Amélie Nothomb: tutto su mio padre
di Daria Galateria , di Daria GalateriaIl castello di Pont d'Oye è una portentosa dimora del Seicento, immensa facciata ocra e tetti d'ardesia, laghi e boschi delle Ardenne belghe: proprietà, a partire dal 1932, del bisnonno di Amélie Nothomb. "Ci sono sempre andata, in vacanza" dice la scrittrice, che vi ambienta metà del suo ultimo romanzo; l'altra metà si svolge in Congo nel 1964, all'epoca della rivolta dei Simba, "i leoni" in swahili ("no, in Congo non sono mai stata"). Per un tratto siamo immessi nelle eleganze dell'aristocrazia impoverita (desargentée, come si dice); per metà nel cuore delle atrocità e le convulsioni del continente nero. Ma conosciamo Amélie Nothomb, i passaggi sono lievi, tutto è giocoso, le morti affabili, i destini onirici.
In questo trentesimo romanzo, e davvero uno dei suoi più belli, Primo sangue (come sempre da Voland, 118 pagine tradotte con l'opportuna grazia d…
Il castello di Pont d'Oye è una portentosa dimora del Seicento, immensa facciata ocra e tetti d'ardesia, laghi e boschi delle Ardenne belghe: proprietà, a partire dal 1932, del bisnonno di Amélie Nothomb. "Ci sono sempre andata, in vacanza" dice la scrittrice, che vi ambienta metà del suo ultimo romanzo; l'altra metà si svolge in Congo nel 1964, all'epoca della rivolta dei Simba, "i leoni" in swahili ("no, in Congo non sono mai stata"). Per un tratto siamo immessi nelle eleganze dell'aristocrazia impoverita (desargentée, come si dice); per metà nel cuore delle atrocità e le convulsioni del continente nero. Ma conosciamo Amélie Nothomb, i passaggi sono lievi, tutto è giocoso, le morti affabili, i destini onirici.
In questo trentesimo romanzo, e davvero uno dei suoi più belli, Primo sangue (come sempre da Voland, 118 pagine tradotte con l'opportuna grazia da Federica Di Lella) "tutto è vero", assicura Amélie: ma, album di famiglia o grande storia, il suo talento ci tiene in gioco con l'ironia e la freschezza, invischiati nella ragnatela inavvertita di alcuni temi forti: la sindrome di Stoccolma, i bambini soli e i bambini soldati, il bullismo e i delitti familiari, snobismo e colonie, e tanto altro ancora.
Primo sangue ("i duelli" spiega Amélie, "possono essere all'ultimo sangue, fino cioè alla morte di uno dei contendenti, o fermarsi alla prima ferita") è la storia di suo padre, Patrick Nothomb, che si racconta in prima persona. In apertura del romanzo, Patrick si trova davanti a un plotone d'esecuzione. Amélie ha pensato a Dostoevskij, condannato nel 1849, per sovversione, a una falsa esecuzione nella Russia zarista, o all'incipit di Cent'anni di solitudine: "Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato...". Anche Patrick ripassa tutta la sua vita, perché in quel momento "ogni secondo dura un secolo più del precedente". Ha 28 anni, è sollevato di non esser più "obbligato a parlare". Inizia così, con questa frase enigmatica, il suo racconto.
Ha otto mesi quando il padre muore in un'operazione di sminamento; la madre bellissima non intende consolarsi; il nonno invece è un generale, e trova la morte del genero "qualcosa di perfettamente accettabile"; il piccolo verrà allevato dai nonni materni, vestito da marinaretto. Un giorno quel paggetto coi boccoli sembra, al generale, troppo delicato; e la cura c'è: mandarlo dal nonno paterno - i Nothomb! - Mamma e nonna rabbrividiscono.
