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La scienza è un diritto. Da difendere

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Inalienabile, sancito nel ‘48, viene violato tutte le volte in cui la politica vieta cure validate da studi rigorosi. In un libro i casi più discussi: dalle staminali all’Lsd anti-depressione
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Abbiamo il diritto inalienabile "di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici": lo ha proclamato nel 1948 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ora alzi la mano chi è consapevole di avere questo diritto, sa cosa comporta e con quale frequenza viene violato. Stiamo parlando del "diritto alla scienza", sancito da due dei principali strumenti internazionali di tutela dei diritti umani: la Dichiarazione universale dei diritti umani del  1948, appunto, e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali (Onu, 1966).

In che cosa consiste? Ogni volta che i politici vietano l'uso di una cura, o di una tecnologia, su base non scientifica ma ideologica (vedi le limitazioni sulla cannabis terapeutica, o sulle staminali), ogni volta che la medicina stenta a tenersi al passo col progresso scientifico (per esempio, ostinandosi a curare le donne con farmaci testati esclusivamente sugli uomini), ogni volta che le logiche commerciali prevalg…

Abbiamo il diritto inalienabile "di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici": lo ha proclamato nel 1948 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ora alzi la mano chi è consapevole di avere questo diritto, sa cosa comporta e con quale frequenza viene violato. Stiamo parlando del "diritto alla scienza", sancito da due dei principali strumenti internazionali di tutela dei diritti umani: la Dichiarazione universale dei diritti umani del  1948, appunto, e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali (Onu, 1966).

In che cosa consiste? Ogni volta che i politici vietano l'uso di una cura, o di una tecnologia, su base non scientifica ma ideologica (vedi le limitazioni sulla cannabis terapeutica, o sulle staminali), ogni volta che la medicina stenta a tenersi al passo col progresso scientifico (per esempio, ostinandosi a curare le donne con farmaci testati esclusivamente sugli uomini), ogni volta che le logiche commerciali prevalgono sulla libera circolazione del sapere, in tutti questi casi, e in molti altri ancora, si sta violando un diritto umano. Ad affermarlo è un libro edito da Fandango, Così san tutt3 (pp.176, euro 18), che fornisce "istruzioni" su come riconoscere il diritto alla scienza nella vita di tutti i giorni, e lo fa attraverso i contributi di scienziati e giuristi che quotidianamente si confrontano con questo tema. A riunirli, due figure di spicco dell'Associazione Luca Coscioni: Giulia Perrone, autrice di diverse pubblicazioni in ambito di diritti umani, salute e scienza, e Marco Perduca, per vent'anni coordinatore delle attività del Partito Radicale all'Onu e fondatore della piattaforma Science for Democracy. Che spiega: "In un momento in cui la scienza viaggia a velocità impensabili per la politica, occorre che lo Stato si adegui, e inizi a trattare la scienza come un'alleata strutturale della democrazia".

Perduca cita il caso delle cellule staminali embrionali: "all'estero ci sono già studi clinici per usarle nella cura della cecità, della cataratta, del Parkinson. Ma in Italia, per via della legge 40, non possiamo estrarle, dobbiamo importarle da altri Paesi, con grande aggravio economico per la ricerca: questa è una limitazione del nostro diritto alla scienza". Un altro esempio? "La privatizzazione della ricerca e le limitazioni di accesso ai dati. Prendiamo il Covid: la diffusione aperta dei risultati della ricerca è stata cruciale nella gestione dell'emergenza; se abbiamo trovato un vaccino in tempi record, lo dobbiamo al torrente di informazioni messe a disposizione di tutti. Cosa vogliamo fare di questa lezione? Speriamo, con questo libro, di portare all'attenzione della politica le questioni più urgenti". Vediamone alcune.

Ecstasy e depressione

La molecola dell’Mdma Getty images
 

Le restrizioni sull'uso terapeutico degli psichedelici, cioè sostanze in grado di modificare l'esperienza psichica. Ne parla Tania Re, psicoterapeuta, che insegna Antropologia della salute ed etnomedicina alle Università di Firenze e Torino. "La ricerca sugli psichedelici ha fatto grandi progressi nel campo della neurofarmacologia e della salute mentale. Oggi sappiamo che l'Mdma, anche nota come Ecstasy, è efficace nella cura del disturbo post-traumatico da stress, là dove ogni altro trattamento ha fallito. Che una singola dose di psilocibina, un alcaloide derivato dai funghi del genere Psilocybe, strutturalmente simile all'Lsd, può determinare un significativo miglioramento della depressione, anche quella resistente ai farmaci. Che la Dmt, sostanza contenuta nella pianta Psychotria viridis, che in Amazzonia è usata da millenni a scopo curativo, può essere utile per il trattamento di patologie neurodegenerative per cui non esistono cure. Purtroppo, in Italia lo stigma culturale sugli psichedelici resiste a tutte le evidenze scientifiche, bloccando la ricerca e disattendendo ai bisogni di salute della popolazione".

