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La "Disneyland della Shoah": come ricordare Babi Yar?

Rabbini davanti a una delle opere del Memoriale di Babi Yar (Reuters / Contrasto) 
Tra installazioni artistiche e grande uso dei social: scatena polemiche il memoriale inaugurato a Kiev, dove i nazisti trucidarono migliaia di ebrei
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KIEV (Ucraina). "La gente oggi deve scegliere fra mille forme di intrattenimento, dobbiamo tenere conto della mentalità del pubblico del futuro. La nostra competizione non sono gli altri musei, è Netflix". Con queste parole il miliardario russo Mikhail Fridman, principale finanziatore del Babi Yar Holocaust Memorial Center (BYHMC), descrive il nuovo memoriale della Shoah di Kiev, dedicato al massacro a lungo rimosso e poi ignorato di Babi Yar, decine di migliaia di ebrei trucidati in una gola in soli due giorni nel 1941, ed era solo l'inizio. Babi Yar, spiega, "deve diventare il terzo polo della memoria dell'Olocausto nel mondo, insieme al lager di Auschwitz e allo Yad Vashem di Gerusalemme".

La scelta di soluzioni artistiche e tecnologiche all'avanguardia per il museo lo ha già reso il fronte più caldo del dibattito sul futuro della memoria della Shoah in Europa: quanto è lecita la spettacolarizzazione della tragedia…

KIEV (Ucraina). "La gente oggi deve scegliere fra mille forme di intrattenimento, dobbiamo tenere conto della mentalità del pubblico del futuro. La nostra competizione non sono gli altri musei, è Netflix". Con queste parole il miliardario russo Mikhail Fridman, principale finanziatore del Babi Yar Holocaust Memorial Center (BYHMC), descrive il nuovo memoriale della Shoah di Kiev, dedicato al massacro a lungo rimosso e poi ignorato di Babi Yar, decine di migliaia di ebrei trucidati in una gola in soli due giorni nel 1941, ed era solo l'inizio. Babi Yar, spiega, "deve diventare il terzo polo della memoria dell'Olocausto nel mondo, insieme al lager di Auschwitz e allo Yad Vashem di Gerusalemme".

La scelta di soluzioni artistiche e tecnologiche all'avanguardia per il museo lo ha già reso il fronte più caldo del dibattito sul futuro della memoria della Shoah in Europa: quanto è lecita la spettacolarizzazione della tragedia per catturare, con il passare del tempo e la scomparsa dei superstiti, l'attenzione delle nuove generazioni? E quando diventa invece controproducente, o peggio, una profanazione? 

Se da una parte il Memoriale ha rinunciato alle ipotesi più ardite - il direttore artistico Ilya Khrzhanovsky proponeva addirittura un algoritmo che assegnasse un ruolo ai visitatori sulla base dei loro profili social, di un questionario e di un test psicologico, facendo vivere loro il massacro in modo virtuale da vittima o carnefice usando tecnologie video deep-fake - l'impostazione generale gli è valsa lo stesso l'accusa di essere una "Disneyland dell'Olocausto", come ha scritto uno dei curatori nella sua lettera di dimissioni. 

Alla vigilia dell'ottantesimo anniversario, la pubblicità del nuovo complesso museale è finita persino su Tinder, la app degli incontri per single. Anche in questo caso, la dirigenza ha fatto marcia indietro, attribuendo la gaffe ad una società di comunicazione esterna, ma non ha rinnegato la promozione aggressiva del Memoriale su Facebook, Instagram e YouTube.

Le attrazioni

Fridman ha dalla sua il rabbino capo di Kiev, Yaakov Bleich, che fa parte del board della fondazione e ne difende a spada tratta le decisioni. Lo incontriamo davanti all'opera d'arte moderna della settantacinquenne serba Marina Abramovic, una delle installazioni già completate del progetto diffuso (l'obiettivo è ultimarlo nel 2026, con tutti i poli museali). 

"Siamo nel 2021, nel Ventunesimo secolo, nessuno ha tempo, la gente vuole i social media e i messaggi immediati", dice davanti al muro di carbone incastonato con scaglie di quarzo, ispirato al Muro del Pianto di Gerusalemme, creato dalla "regina della performance art". "I visitatori non si siederebbero mai in una classe ad ascoltare una lezione sull'Olocausto, ma si apriranno quando verranno a vedere (le attrazioni del Memoriale, ndr): per questo è così speciale". Sono già pronti anche una sinagoga di legno a forma di libro, che si ripiega su se stessa, e il campo di specchi di acciaio inossidabile sfregiato da proiettili del calibro della Seconda guerra mondiale, con annessi effetti sonori.

Il Memoriale ricorda il massacro di 34 mila ebrei, fucilati e accatastati nelle gole silvestri di Babi Yar, nella periferia della capitale fra il 29 e il 30 settembre 1941, subito dopo l'invasione nazista e la ritirata sovietica dalla città. In due anni il numero delle vittime inghiottite dal sito avrebbe superato la soglia delle centomila fra minoranze discriminate e oppositori politici. 

