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Lingiardi e Lucarelli: non lasciamoci divorare da Hannibal

Anthony Hopkins nei panni di “Hannibal the Cannibal”. alamy / ipa 
Gli assassini non sono tutti geni. E i delitti reali non sono serie tv. Uno psichiatra e un giallista dialogano sul male. E sul suo fascino
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"Se guarderai a lungo dentro l'abisso, l'abisso prima o poi guarderà dentro di te". Si apre con la citazione di Nietzsche il primo episodio della serie Criminal Minds, che racconta come la squadra di profiler dell'Fbi identifica e arresta i serial killer, chiamati Unsub, Unknown Subject. È il 22 dicembre 2005 e il successo è immediato, tanto che la serie viene rinnovata per 15 stagioni (l'ultima è del 2020, oggi si parla di un possibile ritorno) e dà vita a due spin-off. Così diventa seriale anche il racconto degli omicidi seriali. Mindhunter, uscita su Netflix nel 2017, ha ricostruito la vera storia del criminal profiling, la tecnica di indagine, nata negli anni 70, che ha l'obiettivo di risalire all'identità di un omicida seriale a partire dalla ricostruzione delle sue caratteristiche psicologiche e dalla natura del crimine. È in quegli anni che Robert Ressler e John Douglas dell'Fbi conian…

"Se guarderai a lungo dentro l'abisso, l'abisso prima o poi guarderà dentro di te". Si apre con la citazione di Nietzsche il primo episodio della serie Criminal Minds, che racconta come la squadra di profiler dell'Fbi identifica e arresta i serial killer, chiamati Unsub, Unknown Subject. È il 22 dicembre 2005 e il successo è immediato, tanto che la serie viene rinnovata per 15 stagioni (l'ultima è del 2020, oggi si parla di un possibile ritorno) e dà vita a due spin-off. Così diventa seriale anche il racconto degli omicidi seriali. Mindhunter, uscita su Netflix nel 2017, ha ricostruito la vera storia del criminal profiling, la tecnica di indagine, nata negli anni 70, che ha l'obiettivo di risalire all'identità di un omicida seriale a partire dalla ricostruzione delle sue caratteristiche psicologiche e dalla natura del crimine. È in quegli anni che Robert Ressler e John Douglas dell'Fbi coniano il termine "serial killer" per definire "un individuo i cui omicidi hanno una natura compulsiva e seguono uno specifico modus operandi". Da quel momento i criminali seriali diventano fenomeni della cultura di massa.

Ted Bundy e Charles Manson sono vere e proprie celebrità che ricevono in carcere migliaia di lettere di fan adoranti (per descrivere l'investimento erotico-mediatico nei confronti di una figura criminale c'è un termine: "ibristofilia"). Realtà e finzione si intrecciano e si confondono, è il periodo dei grandi film dedicati ai serial killer - Henry pioggia di sangue, Il silenzio degli innocenti e Seven, solo per citarne alcuni; gli stessi anni in cui Stephen King inventa il suo personaggio più terrificante, il pagliaccio Pennywise, apparentemente ispirato a John Wayne Gacy, un serial killer soprannominato killer clown. L'intento è sempre lo stesso, raccontare il  male e, quando possibile, indagarne l'origine. Cosa chiede Hannibal Lecter alla giovane recluta Clarice Sterling? Scoprire "perché Buffalo Bill fa quello che fa".

Rispondere a questa domanda è, appunto, il compito del criminal profiler, anche se, grazie ai nuovi metodi applicati in ambito scientifico - primo tra tutti il ricorso al Dna come prova - è stato riconosciuto un ruolo sempre più centrale anche alle analisi forensi, tanto nella realtà investigativa quanto nella finzione televisiva (come Csi o l'italiano Ris). Profiling e indagini scientifiche si integrano e al tempo stesso confliggono, avviando dibattiti su quale dei due metodi sia il più efficace per identificare e fermare un criminale seriale. Sono le prove fisiche a guidare l'ipotesi investigativa oppure gli elementi forensi, senza la capacità di analizzarli facendo ricorso alla psicologia del criminale e alla natura del crimine, si svuotano di significato?

