Il Venerdì

Con il pianoforte ho fatto il cucchiaio ai cinesi

Pasqualino Serra (64 anni) nel suo laboratorio a Luzzi (Cosenza)
Pasqualino Serra (64 anni) nel suo laboratorio a Luzzi (Cosenza) 
Da anni Pasqualino Serra tentava di fare della sua passione un business. Ci è riuscito: creando nella sua azienda calabrese un piano verticale. Si chiama Spoon e a Pechino spopola
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L'ultimo progetto è un marchio italo-cinese, con fabbrica e operai italiani, per vendere pianoforti di alta qualità ai milioni di studenti che prendono d’assalto i Conservatori del Celeste Impero. È un fiume in piena di idee e di sogni Pasqualino Serra, 64 anni, l’imprenditore calabrese che ha scommesso da anni sulla sua passione giovanile: il pianoforte. Per ritrovarsi adesso con l’unica fabbrica che li costruisce in Calabria (in Italia ce ne sono pochissime). Si trova a Luzzi, periferia di Cosenza, ed è una di quelle piccole e medie imprese a conduzione familiare che costituiscono il tessuto produttivo italiano. Un capannone, quattro operai, che a seconda delle necessità possono aumentare, una grande ricerca sui materiali che va a braccetto con quella tecnologica. Serra crea prodotti di nicchia, interamente fatti a mano «dalla prima vite all’ultimo tasto in avorio».

 

Valzer viennesi

Partiamo dall’inizio. Pasqualino ha vent’anni e suona la tromba nelle orchestre. Durante una prova, vede un accordatore di piano e si innamora del mestiere. Comincia a studiare, apprende la tecnica. Lavora nei laboratori artigianali. Per alcuni anni si trasferisce a Vienna nella storica fabbrica Bösendorfer. Ruba i segreti di un mestiere fatto di sensibilità, orecchio musicale e manualità. «Sono tornato in Italia carico e affascinato» racconta.

L’entusiasmo è tale che, nel 1989, decide di gettarsi in un’avventura. Restaura e costruisce pianoforti. Intorno alla metà degli anni 90, però, il meccanismo si inceppa. L’imprenditore gira per le fiere ma non trova più un grande consenso. Il territorio in cui lavora non è semplice. Le istituzioni musicali si contano sulle dita di una mano, le difficoltà economiche si fanno sentire. «La realtà era diversa da quella che pensavo, ho dovuto impacchettare i macchinari e accantonare la passione per qualche anno».

L’incontro decisivo

Poi, nel 2013, un incontro lo rimette in pista: quello con il matematico svizzero Jacques Guenot, preside di Ingegneria all’Università della Calabria che, da pianista dilettante, lo incoraggia a riprovarci. Così, nella testa di Serra ecco farsi strada l’idea vincente: un pianoforte verticale “a cucchiaio”, detto Spoon appunto, che attraverso una bombatura concava sui fianchi mescola il suono della cassa armonica con quello della tastiera e lo amplifica rendendolo tondo e caldo. Decide di brevettare la sua invenzione. Stavolta però non pensa all’Italia per vendere il prototipo, ma si serve di internet. Manda email, passa le notti a studiare il mercato. Viene contattato da Lai Zhiqiang, un imprenditore di Changsha,  nel Sud della Cina, che è il proprietario della Carod musical instrument:  vuole lo Spoon e ha fiducia nell’esperienza italiana. Tra il 2015 il 2018 Pasqualino vola in Cina diverse volte. Costruisce, vende, ma soprattutto forma gli operai. «Da quelle parti sono meri esecutori» spiega Serra. «Sanno fare solo un pezzo e sempre quello. Da noi, invece, un accordatore ha centinaia di anni di cultura e tradizione alle spalle».

L’unione funziona e gli affari si triplicano. All’esposizione musicale di Shanghai nel 2020 i due fanno il tutto esaurito. Il mercato, d’altronde, è immenso: secondo la China Art Association, nel 2018 gli studenti di musica nel Paese erano 50 milioni. La nuova classe di benestanti tiene a far studiare uno strumento ai figli. Sull’onda del successo di artisti come Lang Lang e Yuja Wang, centinaia di migliaia di famiglie hanno iscritto i loro ragazzi al Conservatorio con il miraggio di una carriera sfolgorante. Talenti veri, complici i grandi numeri, ce ne sono, e molti. Il resto lo fanno disciplina ferrea, dedizione e voglia di arrivare. E, dove la predisposizione poi non sia così lampante, studiare il piano diventa uno status symbol. Così come possederne uno.

Una città per suonare

Attualmente la Cina produce l’80 per cento dei pianoforti del mondo. Nel Paese esistono 450 aziende e persino una città, Luoshe, che con le sue 90 fabbriche produce solo pianoforti. Nel 2019 il famoso marchio tedesco-americano Steinway & Sons ha fatto sapere di vendere 400 mila pianoforti l’anno in Cina contro i 30 mila degli Stati Uniti. Per lo Stato, che investe in infrastrutture e agevolazioni, si tratta di una strategia per rendere il Paese leader del settore a livello mondiale. Da quelle parti si spendono duemila euro per un piano verticale che da Serra, in Italia, costa sui 5-6 mila. Per uno strumento a coda si riesce a spendere 12 mila euro contro una gamma che va da 40 mila agli oltre 160 mila euro delle industrie italiane.

La qualità, però, non è delle migliori. «In Cina quasi tutti i marchi produttori di pianoforti fanno un lavoro di assemblaggio» spiega Serra. «Comprano i componenti bell’e fatti da case che li fabbricano in serie, e poi si limitano a metterli insieme. Gli imprenditori più intraprendenti e lungimiranti, invece, preferiscono avere un riferimento in Europa e non vogliono prodotti cinesi, ma italiani».

Proprio come ha fatto Lai Zhiqiang: «Lui non ci tiene a produrre in Cina, vuole che tutto sia fatto qui da noi. Il suo obiettivo è impreziosire la sua immagine “marchiando” gli strumenti in Italia e vuole anche la manodopera qualificata della nostra terra».

Sul Venerdì del 21 gennaio 2022