Il muro di carbone con scaglie di quarzo di Marina Abramovic: vuole ricordare il Muro del pianto di Gerusalemme (Dpa/Picture Alliance via Getty Images) 

Il massacro dimenticato

Epicentro del cosiddetto "Olocausto dei proiettili", che causò un numero di vittime quasi paragonabile ai campi di sterminio sul fronte orientale nei primi mesi dell'operazione Barbarossa con cui Hitler ruppe il patto con Stalin, Babi Yar è considerata dagli studiosi la fossa comune più grande d'Europa, forse la strage sistematica più grande ad essersi consumata in così breve tempo. Oggi vi sorge un parchetto all'apparenza normale, con gente che gioca a palla fra gli alberi, fa barbecue e tracanna bottiglie di birra sulle panchine. Come se niente fosse stato.

Nel periodo sovietico, infatti, è mancata la volontà di fare di Babi Yar un luogo di memoria. La direttiva stalinista di annullare nella comune identità sovietica le singole nazionalità ha imposto un rifiuto al ricordo di una tragedia legata a una specifica minoranza, tanto più se quella ebraica. Ecco allora che l'unica concessione è stato un piccolo monumento dedicato, in modo generico, ai "cittadini sovietici" rimasti vittime del massacro. 

La scure della censura si abbatté d'altronde anche sui libri che cercavano di documentare la tragedia ebraica: è il caso del Libro Nero di Vasilij Grossman e Il'ja Erenburg, bandito in Urss e pubblicato avventurosamente in Israele, con prefazione di Albert Einstein, solo nel 1980. Non molto di più è stato fatto per Babi Yar, fino ad oggi, in trent'anni di Ucraina indipendente.

"Questa valle è stata testimone di tre crimini terribili. Il primo è stato il massacro, la cancellazione degli esseri umani. Poi c'è stato l'occultamento (il tentativo dei tedeschi di riesumare i corpi e bruciarli al momento della ritirata) e la negazione, i tentativi di cancellare le prove e la memoria", ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog nel suo discorso per l'ottantesimo anniversario a Babi Yar, lo scorso ottobre. Con lui c'erano anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (un ebreo laico) e quello tedesco Frank-Walter Steinmeier. 

Il resoconto più dettagliato della storia di questi precipizi si trova in Babij Jar (Adelphi), l'opera letteraria di Anatolij Kuznetsov, che aveva quattordici anni e viveva a Kiev quando i nazisti affissero i manifesti convocando gli ebrei a Babi Yar. "Nudi", scrive Kuznetsov, "erano allineati in brevi file e portati in una fenditura scavata in fretta e furia nella scoscesa parte sabbiosa, non si vedeva che cosa ci fosse oltre, ma da lì arrivavano gli spari, e ne tornavano solo tedeschi e polizei (cioè collaborazionisti ucraini, ndr), a prendere nuove file". Le vittime venivano fatte distendere sopra gli strati precedenti di cadaveri, per massimizzare lo spazio. 

Lo scorso anno l'unità accademica del Memoriale ha rivelato delle testimonianze inedite, come quella dell'ufficiale nazista Viktor Trill: "Quando siamo arrivati per prima cosa ci hanno dato dell'alcol, grog o rum. Poi ho visto un burrone gigantesco che sembrava il letto asciutto di un fiume. Lì c'erano diversi strati di cadaveri. Quel giorno ho sparato a 150-250 ebrei". I critici ora temono che questi materiali diventino l'ambientazione di videogiochi.

Le accuse a Mosca 

Ma l'accusa di voler spettacolarizzare, per renderlo accattivante agli occhi del pubblico, un evento tragico così a lungo rimosso, non è l'unica a gravare sul Memoriale. Khrzhanovsky, l'istrionico direttore artistico, come il socio oligarca German Khan e lo stesso Fridman, sono cittadini russi. Quest'ultimo è considerato parte della cerchia più vicina al presidente russo Vladimir Putin. Ecco allora che una parte dell'opinione pubblica ucraina bolla il Memoriale come "propaganda di Mosca" e come una forma di "guerra ibrida" del Cremlino. A otto anni dalla presa della Crimea e della "Rivoluzione di Maidan", il conflitto a est è ancora in corso e si temono nuove invasioni.

"Il sospetto è che la ricostruzione museale possa esagerare il ruolo dei collaborazionisti ucraini di allora, fermo restando che certamente c'è stato", spiega Alex Dunai, studioso ucraino della storia dell'Olocausto nell'Est-Europa. "In questo modo potrebbe alimentare la narrativa russa di oggi, che ci dipinge come neofascisti per giustificare l'occupazione". Ruslan Kavatsiuk, vice amministratore delegato del progetto, liquida le accuse con una scrollata di spalle: "Sono ebrei", dice di Fridman e Khan, "non lo fanno né per Pushkin né per Putin". 

Sul Venerdì del 21 gennaio 2022

A due passi dal lager