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Cercando amabili resti: gli incontri fra trapiantati e famiglie di donatori

Immagini di messaggi tratti dalla pagina Facebook Trapiantati e parenti del donatore... Incontriamoci  
La legge sui trapianti lo vieta, ma i molti provano lo stesso a contattarsi lanciando appelli su Facebook. Qualcuno ci riesce. E non sempre è un male
5 minuti di lettura

"Buongiorno, ho perso mio marito di 48 anni, era il 3 novembre del 2009. Il cuore a Udine, il pancreas a Milano, i reni, uno a Treviso, l'altro ad Ancona. A Venezia le cornee. Se qualcuno si riconoscesse, vorrei solo sapere se è andato tutto bene. Grazie".

È uno dei primi messaggi che noto, quando inizio a lavorare a questa storia. Non riesco a smettere di pensare a quell'uomo, così distribuito. Udine, Milano, Treviso, Ancona, Venezia. E a lei che lo cerca, un po' qua e un po' là, per sapere se tutto è andato bene.

Su Facebook ci sono diversi gruppi nati per raccogliere questo tipo di messaggi. Messaggi di padri e madri, figli e figlie, fratelli e sorelle, mariti e mogli: tutti in cerca di una parte del loro caro.

Una équipe chirurgica in raccoglimento poco prima dell’intervento (foto postata su Fb)   

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"Buongiorno, ho perso mio marito di 48 anni, era il 3 novembre del 2009. Il cuore a Udine, il pancreas a Milano, i reni, uno a Treviso, l'altro ad Ancona. A Venezia le cornee. Se qualcuno si riconoscesse, vorrei solo sapere se è andato tutto bene. Grazie".

È uno dei primi messaggi che noto, quando inizio a lavorare a questa storia. Non riesco a smettere di pensare a quell'uomo, così distribuito. Udine, Milano, Treviso, Ancona, Venezia. E a lei che lo cerca, un po' qua e un po' là, per sapere se tutto è andato bene.

Su Facebook ci sono diversi gruppi nati per raccogliere questo tipo di messaggi. Messaggi di padri e madri, figli e figlie, fratelli e sorelle, mariti e mogli: tutti in cerca di una parte del loro caro.

Una équipe chirurgica in raccoglimento poco prima dell’intervento (foto postata su Fb)   

"So che la legge non mi permette di conoscere i nomi dei trapiantati, ma vi chiedo, se avete piacere, di potervi abbracciare, solo per una volta": scrive la mamma di Giovanni, 18 anni, morto il 31 ottobre del 2013, a Mirano. La legge n. 91 del 1° aprile 1999 non lo permette, infatti, e lo dice chiaramente nell'articolo 18: "Il personale sanitario ed amministrativo impegnato nelle attività di prelievo e di trapianto è tenuto a garantire l'anonimato dei dati relativi al donatore ed al ricevente". Ecco perché gli appelli social sono colmi, oltre che di dolore, di date, nomi di ospedali, città, fiumi di dettagli che devono permettere ai trapiantati di ricostruire da sé la mappa della loro seconda nascita e, volendo, di rispondere alla chiamata.

È successo a Veronica, 36 anni, che alla fine l'ha incontrata, la famiglia del suo donatore: "Sono stati tutti accoglienti, ma ho percepito la loro sofferenza nell'accettare che, purtroppo, del figlio avevo solo un organo, nulla di più. All'epoca ero molto giovane, e non mi aspettavo che sarebbe stato così difficile gestire la situazione. Ecco perché, pur nella immensa gratitudine che lega chi riceve a chi dona, sono d'accordo con la legge sull'anonimato".

Pier Paolo Donadio, oggi in pensione, è stato primario di Anestesia e rianimazione dell'ospedale Molinette di Torino e responsabile del Coordinamento della donazione di organi in Piemonte, l'unica regione che nel 2020, mentre l'Italia registrava un crollo nei trapianti, ha mantenuto invariato il numero degli interventi: "Fatta salva una serie di eccezioni, l'anonimato è più protettivo anche e soprattutto nei confronti di chi dona. Una delle prime cose che s'insegnano, per affrontare i colloqui con i familiari, è di evitare di esprimere concetti tipo 'così, il suo congiunto continuerà a vivere nel corpo di un altro', perché non facilitano la corretta elaborazione del lutto. È per questo che si prediligono parole dure. Parole come cadavere, morte, salma: per rendere reale l'evento, perché la sensazione che il defunto continui a vivere in un altro è normale, ma patologica, non ha riscontro nella realtà. Frammentare la morte, sapere che il corpo del parente è disperso, un pezzo qua, un altro là, non aiuta".

Nicholas Green con i genitori: Aveva 7 anni quando fu colpito da un proiettile mentre dormiva in auto, sulla Salerno-Reggio Calabria. Era il 29 settembre 1994   

Ripenso al primo messaggio, quella donna che cerca il marito fra Udine, Milano, Treviso, Ancona, Venezia. Ma anche a Reginald Green, che nel 1994, mentre era in vacanza in Calabria, perse suo figlio Nicholas, bersaglio sbagliato di un colpo di pistola. La storia del bambino americano ucciso in Italia traccia una linea fra il prima (un Paese in cui ci sono al massimo 400 donazioni l'anno) e il dopo (un Paese che nel 2021 ha eseguito più di quattromila trapianti). I coniugi Green scelsero di dare il cuore, il fegato, i reni, e le cornee: "Quel giorno, vedendolo per l'ultima volta, avrei voluto donare anche le sue lentiggini", è una delle più celebri dichiarazioni di Reginald che, forte di una legge che negli Stati Uniti non obbliga all'anonimato, in Italia ci è tornato decine di volte per incontrare le sette persone salvate dalla tragica fine del figlio.

