio citati, lo avrebbe avuto qualche mese dopo, viste le condizioni di salute precarie. E invece non è successo. "Evidentemente cambiare stile di vita per alcuni mesi, oppure il non essere stati sottoposti a picchi di smog, ha avuto un effetto a lungo termine. Così è stato rimandano anche di due o tre anni l'evento cardiaco", spiega sempre il primario.

Stop a fumo e ansia

Dalla pandemia arriva dunque una lezione importante, i cui contenuti sono in parte già noti agli specialisti, ma che possono rivelarsi decisivi per molti cittadini: "Non è mai troppo tardi per adottare comportamenti virtuosi. Chi è a rischio per stili di vita sbagliati può incidere rapidamente sul suo stato di salute. Si è sempre in tempo per smettere di fumare, fare attività fisica, controllare il peso, vivere una vita meno ansiosa e stressante". Se il cambiamento di certe abitudini nell'anno della pandemia ha ridotto in modo importante il numero degli infarti, che non si sono ripresentati neanche l'anno successivo, è più facile comprendere quale impatto possano avere i comportamenti su un big killer come questa patologia. "Basta poco" chiarisce Marchionni, "ci sono studi che dimostrano come gli ultra sessantacinquenni che fanno un'attività fisica moderata, cioè camminano regolarmente 1,6 chilometri al giorno, rischiano tra le quattro e le cinque volte in meno di avere un infarto rispetto a chi conduce una vita sedentaria".

Sul Venerdì del 7 gennaio 2022