Così le tigri finiscono in pentola
di Alex Saragosa , di Alex SaragosaSecondo l'oroscopo cinese, il 2022 sarà l'Anno della Tigre. Ma non si annuncia felice per l'animale che gli dà il nome. Sta finendo infatti il Tx2, il progetto internazionale promosso dal Wwf nel 2010 riunendo le tredici nazioni che ospitano ancora tigri selvatiche, con l'obiettivo di raddoppiarne il numero, e non si può dire che sia andata troppo bene: all'inizio del Tx2 c'erano 3400 Panthera tigris in natura, oggi si stima siano 3900, con tutte le popolazioni esistenti fra subcontinente indiano (che ne ospita il 90 per cento), Siberia e Sudest asiatico ancora a rischio più o meno grave di estinzione.
Anche il 2021, del resto, non era finito in modo molto allegro: uno studio pubblicato sul Journal for nature conservation da un gruppo di ricercatori dell'Università di Copenhagen, diretti dall'economista ambientale vietnamita Vu Hoai Nam Dang, aveva rivelato un fatto particolarmente macabro. Secondo q…
Secondo l'oroscopo cinese, il 2022 sarà l'Anno della Tigre. Ma non si annuncia felice per l'animale che gli dà il nome. Sta finendo infatti il Tx2, il progetto internazionale promosso dal Wwf nel 2010 riunendo le tredici nazioni che ospitano ancora tigri selvatiche, con l'obiettivo di raddoppiarne il numero, e non si può dire che sia andata troppo bene: all'inizio del Tx2 c'erano 3400 Panthera tigris in natura, oggi si stima siano 3900, con tutte le popolazioni esistenti fra subcontinente indiano (che ne ospita il 90 per cento), Siberia e Sudest asiatico ancora a rischio più o meno grave di estinzione.
Anche il 2021, del resto, non era finito in modo molto allegro: uno studio pubblicato sul Journal for nature conservation da un gruppo di ricercatori dell'Università di Copenhagen, diretti dall'economista ambientale vietnamita Vu Hoai Nam Dang, aveva rivelato un fatto particolarmente macabro. Secondo questo studio, infatti, oggi il maggior numero di tigri non muore per malattie, vecchiaia o bracconaggio, ma deliberatamente abbattute in allevamenti, per poi essere bollite in pentole a pressione al fine di estrarne sostanze richieste dalla medicina tradizionale dell'Asia orientale."Se in natura ci sono meno di quattromila tigri, nelle tiger farms, allevamenti di Cina, Laos, Thailandia e Vietnam, ne vivono almeno ottomila, e la ragione per cui se ne allevano così tante è ricavare dalle loro ossa una gelatina chiamata "colla di tigre", che dovrebbe curare vari mali: dal dolore a ossa e articolazioni fino all'impotenza" conferma Dang.
A noi occidentali l'idea di allevare in piccole gabbie, se non addirittura in cantine, splendidi e intelligenti animali solo per farne medicinali di assai dubbia efficacia, che si potrebbero sostituire comunque con valide alternative scientifiche, ripugna assai (anche se maiali e mucche avrebbero qualcosa da ridire sulla nostra indignazione a senso unico). "Ma nelle mie terre la medicina tradizionale è ancora largamente praticata, perché la si ritiene efficace e con minori effetti dannosi di quella scientifica. Così, di fronte a una domanda che cresceva con il reddito, le autorità dei Paesi del Sudest asiatico, a cominciare dalla Cina nel 1986, per proteggere le popolazioni selvatiche di tigri hanno pragmaticamente permesso di allevarle, sperando che così sparisse il loro prelievo in natura".
Vendita vietata
Nonostante gli allevamenti, le tigri si sono estinte in Cambogia, e sono ormai quasi scomparse anche da Cina, Laos e Vietnam. Così, alla fine del XX secolo, cedendo alle pressioni delle autorità di protezione ambientale internazionali, tutti i Paesi del Sud-est asiatico hanno via via vietato del tutto la vendita di medicinali contenenti parti di tigri, selvatiche o allevate che fossero.