Di suo figlio, invece, Linda posta e riposta una foto, anzi, un pezzo di foto: l'occhio chiaro, sgranato. Il messaggio dice: "È l'unico organo che è riuscito a donare a seguito di un incidente avvenuto il 6 ottobre 2020. L'espianto è stato fatto il 9 ottobre, all'ospedale di Caserta". Le scrivo in privato, su Messenger. Mi racconta di Michele, 19 anni: "Si trovava in macchina con degli amici, lui era dietro, lato passeggero. Non era mai andato in auto con nessuno, di solito lo portavo io ovunque, a qualsiasi ora. Aveva conosciuto il conducente tre giorni prima. Abbiamo scoperto, tramite la sua carta d'identità, che aveva acconsentito alla donazione degli organi. Così, oggi sto cercando il ricevente sui gruppi Facebook. Ho una mia teoria: credo che gli occhi, come il cuore, abbiano una memoria. Spero che guardandomi, l'occhio di mio figlio mi riconosca. Sembro pazza, ma lo immagino come un déjà-vu".

L’incidente di Michele
Michele (al centro) è morto a 19 anni, in un incidente stradale: ha potuto donare un occhio. Qui è con la famiglia nel giorno del suo diciottesimo compleanno  

Chiedo a Linda della legge sull'anonimato, risponde che dovrebbe essere un po' più flessibile, che "sarebbe bello poter vedere una parte dei tuoi cari che continua a vivere". E riconosco la frase di Donadio, quella che i medici devono sempre evitare di pronunciare.

Antonio, 69 anni, ha ricevuto un fegato nel 2008. Con il sostegno della Psicologia Medica è riuscito a far arrivare alla famiglia del suo donatore una lettera di ringraziamento. La madre, dopo aver acconsentito a farsela recapitare, ha a sua volta scelto di rispondere:  "E questo è il massimo contatto che la legge permette", racconta Antonio.

Sindrome del segugio

Il servizio di Psicologia Medica dei trapianti si prende carico delle famiglie dei donatori e dei riceventi che, per qualunque problema, possono chiedere aiuto. Per accompagnare dei piccoli contatti fra le due parti; oppure, per frenare e gestire la Sindrome del segugio, nociva per l'equilibrio psichico delle persone. Si chiama così, Sindrome del segugio, e può trasformare, in alcune situazioni disperate, i familiari dei donatori in veri e propri segugi sulle tracce dell'identità dei trapiantati. Prima che la legge venisse applicata, capitava anche che la sindrome degenerasse in richieste di denaro, risarcimenti pretesi dai parenti dei defunti. Un tragico far west del "se tu sei vivo è grazie al cuore di mio figlio, pagami!". Casi estremi, ovviamente, disinnescati dall'imposizione dell'anonimato.

Imma mi dice già da ora che, dopo il trapianto, spera di conoscere i parenti del donatore. Sta aspettando i polmoni nuovi per sua figlia Isabella, quattordici anni, fibrosi cistica. I polmoni sono organi rari, mi spiega, e i tempi di attesa lunghi.

Denise vive con una arteria delle vie biliari che le è stata trapiantata quando aveva dieci mesi. Della donatrice sa che era una ventenne tedesca, morta in un incidente stradale. Mi scrive su WhatsApp: "Sarà stupido, ma penso che una parte del mio carattere sia un po' tedesca".

Il trapianto di fegato di Emma risale a sedici anni fa: "Ho cercato la famiglia della mia donatrice, ho scritto una lettera di ringraziamento, l'ho lasciata al cimitero. Dopo qualche mese mi ha chiamato la zia, arrabbiata. Ne avevano ricevute tante, fasulle, pensava fossi un'impostora. Appurata la verità, dopo una lunga telefonata con la madre, ci siamo incontrate e mai più perse. All'inizio il rapporto è stato un po' morboso, reciprocamente morboso, poi abbiamo trovato un equilibrio speciale".

Il lago di Emma
Emma Mondello oggi ha 42 anni: qui è sul Lago di Como, nel 2004, poco dopo il trapianto di fegato 

Rita ha due figli. Secondo alcuni, considerata la sua situazione clinica, non avrebbe potuto averne. Trapianto di fegato a 25 anni, oggi chiama così il suo donatore, il mio angelo: "Mi ha dato una seconda possibilità e forse un giorno sarò io a cercare la sua famiglia".

Tanti auguri a Rita
Rita Manocchio, 37 anni, di Vinchiaturo, Campobasso: qui festeggia il 25° compleanno, il primo dopo il trapianto di fegato 

Anche Valeria, per rintracciare cuore, fegato e reni di suo padre, ha scritto nei vari gruppi Facebook. Alessandro è morto a 54 anni, pochi mesi fa, per una trombosi. La figlia vorrebbe ascoltare ancora il battito di quel cuore, per trarne conforto.

Alessandro e sua figlia
Alessandro Cocco è morto a 54 anni, nel 2021, per una trombosi: ha donato cuore, fegato e reni. Con lui, nella foto, la figlia Valeria che cerca, via Fb, i riceventi 

Manuela è l'ultima voce di questa storia: "Quando mi hanno detto che la mia vita dipendeva dalla morte di qualcun altro, è stato devastante. Ho cercato di razionalizzare, di immaginare due destini distinti e separati che solo per un attimo si fondono. Infine, è arrivata quell'immensa gratitudine che ti aiuta a non sprecare un attimo della tua vita ritrovata".

In un post pubblicato all'alba, Simona annuncia agli iscritti di un gruppo di donatori e riceventi la morte di suo marito. Penso a un frammento di dialogo, un'opera di Cechov ripresa da Maylis De Kerangal:

"Che fare Nicolas?".

"Seppellire i morti e riparare i viventi".

Sul Venerdì dell'11 febbraio 2022