A destra nella foto, Amir Jadidi in una scena del film Un eroe dell’iraniano Asghar Farhadi: interpreta Rahim, finito in prigione per un debito
PSYCHO Nel film dell'iraniano Ashgar Farhadi la quotidianità misteriosa delle persone ordinarie
1 minuti di lettura
Non pensate a Un eroe davvero eroico, il titolo è uno scherzo in minore. Ancora una volta Asghar Farhadi, qui con un tocco in più di maniera, ci avvolge nella sua poetica dell’inafferrabile, del verosimile, dell’enigmatico. Niente fiaba o magia, ma popolare tran-tran. Un eroe racconta le tortuosità che possono frammentare l’auspicata linearità di una vita.
Rahim, in prigione per un debito, durante un permesso di due giorni vuole convincere l’ex cognato creditore a ritirare la denuncia in attesa della restituzione del denaro. A ingarbugliare le cose arriva una borsa piena di soldi. Trovata, restituita, scomparsa, la borsa misteriosa, come la balbuzie del devoto fig…
Non pensate a Un eroe davvero eroico, il titolo è uno scherzo in minore. Ancora una volta Asghar Farhadi, qui con un tocco in più di maniera, ci avvolge nella sua poetica dell’inafferrabile, del verosimile, dell’enigmatico. Niente fiaba o magia, ma popolare tran-tran. Un eroe racconta le tortuosità che possono frammentare l’auspicata linearità di una vita.
Rahim, in prigione per un debito, durante un permesso di due giorni vuole convincere l’ex cognato creditore a ritirare la denuncia in attesa della restituzione del denaro. A ingarbugliare le cose arriva una borsa piena di soldi. Trovata, restituita, scomparsa, la borsa misteriosa, come la balbuzie del devoto figliolo di Rahim, fa incespicare la vicenda in povere bugie, gesti plateali, videoricatti, pentimenti. Come un piccolo idiota dostoevskiano, Rahim, metà mite e metà furbo, procede, occhi sgranati e sorriso stampato, contro le correnti del mondo, primo tra tutti il suo mondo interno colmo di troppi sé a lui sconosciuti. Un eroe è una di quelle storie che leggiamo distrattamente sui giornali: un cittadino comune diventa improvvisamente famoso per aver compiuto un gesto d’altruismo.
In Iran l’espressione “non è un mio problema” è un prodotto d’importazione, fino a vent’anni fa non esisteva; tutto era condiviso dalla famiglia, dai vicini, dal quartiere. Tutti coinvolti, e anche noi: ecco un’altra caratteristica dei racconti farhadiani che scorrono lenti tra il solidale e l’impiccione. Uno dei film guida di Farhadi è Rashomon: ambiguità delle storie, quotidianità misteriosa delle persone ordinarie. Dove la verità è una sola, ma le versioni cambiano in base a come le vediamo. A Fahradi non interessa celebrare la verità, ma descrivere la soggettività. Dando così ragione al collega Jean Renoir che diceva: «La cosa più terribile di questo mondo è che ciascuno ha le sue ragioni».