Forbici per il dna

Il sistema Crispr-Cas9, una “forbice molecolare” in grado di tagliare il Dna per modificarlo. spl / getty images  

Anche le leggi che vietano l'uso della tecnica Crispr sollevano polemiche. È il campo di Vittoria Brambilla, genetista e ricercatrice all'Università degli Studi di Milano, che spiega: "la Crispr è una biotecnologia che permette di modificare il Dna delle piante prendendo ispirazione da mutazioni già osservate in natura. L'intervento avviene attraverso proteine (come Cas9, ndr) che, come forbici, tagliano il Dna nel punto desiderato, permettendo di inserire la mutazione. Nel mio laboratorio siamo intervenuti su una varietà di riso rendendolo resistente a un fungo molto nocivo. Lo abbiamo fatto con scarse risorse e in poco tempo. Se questa varietà si potesse coltivare in campo, le epidemie che rovinano i raccolti sarebbero contenute. Ma questa tecnologia non può essere usata liberamente, perché la Corte di giustizia europea ha equiparato le piante Crispr agli Ogm, organismi geneticamente modificati. Un'equiparazione dubbia. Ma soprattutto, incosciente: la popolazione da sfamare aumenta, e la salute delle produzioni alimentari dovrebbe essere una priorità".

I sessi sono almeno sei

Se sulla Crispr, o gli psichedelici, la comunità scientifica resta comunque divisa, il libro entra in altre questioni delicate, ma non altrettanto note all'opinione pubblica. Come la distinzione  del sesso in maschile e femminile. Così spiega Simona Giordano, professoressa di Bioetica all'Università di Manchester: "Un tempo si pensava che il sesso fosse determinato dalla coppia di cromosomi XX (femmina) e XY (maschio). Le cose in effetti sono molto più complicate di così. Ci sono individui con cromosomi XX che hanno i testicoli, o individui XY che non li hanno. O combinazioni cromosomiche atipiche, come XXY, XYY, e altre. In breve, non esistono solo molti generi, ma anche molti sessi. Almeno sei, secondo le attuali conoscenze. Eppure in molti Paesi (Italia compresa) se un neonato presenta una di queste combinazioni atipiche, per esempio caratteri maschili e femminili intermedi (intersessuale), spesso sono i medici ad assegnargli il sesso, ricorrendo a interventi chirurgici precoci e trattamenti ormonali invasivi, senza attendere che sia l'individuo a scegliere per sé. Questa è solo una delle conseguenze dell'accettazione del sesso binario e della patologizzazione delle differenze".

Ormoni che contano

Un attacco cardiaco: colpisce le donne anche più degli uomini. Science photo library /  Getty  images  

Ancora nell'ambito delle discriminazioni di genere, chiudiamo con una delle questioni più urgenti che dovrà affrontare la farmacologia. Ne parlano Silvia De Francia, farmacologa, e Valeria Poli, professoressa di Biologia molecolare all'Università di Torino. "L'infarto è la prima causa di morte tra le donne, ma ancora oggi si ritiene che questa patologia sia prevalentemente maschile. Perché? Perché la medicina si fonda su prove ottenute da sperimentazioni condotte quasi esclusivamente sul sesso maschile. Idem la farmacologia. È ormai assodato che donne e uomini rispondono in modo diverso ai farmaci, dagli antinfiammatori alle benzodiazepine, dagli antitumorali agli antipsicotici. Eppure, fino al Duemila, non sono mai stati arruolati campioni preclinici o clinici di sesso femminile. Ecco perché, per esempio, il 60 per cento dei ricoveri per tossicità da farmaco riguarda le donne. Per la maggior parte dei farmaci che assumiamo oggi, bisognerebbe rifare gli studi clinici con cui sono stati testati. Ovviamente è più costoso: la biologia femminile non è costante come quella maschile, ha un'elevata variabilità ormonale a seconda delle età. Ma l'approccio di genere nella clinica rappresenta una base irrinunciabile dell'equità, e deve diventare l'obiettivo primario dei governi".

Sul Venerdì del 28 gennaio 2022