Pance piene, facce tristi
di Michele Serra , di Michele SerraScrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma?
Gentile Michele Serra,
se siamo in una società “viziata”, come lei ha scritto in risposta al lettore Giro, lo siamo principalmente perché il sistema economico (di cui siamo parte a vario titolo e senza averlo scelto) ha bisogno di consumatori compulsivi per dare un senso a una iper-produzione che di senso non ne ha davvero più, se non “produrre” attività lavorative fini a se stesse. Molte persone si procurano da vivere facendo cose inutili, spesso addirittura dannose. E le aziende hanno inventato il metodo dell’obsolescenza programmata e un lavaggio del cervello pubblicitario martellante per indurre bisogni di cose non necessarie. Se le persone nate in Europa sono ridotte a consumatori compulsivi e lamentosi, questo è il frutto di una precisa strategia economico-politica fatta di bisogni indotti e distra…
Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma?
Gentile Michele Serra,
se siamo in una società “viziata”, come lei ha scritto in risposta al lettore Giro, lo siamo principalmente perché il sistema economico (di cui siamo parte a vario titolo e senza averlo scelto) ha bisogno di consumatori compulsivi per dare un senso a una iper-produzione che di senso non ne ha davvero più, se non “produrre” attività lavorative fini a se stesse. Molte persone si procurano da vivere facendo cose inutili, spesso addirittura dannose. E le aziende hanno inventato il metodo dell’obsolescenza programmata e un lavaggio del cervello pubblicitario martellante per indurre bisogni di cose non necessarie. Se le persone nate in Europa sono ridotte a consumatori compulsivi e lamentosi, questo è il frutto di una precisa strategia economico-politica fatta di bisogni indotti e distrazioni di massa (panem et circenses). Non credo sia il benessere che svuota il cervello. Ciò che svuota il cervello è la rincorsa al consumo compulsivo, indispensabile a questo sistema economico. Per alimentare questa corsa è necessario far sì che le persone provino senso di mancanza di qualcosa. Le persone felici non comprano, e sono un problema. Tutti i soldi spesi dalle aziende farmaceutiche per convincermi che devo prendere questo o quel farmaco per essere prestante, che devo preoccuparmi del colesterolo e prendere il latte senza grassi, che devo assumere questa o quella vitamina, questo o quel farmaco per far scomparire il mal di testa e poter andare al ristorante, tutti quei soldi, con me e le persone come me, sono buttati al vento. Continuerò a fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per non avere mai bisogno di nulla, nella speranza di poter scegliere l’eutanasia quando avrò un’età e una condizione di salute tale per cui, non essendo più fonte di gioia per me stessa e per gli altri, sentirò il desiderio di non essere di peso a nessuno.
Elena Galli
Cara Elena Galli, un eventuale dibattito tra ciò che è utile e ciò che inutile si concluderebbe senza vincitori né vinti. È troppo difficile stabilirlo. Per alcuni utile è solo il pane, per altri le rose. Vero è, come lei scrive, che il consumismo si fonda su una insoddisfazione patologica, che porta all’acquisto compulsivo di cose spesso inutili, a volte anche dannose. Ma nella sua versione dei fatti, mi perdoni, c’è qualcosa di penitenziale. Non è vero che non abbiamo bisogno di nulla. Abbiamo bisogno di un sacco di cose, alcune gratuite (anzi impagabili, come l’amore), altre a pagamento. Il difficile è godersi le cose che già abbiamo (e spesso ci sono indifferenti); e calmierare quelle che non abbiamo, ovvero mettere un limite alle nostre smanie e alle nostre passioni. Bisognerebbe rileggere gli stoici.
Quello che non mi piace, nel profondo, della nostra società, è soprattutto il primo aspetto: goderci ciò che abbiamo sembra diventato impossibile. La lagna alla quale mi riferisco è esattamente questo: esserci costruiti un riparo, avere la dispensa piena, essere più sani e più protetti rispetto a chi ci ha generato, e però avere la faccia incazzata e usare parole acri e querimoniose anche quando non sarebbe proprio il caso. È colpa del consumismo, che ci rende perennemente inappagati? Sì, certo, anche. Ma è pure, un poco, colpa della nostra ottusità, e della pancia piena. Mi è capitato spesso di sentire missionari e volontari nei Paesi poveri che dicono: i poveri sono più allegri di noi.
È attorno a questo paradosso che dovremmo ragionare. L’allegria non è meno importante del pane.
Sul Venerdì del 14 gennaio 2021