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Così Milano si rimette in Sesto

Sesto San Giovanni, la bonifica dell’area delle ex acciaierie Falck (Nicola Marfisi / AGF)
 
La più grande bonifica di un’area privata in Europa. Al posto dei capannoni della Falck, nell’ex Stalingrado d’Italia sorgeranno un polo medico, l’università, appartamenti e un megaparco. Reportage dal futuro prossimo
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MILANO. Dalla strada non si vede nulla, o quasi, ma oltre il muro di cinta si solleva la polvere ed è tutto un brulicare di ruspe, ronzano i camion, gli operai trafficano e sudano sotto i caschi. Là dove c’era la fabbrica, anzi il fabbricone, ora c’è l’erba. E dove adesso c’è l’erba, anzi dove l’erbaccia e i rovi crescono indisturbati, con volpi, conigli e quaglie che s’infrattano quando gli escavatori “dunter” vanno a frugare nelle viscere del terreno, vuole sorgere una nuova città, diversa da tutte le altre.

Sesto San Giovanni, appena dietro la stazione ferroviaria, che viene ricostruita su progetto di Renzo Piano. Qui incontriamo una sorta di mondo alla rovescia della canzone di Adriano Celentano su via Gluck. Erano le strofe simbolo (1966) del Boom economico, raccontavano le emozioni di chi, nato “in una casa fuori città”, vuol tornare indietro e comprarla, ma “non tr…

MILANO. Dalla strada non si vede nulla, o quasi, ma oltre il muro di cinta si solleva la polvere ed è tutto un brulicare di ruspe, ronzano i camion, gli operai trafficano e sudano sotto i caschi. Là dove c’era la fabbrica, anzi il fabbricone, ora c’è l’erba. E dove adesso c’è l’erba, anzi dove l’erbaccia e i rovi crescono indisturbati, con volpi, conigli e quaglie che s’infrattano quando gli escavatori “dunter” vanno a frugare nelle viscere del terreno, vuole sorgere una nuova città, diversa da tutte le altre.

Sesto San Giovanni, appena dietro la stazione ferroviaria, che viene ricostruita su progetto di Renzo Piano. Qui incontriamo una sorta di mondo alla rovescia della canzone di Adriano Celentano su via Gluck. Erano le strofe simbolo (1966) del Boom economico, raccontavano le emozioni di chi, nato “in una casa fuori città”, vuol tornare indietro e comprarla, ma “non trova gli amici che aveva, solo case su case, catrame e cemento”. Quasi sessant’anni dopo si può dire che Milano, metropoli tra le più vivaci e intriganti del mondo, non potendo più crescere all’interno, e avendo per il momento accantonato l’idea meravigliosa e divisiva di scoperchiare i Navigli anche nelle sue zone più centrali e storiche, sgomita, sbuffa, si divincola dalle burocrazie e dai comitati e si allarga dove può. E per farlo, Milano “si rimette in Sesto”.

Il rendering di alcune delle nuove strutture che verranno realizzate dove una volta c’erano i capannoni. Il costo della bonifica supererà i 500 milioni di euro 

Ciminiere addio

Mano pubblica e mano privata si sono strette insieme, come non è raro che accada a queste latitudini, per un’operazione che, se riesce bene, può diventare una pietra di paragone per chiunque voglia frullare il passato e distillare l’ultra-moderno. È più che datato il dibattito su come sostituire le ciminiere ormai spente con un “altro mondo”. E, soprattutto, ci si chiedeva, in quale modo si può trasformare il terreno inquinato in nuove fondamenta dove erigere appartamenti, negozi, scuole e vivere in sicurezza, senza rischi di avvelenamento?

Tutto inizia nel 1906

Un visitatore ignaro, arrivando oggi in viale Italia a SSG (Sesto San Giovanni), percorre una strada larga e diritta: e se non lo sa, non può immaginare di viaggiare sul crinale che divide due immensità. A sinistra, e dunque a Nord, verso la stazione che sarà del tutto autonoma grazie ai pannelli fotovoltaici, c’è il Comparto Unione. E a destra, a Sud, c’è il Comparto Concordia.

I nuovi costruttori hanno mantenuto gli antichi nomi delle aree delle acciaierie Falck, la potente industria siderurgica milanese, messa in piedi nel 1906 da un ingegnere di origine francese e dai lombardi fratelli Redaelli. Producevano travi, binari per la ferrovia, ferri e acciai utili per altre lavorazioni industriali. Li avrebbero esportati presto in Europa, grazie al collegamento con la ferrovia del Gottardo.

