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Paolo Veronesi: perché il tumore al seno non ci fa (quasi) più paura

Un'illustrazione che raffigura un tumore maligno al seno  (Spl / Agf) 
Otto donne su dieci oggi guariscono. Grazie a chirurgia, terapie classiche e farmaci monoclonali. Ma a fare la differenza, dice l’oncologo, è ancora la prevenzione. Intervista
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Nel suo nuovo libro che auspica La vittoria sul cancro (Sonzogno), il chirurgo Paolo Veronesi esordisce con un'affermazione spericolata: "Credo di ricordare ognuna delle ottomila donne che ho operato in questi anni di professione". E non teme se ne faccia avanti una che gli rinfacci di non averla riconosciuta per strada o a una conferenza? "Di solito cerco di ricordarle tutte, qualcosa di ognuna mi rimane: un particolare, una storia famigliare. È bello, perché le vedo periodicamente per i controlli e ogni anno si riallaccia un discorso e un rapporto che va un po' al di là della malattia". Dice che a colpirlo di più in alcune pazienti è il coraggio: "Ci sono donne che hanno superato montagne e vanno avanti come carri armati. Non le ferma nessuno, Beh, c'è anche la paura, ma quella, almeno un po', prende tutte".

L’oncologo…

Nel suo nuovo libro che auspica La vittoria sul cancro (Sonzogno), il chirurgo Paolo Veronesi esordisce con un'affermazione spericolata: "Credo di ricordare ognuna delle ottomila donne che ho operato in questi anni di professione". E non teme se ne faccia avanti una che gli rinfacci di non averla riconosciuta per strada o a una conferenza? "Di solito cerco di ricordarle tutte, qualcosa di ognuna mi rimane: un particolare, una storia famigliare. È bello, perché le vedo periodicamente per i controlli e ogni anno si riallaccia un discorso e un rapporto che va un po' al di là della malattia". Dice che a colpirlo di più in alcune pazienti è il coraggio: "Ci sono donne che hanno superato montagne e vanno avanti come carri armati. Non le ferma nessuno, Beh, c'è anche la paura, ma quella, almeno un po', prende tutte".

L’oncologo Paolo Veronesi (60 anni), direttore del programma di senologia all’Ieo di Milano (Maria Pia Giarrè) 

Il neosessantenne Paolo, primogenito ed erede di Umberto Veronesi, presidente della fondazione a lui dedicata, direttore del programma di senologia all'Istituto europeo di oncologia di Milano e ordinario in Chirurgia generale alla Statale, ha scritto un libro per chi ha incontrato il tumore al seno e per chi questo incontro vuole evitarlo in ogni modo. Ovvero, aggiornamenti sulla malattia e sul modo di affrontarla - possibilmente in breast unit di qualificata esperienza - e consigli sulla prevenzione, da come si fa, bene, un'autopalpazione, agli stili di vita, naturalmente molto attiva, morigerata a tavola e (ahinoi!) quasi astemia: il vino contiene estrogeni quindi, per sane e ammalate, non più di un bicchiere al giorno.

Una donna che non sa di medicina fa la mammografia, risulta che ha qualcosa e fissa una visita dal senologo: è bene che legga il suo libro o che prima parli con il medico?
"Che lo legga, per colmare il gap fra il trauma della diagnosi, ormai neanche comunicata a voce, ma via mail, e la visita specialistica che risolverà i dubbi. Attingere a una fonte attendibile non risolve i problemi, ma diminuisce l'ansia".

E leggere un referto da sola, capendoci poco o niente può essere devastante.
"Ma conviene sempre leggerli, i referti. Mi sono arrivate donne che avevano deciso di dargli un'occhiata un anno dopo la mammografia perché si erano accorte che qualcosa non andava. Certo, i referti vanno anche interpretati, e molti sono dubbi, oscuri, perché il radiologo si cautela dietro ipotesi e condizionali e questo genera maggiore ansia. Un bravo medico dovrebbe prendersi la responsabilità di dire: tu non hai niente, tu hai qualcosa. E dovrebbe anche dare il suo peso alla visita clinica: ora i giovani sono tutti concentrati sulla tecnologia, ma certi tumori che sfuggono alla mammografia si diagnosticano con le mani".

