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Perché parliamo in italiano

PER POSTA. Ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì. Che cosa succede in una famiglia se l'unica lingua conosciuta è il dialetto
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Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Gentitile Michele Serra, ho letto la sua Amaca La questione della lingua (Repubblica 21 gennaio), francamente sono stupita. La differenza tra lingua e dialetto è molto sottile, talmente sottile che non esiste. Il rango dell’una rispetto all’altra dipende semplicemente dal fatto che la lingua italiana è stata scelta come il codice di comunicazione predominante, quindi ha acquisito (politicamente e culturalmente) un rango superiore rispetto al dialetto, venendo diffusa e amplificata via radio, tv ecc. e lasciando l’altra a margine.

Quelli che comunemente sono chiamati dialetti (il piemontese, il veneto...) sono in realtà lingue a tu…

Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Gentitile Michele Serra, ho letto la sua Amaca La questione della lingua (Repubblica 21 gennaio), francamente sono stupita. La differenza tra lingua e dialetto è molto sottile, talmente sottile che non esiste. Il rango dell’una rispetto all’altra dipende semplicemente dal fatto che la lingua italiana è stata scelta come il codice di comunicazione predominante, quindi ha acquisito (politicamente e culturalmente) un rango superiore rispetto al dialetto, venendo diffusa e amplificata via radio, tv ecc. e lasciando l’altra a margine.

Quelli che comunemente sono chiamati dialetti (il piemontese, il veneto...) sono in realtà lingue a tutti gli effetti, quanto il francese e lo spagnolo. Il romano è considerato un dialetto volgare. Se fosse diventato La Lingua, oggi non ci troveremmo ad alzare le sopracciglia ascoltandolo. Ci sono persone che si esprimono in dialetto e, nonostante questo, pensano, vivono, contribuiscono al bene comune e sono di un’umanità eccezionale. Altri parlano un italiano perfetto, senza esitazioni su congiuntivi e condizionali, ma sono violenti, malvagi, criminali e/o pericolosi. Il punto non è in quale lingua ci si esprime, ma cosa si pensa e cosa si dice quando lo si fa. Come dimostra brillantemente Zerocalcare, attraverso i suoi fumetti e la miniserie su Netflix (Strappare lungo i bordi), si può usare il dialetto e trasmettere idee, raccontare degli spaccati di vita che sono universali e profondi.
Irene Caratelli

Non ho mosso alcuna critica “ai dialetti”, gentile Irene Caratelli. Il “romanesco greve e disfatto” al quale mi riferivo (tratto da intercettazioni telefoniche di ragazzini presunti responsabili di violenza sessuale e dei loro genitori) non è un dialetto né una lingua. È ciò che rimane (poco) di una comunicazione che si fa sempre più povera, vile, disumanizzata. Non è il romanesco ingegnoso e sagace di Belli e Trilussa, non è quello di Proietti o Aldo Fabrizi, nemmeno quello di Zerocalcare, straordinariamente espressivo, carico di senso. È la sciatta liquidazione, in poche frasi (rarissime le subordinate) e poche parole, della fatica di esprimersi, che è l’interfaccia della fatica di ragionare. Dico questo anche in risposta ad alcune penose polemiche social sul tema (inesistente) “Serra contro il romanesco”. La comprensione di un testo di media difficoltà (tale considero ogni mia Amaca) non è evidentemente più alla portata di molti italiani. Non voglio comunque sottrarmi alla discussione italiano/dialetto, che è antica e densa di significati politici. I dialetti locali sono importanti, sono lingua-madre per milioni di italiani. Ci sono grandi poeti dialettali (uno per tutti, Biagio Marin). C’è una grande canzone dialettale o in lingua locale (la canzone napoletana ovviamente, ma anche tantissimo altro: Gualtiero Bertelli, Davide Van de Sfross, Tazenda, Maria Carta, i Mancuso, il primo Modugno…). Creuza de mä, capolavoro di De André, è un monumento alla lingua genovese. Ma se esiste l’Italia è perché esiste una lingua (e una letteratura, e una cultura) che l’ha unificata.

Se il dialetto è la sola lingua parlata si rimane esclusi da ogni orizzonte appena più ampio del cortile di casa, o del campanile. Imparare l’italiano ha significato, per moltitudini di operai e contadini, uscire dalla subalternità, aprirsi al mondo, diventare “come gli altri”. Don Lorenzo Milani, per combattere l’emarginazione di classe, non insegnava ai suoi ragazzi poveri il toscano rurale, che era la loro lingua, insegnava l’italiano colto, quello stampato sui libri. L’alfabetizzazione del Paese è stata in italiano. In italiano il dibattito politico quotidiano che ha portato nella Polis milioni di persone che ne erano escluse. 

È in italiano la Costituzione, che vale per ogni sperduta comunità di valle, nella più remota delle isole. Noi due stiamo parlando in italiano, né sapremmo muovere critiche, come lei fa nella sua lettera, e discutere in modo articolato, se non parlassimo entrambi in italiano. Allo stesso modo, oggi, imparare davvero l’inglese, piuttosto che scimmiottarlo con il patetico gergo anglo-aziendalista che va per la maggiore, significherebbe aprirsi al mondo. La dimensione locale è potente quando offre radici, ma lascia liberi di spiccare il volo. 
È mortificante quando restringe e soffoca.

Sul Venerdì del 4 febbraio 2022