Pierre Nothomb vive a Pont-d'Oye, il castello dunque nelle Ardenne. Un giardino straripante di rose selvatiche, una facciata piena di finestre, e, sulla soglia, il barone. "Un giorno" dice al piccolo "regnerai su questo castello", dove ogni stanza ha un nome, anche l'unico bagno: il Trianon. Squisito, Pierre scrive poesie ("sarebbero quelle cose da imparare a memoria, giusto?", si assicura Patrick), ha tredici figli, di cui cinque, di secondo letto, sono poco più grandi del nuovo arrivato - si rivelano un'orda di Unni, magri, cenciosi, teppisti. Patrick, vessato, è però estasiato di stare così in compagnia; in casa si mangia poco o nulla (un po' la sventatezza del poeta, un po' la guerra). La cuoca ha assassinato il marito - Amélie garantisce che, anche qui, "è tutto vero". Il nonno l'aveva difesa in tribunale: "credo a tal punto all'innocenza di questa donna" aveva perorato "che se la graziate la assumerò come cuoca a casa mia" (e così era stato). I ragazzini dichiarano a Patrick che le poesie del nonno fanno schifo e che ha già ucciso tre persone, la prima moglie e due figlie, decedute di tubercolosi, cioè di freddo e di stenti - di notte, d'inverno, scopre Patrick, i ragazzini passano la notte in un dormitorio congelato, i grandi tutti insieme nella shtouf, la stanza che permette di sopravvivere agli inverni nelle Ardenne, uomini e animali ammassati; nel salone centrale dei Nothomb però i cavalli non sono ammessi. "Esiste ancora, certo", conferma la scrittrice).
Dopo Sete, che ha sfiorato il Goncourt, questo Primo sangue (premio Renaudot) è il romanzo del freddo: ma presto saremo dirottati nei climi dell'Africa equatoriale; e finalmente ci verranno chiariti i termini di quel plotone d'esecuzione d'apertura, sempre più arcano: come mai un ragazzo che a Bruxelles va alle feste in smoking può ritrovarsi in quella situazione?
Prima Patrick dovrà trovar moglie, fungendo da Cyrano, a scriver lettere d'amore per procura, per un compagno di studi: ma tutto è doppio in Primo sangue, non solo i climi, e il ragazzo si ritrova al centro di un duplice inganno. Con due figli, e una carriera diplomatica intrapresa, sembra, quasi per caso (ma poi sarà un ambasciatore di qualità eminente, e Amélie non può che convenirne) il giovane viene nominato, a soli 28 anni, console in una delle zone più calde del pianeta, Stanleyville in Congo.
Oggi ribattezzata Kisangani, Stanleyville (Stanley era l'esploratore gallese che pronunciò la famosa frase: "Il dottor Livingstone, suppongo") è la prima città dell'est del Congo. L'ex colonia belga si era appena (nel 1960) resa indipendente, quando una rivolta portò alla più vasta presa di ostaggi della storia, 1500 bianchi. Furono rapidamente radunati al Palace Hotel: tutti ammassati nella grande hall dell'albergo. Patrick era tra loro, si qualificò come console belga, e si propose come interlocutore. Da inizio agosto, parlò ininterrottamente con i capi ribelli, garantendo la simpatia del Belgio per le loro rivendicazioni, e il proprio orrore (effettivo) per il colonialismo. Era "una versione moderna di Sheherazade": dalla sua capacità di parlare dipendeva la vita dei compatrioti. Alle esecuzioni, Patrick si interponeva: "Di lavoro fa lo scudo umano lei?", gli chiedevano - ma erano i colloqui a essere defatiganti. Quando un guerriero puntava l'arma su Patrick, gli altri lo fermavano: "Attento, ai capi piace parlare con questo qui". I più pericolosi ovviamente erano i bambini-soldato, e si crea un'eco con il bullismo dei ragazzini di Pont-d'Oye.
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"Tutti i parallelismi sono intenzionali", tiene a precisare Amélie: anche il confronto tra gli strani cibi belgi di guerra e quelli africani degli ostaggi; non può mancare il tema della fame nella grande scrittrice dell'anoressia. La Nothomb parla pure della sindrome di Stoccolma; il padre ne faceva accenno in casa, ma mai in riferimento a Stanleyville: "quando sei in trappola, e qualcuno ti picchia meno forte, scatta un amore terribile, con una componente di masochismo". Patrick viene incarcerato, e un giorno è condannato a morte, col plotone schierato davanti al monumento al liberatore del Congo Lumumba: ma l'esecuzione, evidentemente, viene interrotta (non diremo da chi). Il 2 novembre del '64 sbarcarono i parà; i ribelli spararono sugli ostaggi: nove su dieci si salvarono; tra loro, il console.
Amélie non era ancora nata. "Questo padre eroe" racconta, "l'ho perso il 17 marzo 2020, primo giorno del confinamento; ero bloccata in Francia, e non l'ho potuto salutare". Ora lo fa con la sua scrittura squisita e divertente: "questa storia lui la raccontava così, scherzando. Quando parlava: era un conversatore affascinante, ma in famiglia parlava poco".
Sul Venerdì del 25 febbraio 2022