Fine delle tiger farms? Macché, sono ancora tutte lì, e anzi si sono estese anche a Sudafrica, Usa e persino Repubblica Ceca. "Oggi, ufficialmente, in Asia orientale sono aperte solo per l'esposizione degli animali o per vendere esemplari viventi a zoo, parchi e circhi" prosegue Dang. "Ma tutti sanno che la loro vera attività resta l'allevamento di tigri per la medicina tradizionale, approfittando del fatto che questa specie è molto prolifica e che quindi basta dichiarare meno cuccioli di quelli effettivi per avere uno stock di "tigri in nero" da sacrificare. Il tutto aiutato dalla scarsità di controlli e da una diffusa corruzione: l'ultima tiger farm sequestrata ad agosto 2021 in Vietnam, per dire, apparteneva a un ufficiale di polizia". Ma perché neanche l'allevamento è riuscito ad arrestare il loro declino in Indocina? "Perché in realtà la principale causa di riduzione del loro numero non è neppure la medicina tradizionale, ma la distruzione di boschi e aree selvatiche, per farne campi e città. Essendo grandi predatori solitari, le tigri hanno bisogno di enormi territori selvaggi per vivere, e avendo in cento anni perso il 96 per cento dei loro habitat, la loro popolazione è altrettanto calata".
Trentamila dollari l'una
Certamente questa è la prima causa della minaccia di estinzione delle tigri selvatiche, ma ormai, di fronte a numeri così ridotti in natura, anche il bracconaggio, che le tiger farms dovevano eliminare, è in grado di fare danni: ogni anno si stima ne vengano uccisi illegalmente circa 130 esemplari, quasi sempre per farne medicinali.
"Capire il perché di questo fallimento era l'obiettivo della nostra ricerca. Abbiamo intervistato 228 persone che usano "colla di tigre" per capire che valore le attribuiscano, ed è risultato che sono disposti a pagarla di più se prodotta con tigri selvatiche, perché pensano che abbiano virtù curative maggiori rispetto a quella tratta da esemplari in gabbia. Per di più, allevare una tigre in cattività costa quattromila dollari all'anno, mentre per un proiettile bastano pochi centesimi. Certo, i bracconieri rischiano multe e carcere, ma considerato che i venti chili di ossa di una tigre permettono di ricavare 4-5 chili di "colla" e che la vendita di questa può fruttare circa 30 mila dollari, non è sorprendente che in un Paese come il Vietnam, dove il reddito medio annuo è 2700 dollari, la tentazione di sparare alle ultime tigri selvatiche resti forte".
A questo punto verrebbe da pensare che tanto vale chiudere le tiger farms e smettere di bollire le tigri, ma le conclusioni dei ricercatori sono diverse."Il proibizionismo non ha portato a nulla: la domanda di medicinali a base di tigre resta altissima, e trovarli è facile in tutta l'Asia orientale. Se chiudessimo quindi le tiger farms, otterremmo solo di far schizzare alle stelle il prezzo di questi rimedi, e quindi la moltiplicazione del bracconaggio, che spazzerebbe via prima le ormai scarse popolazioni di tigri indocinesi, e poi minaccerebbe quelle del resto del mondo".
C'è chi vuole legalizzare
Che cosa fare? "I risultati del nostro studio indicano che le tiger farms potrebbero anche continuare ad esistere, producendo apertamente i rimedi tradizionali, a patto che le tigri siano allevate in ambienti adatti, si certifichino i farmaci e si reprimano con la massima decisione mercato nero e bracconaggio, anche aumentando la protezione delle riserve naturali" conclude Dang.
Ma ancora più importante sarebbe impostare grandi campagne educative per convincere a sostituire questi rimedi con altri tradizionali più sostenibili o con farmaci moderni, altrimenti al prossimo Anno della Tigre, il 2035, saremo ancora qui a parlare di quelle finite nei pentoloni.
Sul Venerdì del 28 gennaio 2022