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Non facciamo finta di essere sani

PER POSTA. Ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì. L'infelicità non dipende solo dalle condizioni materiali
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Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Serra,  penso che alla base del mood rabbioso e rivendicativo delle nostre società ci sia la smemoratezza: non si ricorda "da dove veniamo", le condizioni precedenti. Non solo dal punto di vista materiale - oggi un piccolo impiegato ha possibilità di alimentazione, igiene, cure mediche, vestiario, sport, viaggi, comfort e consumo culturale infinitamente maggiori di un Lord dell'800. Ma anche dal punto di vista della libertà di parola, di fede, di espressione, dei diritti. Molto c'è ancora da fare per le donne, le minoranze, gli emarginati: ma veniamo da secoli di povertà, sopraffazioni, schiavitù di vario tipo. A questo straordinario balzo in avanti delle condizioni materiali e culturali, favorito dal Welfare e dalla tecnologia, non corrisponde però un aumento della felicità. Anzi. &Egra…

Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Serra,  penso che alla base del mood rabbioso e rivendicativo delle nostre società ci sia la smemoratezza: non si ricorda "da dove veniamo", le condizioni precedenti. Non solo dal punto di vista materiale - oggi un piccolo impiegato ha possibilità di alimentazione, igiene, cure mediche, vestiario, sport, viaggi, comfort e consumo culturale infinitamente maggiori di un Lord dell'800. Ma anche dal punto di vista della libertà di parola, di fede, di espressione, dei diritti. Molto c'è ancora da fare per le donne, le minoranze, gli emarginati: ma veniamo da secoli di povertà, sopraffazioni, schiavitù di vario tipo. A questo straordinario balzo in avanti delle condizioni materiali e culturali, favorito dal Welfare e dalla tecnologia, non corrisponde però un aumento della felicità. Anzi. È colpa solo del consumismo? In fondo l'intero movimento operaio e socialista, volendo andare al nucleo della propria ragion d'essere, è nato e si è diffuso proprio per invocare maggior benessere per tutti. Senza fare il verso all'intelligente provocazione di Ferraris quando parla del presente come del socialismo realizzato, è innegabile che le condizioni di lavoro e di vita di enormi fette della popolazione siano migliorate in modo esponenziale. E allora, cosa ci manca? Non trovando una soluzione, mi rifugio in categorie astoriche e filosofeggio sulla perenne, ontologica insoddisfazione esistenziale della specie umana.
Lorenzo Altieri

Già, cosa ci manca? A molti, non solo nei Paesi poveri e lontani, manca ancora il pane, guai a non tenerne conto; ma non c'è dubbio che prevalga un diffuso benessere, specie in Occidente. E dunque il malumore, la sofferenza psicologica, se vogliamo l'infelicità, non dipendono solamente dalle condizioni materiali. Non basta la sicurezza di avere un tetto sulla testa, un letto caldo, la dispensa piena per sentirsi contenti. Questo stacco tra condizioni materiali e umore ci costringe dunque a filosofeggiare, caro Altieri. Manca, evidentemente, uno scopo, una direzione. Chi ce l'ha, per ragioni sue e per suoi meriti individuali, può dirsi in salvo, ma ci sono moltitudini di persone che farebbero molta fatica a dire perché si alzano al mattino. Non credo per pagare le rate della macchina, senza niente togliere alla piacevolezza delle macchine e alla comodità delle rate. In Far finta di essere sani Gaber, molti anni fa, già elencava una serie di espedienti, chiamiamoli così, che potevano servire a fingersi sani. "Comprare sottane, collane, creme per mani", una motocicletta "con tanti pistoni, bottoni, accessori più strani", "un viaggio in luoghi lontani" (allora era molto in auge andare in India), eccetera. La canzone, bellissima, è di quasi mezzo secolo fa, e questo significa che il problema è annoso. Leggemmo, chi più chi meno, Marcuse, i francofortesi, Pasolini, la "macchina desiderante" di Deleuze, ci sembrò di capire che non siamo nati (solo) per consumare e camminare in fila per due per rendere onore al Pil. Abbiamo desideri più alti, meno visibili, più complicati e più sfuggenti. Ora noi due saremmo ridicoli se pensassimo, in questo numero del Venerdì, di aggiungere qualcosa di intelligente a questo annoso dibattito. Certo dobbiamo prendere atto, ormai in via definitiva, che la pancia piena è meglio di quella vuota, ma non basta a sentirsi felici, o quantomeno sereni. Anche perché ci hanno progettato, a quanto pare, con pance estensibili quasi all'infinito: più le riempi, più hai fame. Che ci serve? Dieta? Decrescita felice? Maggiore ricerca di soddisfazione nel sentirsi comunità come ai tempi (beati, checché se ne dica) dell'impegno politico di massa? Musica, cultura, arte, silenzio, paesaggi? Be', un po' di tutte queste cose, certamente. In più, senza dubbio, respirare forte e guardare le nuvole, per sentirsi un poco più sintonici con il mondo che ci ha generato.

Sul Venerdì del 28 gennaio 2022