La loro idea vincente era stata di creare il “nuovo” dai rottami fusi a temperature diaboliche, lamiere e metalli che abbondavano intorno alle città, specie dopo le guerre. Nacquero laminatoi a caldo e a freddo, trafilerie e, accanto a Unione e Concordia, c’erano anche Vittoria e Vulcano, per la ghisa, che serviva anche per le stufe.

Il visitatore che oggi si ritrova nel polveroso silenzio dello stradone non può concepire il frastuono, il clangore, il fischio delle sirene. Né conosce la fuliggine che pesava sulle schiscette, i contenitori nei quali operai e operaie si portavano da casa, schiacciato, schisciato, il pasto caldo preparato all’alba. Non può credere alle rastrelliere per decine di migliaia di biciclette che, oltre alla Falck, attraversavano SSG per portare la forza lavoro nelle varie ditte, come la Osva, la Breda, la Ercole Marelli, la Magneti Marelli e la mitica Campari. E si può solo intuire il perché della nascita, qui inevitabile, di un cocktail che avrebbe fatto fortuna tra gli attori americani di Hollywood. Si chiama, per l’appunto, Bicicletta: mezzo bicchiere di vino bianco, il classico e povero bianchino; e mezzo bicchiere del rosso e “locale” Campari, con la fettina d’arancia, dello stesso colore arancione dei bagliori che dai forni guizzavano nel cielo.

Anni Sessanta: un operaio lavora al reparto produzione del nastro laminato a freddo delle acciaierie (Mondadori Portfolio)
 

Se avevano soldi in tasca, gli operai alla fine del turno passavano dalle osterie. Non per mangiare, non avevano i danée sufficienti, ma per togliersi dalla bocca il sapore del ferro e dal cuore la tristezza della scighera, la nebbia, che allora era fitta, bianca e gelida. E quel paesone ad altissima densità di tute blu venne soprannominato presto la Stalingrado d’Italia: durante la Seconda guerra mondiale, sotto il tallone del nazifascismo, erano scoppiati “gli scioperi di Sesto”, utilissimi per mettere in difficoltà il regime. Ed erano sbocciate in queste strade strettamente sorvegliate dall’Ovra, la truce polizia politica voluta da Benito Mussolini, anche le bande partigiane. Qui si riuniva il Comitato di liberazione nazionale di Sesto e Bicocca. E si contarono nella cittadina oltre trecento caduti per la libertà, tra combattenti e deportati.

Quando si poté tornare a votare, SSG si schierò in massa per il Partito comunista: la fama di Milano come città di sinistra nasce anche dall’esigenza di rispettare queste fabbriche, dalle lotte operaie per il salario, per gli orari di lavoro e contro i licenziamenti a casaccio. E sempre in questa Sesto ricca di contraddizioni viveva – e va detto, anche se è scomodo dirlo – Walter Alasia: era il giovane brigatista rosso, al quale verrà intitolata la colonna milanese del gruppo terroristico responsabile dell’omicidio di Aldo Moro (1978).

La prateria dell’Expo

Memorie che chissà se resistono e chissà che non siano irrimediabilmente perdute, viene da pensare, mentre con Beppe Bonomi, che già s’era occupato di creare la grande prateria dove nacque Expo 2015, e con l’ingegner Alessandro Parolini, responsabile del colossale cantiere, attraversiamo il varco nel muraglione e ci ritroviamo dentro il pianeta rosso: «Questa è l’area di bonifica privata più ampia d’Europa», dice Bonomi, che per la società Milanosesto SpA e per il colosso immobiliare americano Hines, che lavora con il gestore di fondi Prelios, si è occupato di mettere insieme permessi e progetti. E, com’era già per la Falck, di creare il nuovo dalle macerie.

Una riconversione post industriale, «fatta seguendo le regole del green e dell’ecologia», per sommare mattoni e idee al posto di fatica e altoforni, sudore e produzione, capannoni derelitti e vestigia dismesse. Il costo per togliere dal milione e 400 mila metri quadrati dei terreni i metalli pesanti e ogni impurità incompatibile con la vita umana nella metropoli, supererà a consuntivo i 500 milioni di euro. La falda acquifera, come hanno stabilito i piezometri, non è stata toccata, assicura Parolini. Tutto il pianeta rosso è stato diviso, come nella cartografia militare prima della battaglia, in quadranti: sono le “celle di bonifica”, la pulizia avviene, come nei palazzi, stanza per stanza. Una porzione, che sulle mappe assomiglia a un funghetto rosso, è già “pulita”: ed è qui che nasce qualcosa che non solo Milano, ma tutta l’Italia aspetta da tempo. Si chiama “Città della Salute”. E non è uno slogan: vedrà il trasferimento di due reali eccellenze (e non certo per merito politico) della sanità lombarda. Sono l’Istituto dei Tumori, che lascerà la sede storica, ma sempre più inadeguata, di via Venezian, dove sono nate tante cure applicate a livello mondiale. E l’istituto nazionale neurologico Carlo Besta, ultraspecialistico per malattie croniche e rare, che ha bisogno di strutture più grandi e moderne.