A questo conflitto dà voce, tra gli altri, lo scrittore americano Jeffery Deaver, autore della saga di Lincoln Rhyme (al cinema era Denzel Washington de Il collezionista di ossa), un ex capo della scientifica che disprezza l'approccio psicologico perché lo considera poco concreto e affidabile. E il futuro delle indagini che cosa ci riserva? Profiling e tecniche d'indagine forense lavoreranno insieme o le indagini scientifiche, sempre più sofisticate, sono destinate a prevalere? A chi chiederlo se non a Carlo Lucarelli?

"Le indagini e la narrazione letteraria del fenomeno serial killer sono legate tanto al profiling quanto all'indagine forense" risponde lo scrittore. "Il dialogo tra loro è complesso e dipende anche dalle risorse che si possono mettere in campo; spesso nella realtà non è possibile ricorrere agli strumenti di indagine che leggiamo nei romanzi o vediamo al cinema, per il semplice fatto che sono costosissimi. Quando si parla di serial killer è inevitabile che l'aspetto psicologico sia quello predominante, perché è la dimensione che spiega, o tenta di spiegare, come e perché una persona diventa un assassino, cosa si nasconde dietro al "mostro". Nella narrazione classica dei serial killer non è raro, tra l'altro, che il suo principale antagonista sia uno psichiatra, o un investigatore dotato di grande intuito".

Esiste un contesto familiare ricorrente nel background psicologico dei criminali seriali o ognuno di loro è un "pezzo unico"?
"Come scrittore devo dire che più del contesto familiare specifico, che ovviamente ha grande peso, mi interessa raccontare il disagio sociale e politico da cui provengono e in cui si muovono i serial killer. Insomma pensare all'omicida come vicino di casa".

Quindi vuol mettere l'accento non tanto sul ruolo dell'infanzia nella vita del serial killer, ma sul ruolo del serial killer nella nostra vita?
"Sì, mi interessa la paura che può generare nelle persone convinte di vivere una vita tranquilla costruita su solide certezze. Mostrare il male nelle situazioni di sicurezza più che di degrado".

Perciò il ruolo narrativo, quasi archetipico, del serial killer sarebbe di ricordarci che il male è ovunque. E promuovere un'elaborazione psichica della paura. Questo, al lettore, allo spettatore, fa bene o fa male?
"Sicuramente li immerge in una tensione emotiva che contiene tentativi di comprensione, auspici di cura e speranze di arresto. Quindi direi che fa bene. E comunque è difficile comprendere senza conoscere".

Lei dunque pensa che esista una chiave per comprendere il male?
"Teoricamente sì. Certo il cinema e anche certa televisione ci hanno abituato a guardare i serial killer come fossero un game, un effetto speciale. Non sono tutti come Hannibal Lecter, hanno aspetti di miseria e di disperazione tali che, le dirò una cosa paradossale, in alcuni momenti possono quasi suscitare empatia. Avendo seguito tante storie, come scrittore e giornalista, posso dire di aver avuto a volte l'impressione di coglierne la parte ancora innocente, non ancora sporcata".

Clown da paura

Come dovrebbe orientarsi un giornalista per non abbandonarsi alla deriva morbosa che spesso caratterizza la narrazione del crimine?
"Il problema è semplice: le cose si possono fare bene o male. Bisogna domandarsi sempre perché si sta raccontando un dettaglio. Aggiunge qualcosa al racconto o si tratta di un elemento scabroso che non ci dice nulla? Purtroppo c'è chi in questo mestiere segue la regola "più sangue = più audience". Invece è importante avere un'idea, trovare una strada. Nelle mie trasmissioni televisive, per esempio, abbiamo scelto di non continuare a ripetere "il corpo", "il cadavere", "la vittima", come spesso fanno i giornalisti, ma di dire il nome. Se la vittima è la signora Clotilde, cominciare a nominarla e ripeterlo più volte fa di lei non più solo un cadavere, ma una persona che ha avuto la sua vita".

Ancora una volta, il giornalismo è saper raccontare le persone, le storie. Perché, come direbbe Joan Didion, "raccontiamo storie per vivere", anche quando sono storie che parlano di morire. O di uccidere.
Ha collaborato Costanza Formenton

Sul Venerdì del 25 febbraio 2022