Nell'intreccio di ricerche e strategie,  fra le terapie dei tumori con Rna messaggero e il vaccino antiCovid, il suo libro sfiora il tema No vax: ha pazienti che accettano la chemio e altre cure sperimentali, ma rifiutano il vaccino?
"Sì, ci litigo in continuazione. Dicono che facendo la chemio possono saltarlo, ma è tutto il contrario: sei già indebolita dalla chemio, devi vaccinarti a maggior ragione. Alla chemio molte si sono arrese controvoglia dopo aver provato ogni terapia alternativa, hanno capito che se vogliono campare devono farla, quindi ne sento di tutti i colori sul vaccino: teorie del complotto, sfiducia nella sperimentazione, bufale. Alcune No vax sono convinte sul piano teorico, altre hanno semplicemente paura. Sulla paura si può lavorare e riuscire a convincerle, ma sulla stupidità si può far poco".

Lei scrive che in futuro la prospettiva, o la speranza, è curare il tumore al seno prevalentemente con le terapie endocrine, i farmaci biologici e l'immunoterapia. Ma oggi, a quanta chirurgia, a quanta radio e a quanta chemio si deve ricorrere?
"Alla chirurgia praticamente sempre. Nessun tumore alla mammella è guarito senza chirurgia, che a volte è posticipata dopo la chemio o la terapia biologica per ridurre le dimensioni del tumore. La radioterapia è associata alla chirurgia conservativa e alla mastectomia se la malattia è avanzata. Alla chemio si ricorre in associazione, a basse dosi, alla terapia ormonale, e per i tumori superiori al mezzo centimetro triplo negativi, ovvero che non rispondono alle terapie ormonali o biologiche. Con l'immunoterapia siamo agli inizi".

Ma che differenza c'è fra le terapie endocrine e biologiche?
"Tutto dipende dalle caratteristiche del tumore. Esistono fondamentalmente quattro tumori della mammella: quelli positivi agli estrogeni e/o al progesterone, i più comuni, trattati con la terapia endocrina. Oppure quelli caratterizzati dall'e­levata presenza del recettore HER2, che in condizioni normali controlla divisione e riparazione cellulare, e qui intervengono i farmaci biologici: il trastuzumab è il primo anticorpo monoclonale della storia. Poi ci sono i triplo negativi, i più aggressivi, che non rispondono a queste terapie, ma con l'immunoterapia sta succedendo qualcosa".

Perché il tumore alla mammella è il più diffuso fra le donne, e in assoluto?
"È anche il più studiato al mondo, ma nessuno ha una risposta".

C'entra l'influenza degli ormoni?
"Il seno è un organo ormono-dipendente, ma il controsenso è che i tumori aumentano esponenzialmente dopo la menopausa, con il crollo della produzione di ormoni. Probabilmente influiscono gli stili di vita, l'alimentazione, visto che nei Paesi in via di sviluppo è molto più raro. Allattare in giovane età e ripetutamente protegge, bisogna vedere cosa succederà con la scolarizzazione prolungata delle ragazze e la posticipazione delle gravidanze".

Prima degli anni 80, solo tre donne su dieci potevano considerarsi guarite. Oggi, a dieci anni dalla diagnosi, siamo a otto su dieci.
"La chirurgia conservativa introdotta da mio padre ha ridotto le morti perché è diminuita la paura: non temendo più la condanna della mutilazione certa è aumentata la fiducia e le donne hanno iniziato a fare prevenzione e andare dal senologo in tempo. La diagnosi precoce è fondamentale. Negli anni '70 non c'era la mammografia, arrivavano donne con masse di venti centimetri e ulcerazioni che aspettavano di veder passare da sole. Il tumore al seno è subdolo: non dà dolori".

E adesso i test genetici evidenziano la predisposizione. Quello di Angelina Jolie dava poche speranze e lei è ricorsa alla mastectomia bilaterale. Lei che avrebbe fatto al suo posto?
"Avrei fatto lo stesso, ma per rispondere alla domanda bisogna avere altri elementi. Quanti anni ho? Ho già un marito? Lo sto cercando? Ho dei figli? Ne voglio avere? Certo, quando il referto è pessimista bisogna pensare a un percorso con un'équipe di senologo, chirurgo plastico, psicologo che porti a quella conclusione. Un altro controsenso è che la chirurgia preventiva non è ancora riconosciuta e rimborsata né dalle Asl né dalle assicurazioni private".

Il libro parla molto di speranza. Quando non ce n'è più, che fa un medico?
"La speranza c'è sempre. Oggi le donne possono avere un figlio dopo il tumore al seno. E anche quando sembra non ci sia più niente da fare può accadere qualcosa. Nel 2000 vennero in istituto tre sorelle, tutte con il tumore alla mammella, una aveva già metastasi alle ossa, era vicina alla fine. Ma in quei giorni uscì il trastuzumab, il monoclonale rivoluzionario. E un paio d'anni dopo vidi quella paziente in ambulatorio: impallidii, mi sembrava un fantasma. Invece era viva".

Sul Venerdì del 21 gennaio 2022