Sotto le finestre

I progetti sono stati approvati, la fine dei lavori è prevista per il dicembre 2025.  Accanto ai due istituti di ricerca spunterà (2026-27) anche una sede dell’Università del San Raffaele. E nel frattempo, nella fetta di Unione verso Milano, si stanno scavando le fondamenta per creare 700 appartamenti, in edilizia libera e convenzionata. Più un albergo con 200 camere e uno studentato per 700 posti-letto: «L’idea dei costruttori, gli americani di Hines» dice ancora Bonomi «è di creare condomini con un’offerta qualificata di servizi centralizzati, per esempio dalla baby sitter alla consegna di farmaci. Con spazi per le feste, il co-working, l’asilo nido. Chi vivrà in affitto, avrà il canone accessibile. Ma quello che sarà più incredibile, almeno per me, sarà il parco pubblico sotto le finestre». Un parco molto più grande del Sempione di Milano, circa 450mila metri quadrati, con 10mila alberi da piantare. E – attenzione – con un vero inedito: e cioè di che cosa parliamo quando parliamo di riconversione?

Il capannone Omec (officine meccaniche e costruzioni), lungo 280 metri, manterrà il tetto e alcune pareti, e sarà la sede di bar e ristoranti. Il colossale T 3, detto la Pagoda, con un tetto a ganascia alto trenta metri, e con un forno che aveva una capacità di colata da 140 tonnellate, sarà al piano terreno una prosecuzione del parco e conterrà ai piani superiori una pluralità di funzioni pubbliche e private. E nel lungo “Treno laminatoio” sono previsti i campi al coperto per vari giochi di squadra, per il padel, il tennis. Sono tutti e tre beni storico-documentali, vanno protetti: e questo futuro da Transformers, per quanto incredibile, viene dato per certo dagli investitori internazionali, compreso un fondo sovrano del Golfo Arabo.  L’investimento complessivo sul piatto di SSG sarà di circa 4 miliardi di euro, Banca Intesa si è impegnata sin dal primo momento. E tutti insieme si sono uniti per fondare questo nuovo quartiere della grande Milano, popolato da 15mila abitanti, un sogno che si materializza sull’orizzonte dei progetti firmati Foster, mentre un martello pneumatico, montato su una motrice, spacca un sotterraneo di cemento e le ruspe trasportano montagnette di terreno nelle “baie” numerate.

Rifiuti e controlli

Non c’è tregua, oggi, sulla superficie del pianeta rosso. Ci si destreggia tra terreni che possono essere classificati come inerti, derogati, non pericolosi e pericolosi. Rombano i diesel e, in fila come fantascientifiche formiche, arrivano i grandi camion con la vasca, «Ognuno dei quali» racconta Emilio Cecchetto, responsabile della sicurezza «ha il Gps. Entrano solo gli autorizzati, vengono pesati in entrata e in uscita, si svuota una baia per volta e l’intero percorso dura circa 45 minuti. Nulla può sfuggire».  Francesco De Luca, 61 anni, una vita sui camion, con cui andiamo alla discarica di Ghisalba, non lontano da Seriate, la racconta così: «Dal lunedì al venerdì io vivo, mangio e dormo sul camion. Ogni giorno riesco a fare, a seconda della distanza, 2 o 3 viaggi, o 4 o 5. Sul camion c’è il formulario Fir, che riguarda i rifiuti, e bisogna pensare al nostro lavoro in questa bonifica come a quello di un gigantesco ingranaggio. Io sono, di questo orologio, solo una rotellina».

Un orologio che sposta il terreno, ma che, come nei viaggi nel tempo, sposta un po’ anche l’idea stessa che abbiamo della città. E l’idea di come dal Novecento, il secolo nucleare, si possa arrivare al 2100: stando sulle ruspe, non riusciamo ancora a immaginarlo. Eppure è dietro l’angolo: l’angolo di Milano.

Sul Venerdì del 18 febbraio 2022