GALÁPAGOS Il caso Joe Rogan e il problema dei contenuti controversi su Spotify
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Joe Rogan, muscolosissimo combattente di arti marziali, politicamente molto scorretto, con uscite razziste e transfobiche, è il podcaster più seguito al mondo. Al punto che Spotify ha speso 100 milioni di dollari per comprare e distribuire il suo show, una specie di talk nella tradizione delle star radiofoniche della destra statunitense (anche se Rogan si definisce indipendente e dice di aver votato democratico) alla Rush Limbaugh, che i camionisti arrabbiati del Wyoming ascoltavano come un oracolo. Il fatto è che, per stare perfettamente nel personaggio, Rogan ha ospitato molti "Ni Vax" e parlato con simpatia di rimedi alternativi al punto da spingere Neil Young, che da piccolo rimase paralizzato dalla poliomielite, e Joni Mitchell,che ne soffrì, ad abbandonare per polemica la piattaforma. Non dev’essere stata una scelta facile perché hanno calcolato che, se dovesse continuare il boicottaggio, Young perderebbe 300 mila dollari all’anno.
Spotify, che ha 180 milioni di abbonati paganti, ha annunciato che farà più attenzione e, a 16 anni dalla fondazione, ha annunciato le prime linee guida su quel che si può pubblicare. Il problema, già affrontato dai social network, qui è di ancora più spinosa soluzione: perché scovare parole proibite negli audio è, per gli algoritmi, decisamente più difficile che farlo nel testo. E ognuno può, magari usando il software della casa Anchor, farsi il suo podcast da casa. Per evitare problemi del genere, e senza riuscirci particolarmente bene, Facebook ha 15 mila moderatori di contenuti, persone che controllano e intervengono se viene pubblicato qualcosa che contravviene le regole aziendali. E Spotify e le altre piattaforme audio? Nessuno lo sa. È un problema che peggiorerà di giorno in giorno e che ne richiama uno più antico e generale: è normale che le piattaforme non siano ritenute responsabili dei contenuti con cui fanno un sacco di soldi? Segue dibattito.