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Il vincitore di Sanremo si chiama Coletta

Stefano Coletta, 56 anni, nel suo studio nella sede Rai di viale Mazzini a Roma. foto di Concetto Vecchio

 
Sconosciuto al grande pubblico, Stefano Coletta da direttore di Rai1 è l'artefice del festival dei record. E non solo. Qui si racconta partendo da una notizia: "Mai stato raccomandato"
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ROMA. "Vietato lamentarsi" recita la targhetta alle spalle della poltrona dell'uomo più potente della tv italiana. Quando affiora dalla stanza 543, quinto piano di viale Mazzini, il direttore di Rai1, Stefano Coletta, 56 anni, si scusa per il ritardo di tre minuti. In pochi lo conoscono tra il grande pubblico, ma è stato l'artefice del Sanremo dei record. Il bacio anti sfiga di Amadeus, imposto da Fiorello sul palco dell'Ariston, ha portato bene anche a lui.

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Coletta, lei passa per un intellettuale prestato alla tv.

"Non sono né intellettuale, né colto, ma semplicemente uno a cui piacciono i libri. Vengo dalla gavetta e ho sempre lavorato tantissimo, spinto dalle radici semplici e dallo spirito di sacrificio dei miei, abruzzesi di Roio del Sangro".

Quando era direttore di Rai3 l&#…

ROMA. "Vietato lamentarsi" recita la targhetta alle spalle della poltrona dell'uomo più potente della tv italiana. Quando affiora dalla stanza 543, quinto piano di viale Mazzini, il direttore di Rai1, Stefano Coletta, 56 anni, si scusa per il ritardo di tre minuti. In pochi lo conoscono tra il grande pubblico, ma è stato l'artefice del Sanremo dei record. Il bacio anti sfiga di Amadeus, imposto da Fiorello sul palco dell'Ariston, ha portato bene anche a lui.

Sanremo 2022, la serata finale in 5 momenti: da Sabrina Ferilli alla proclamazione dei vincitori

Coletta, lei passa per un intellettuale prestato alla tv.

"Non sono né intellettuale, né colto, ma semplicemente uno a cui piacciono i libri. Vengo dalla gavetta e ho sempre lavorato tantissimo, spinto dalle radici semplici e dallo spirito di sacrificio dei miei, abruzzesi di Roio del Sangro".

Quando era direttore di Rai3 l'hanno paragonata ad Angelo Guglielmi.

"Anche qui non sono d'accordo. L'unica comunanza è la formazione letteraria, mi sono laureato con una tesi su Saba e il matricidio, ma Guglielmi è stato un genio televisivo che ha inventato da zero marchi che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri".

Cosa chiedono gli italiani alla tv?

"Una narrazione. Da direttore di Rai3 cercai di costruire la rete come un romanzo popolare. Bisogna parlare a tutti, ma questo intento pop deve essere profondo, carico di senso, occorre unire radici di memoria e di futuro".

Per esempio?

"Sono appassionato alle vite comuni delle persone. Una delle prime trasmissioni che mi inventai fu Non ho l'età. Raccontava gli amori tardivi, quelli degli anziani. Mi avevano sempre detto che i vecchi non amano vedersi raccontati. Venni perciò sconsigliato a procedere. Corsi il rischio e andò benissimo".

Come lo spiega?

"Erano storie di speranza, che rivelavano che la vita può sempre sorprenderti. E anche i più giovani rimasero affascinati dall'elemento dell'imprevedibilità: quelle passioni parlavano anche a loro".

La sua idea di servizio pubblico?

"La parola chiave è inclusione dentro il racconto del Paese reale. Per me anche Ballando con le stelle deve essere espressione del tempo che viviamo. Con Milly Carlucci, che è una professionista caparbia, ci siamo divertiti a costruire un format dove tutti questi elementi fossero presenti".

Confesso che non ho mai visto Ballando con le stelle.

"Guardi che si può trovare della poetica anche in Tale e quale show di Carlo Conti".

Quindi il suo mantra è il nazionalpopolare intelligente?

"Mi piace l'idea della contaminazione dei generi. Ho voluto che si parlasse di libri ad Oggi è un altro giorno, alle 14 su Rai1, un'ora in cui in genere prevale l'intrattenimento leggero. E così quel pubblico ha imparato a conoscere Benedetta Craveri ed Emanuele Trevi intervistati da Serena Bortone".

E funziona?

"Altroché. A volte abbiamo raggiunto il 18 per cento di share".

Quindi c'è una domanda di cose profonde?

"L'ho capito con le lezioni di Massimo Recalcati che ho voluto a Rai3. Sono stato il primo a portare la psicoanalisi in televisione".

Cosa le ha rivelato il boom di Sanremo?

"Abbiamo azzeccato la voglia di vivere un evento collettivo dopo due anni di pandemia: anche questo è servizio pubblico ma soprattutto, grazie al lavoro di Amadeus, abbiamo intercettato tutte le generazioni, a partire da quelle più giovani".

Il bacio tra Coletta e Amadeus sul palco del Teatro Ariston il primo febbraio scorso. Maria Laura Antonelli / agf
  

Quando le ho telefonato l'altro giorno mi ha detto: "Sono contento per Sanremo, ma certo la felicità è un'altra cosa".

"Glielo dice uno che ha consacrato la vita al lavoro. È un buon periodo, faccio quel che desidero, non solo per dovere".

Com'è diventato direttore Rai?

"Non pensavo di diventarlo. Sono qui da trent'anni: programmista, autore, capostruttura, vicedirettore al palinsesto. Poi, cinque anni fa, dopo l'abbandono di Daria Bignardi, Mario Orfeo mi promosse direttore di Rai3".

Com'era entrato?

"Nel luglio del 1991. Una mia amica, che lavorava a Radio2, mi disse che cercavano dei giovani da inserire nella struttura della prosa radiofonica. Mandai il mio curriculum alla responsabile Lidia Motta. Mi convocò nel suo ufficio, in via Asiago, e mi esaminò per tre ore".

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Tre ore?

"Sì, una lunga chiacchierata sulle mie aspirazioni. Il giorno stesso mi chiamarono dalla Rai proponendomi un contratto di tre mesi alla redazione di Chiamate Roma 3131. Avevo 26 anni".

Niente raccomandazioni, quindi?

"Mai avute".

È vero che contò una zia, la segretaria di Gianni Letta?

"Ho scoperto dai giornali di avere una nuova zia. Fa sempre piacere l'agnizione familiare. Peccato non sia vero. Lina Coletta è figlia come me di due roiesi. Si chiama Coletta, come tanti in paese, dove sono tutti imparentati, ma tra noi la parentela non c'è".

La Rai non è il regno della politica?

"Sì, ma la politica sa anche riconoscere la competenza e l'onestà di chi ci lavora".

Quindi lei fu assunto giovanissimo?

"No, no. Prima mi sorbii dieci anni di contratti a termine: e lì ogni volta ti devi sudare il rinnovo. Per arrotondare facevo supplenze di italiano e latino nei licei: quindi ero doppiamente precario. L'esperienza più formativa si rivelò in un istituto privato".

Quale?

"Il Nazareno, vicino a piazza di Spagna. Mi chiamò padre Rossi, era il 1994, portai una classe alla maturità. È il liceo dei vip, vi avevano studiato Carlo Verdone e Christian De Sica. Ero severissimo e appassionato, quello è un lavoro che mi sarebbe piaciuto fare per tutta la vita".

Perché scelse la Rai?

"Anche per un fatto di guadagno. Nel 2001 la brava capostruttura Lucia Restivo mi propose finalmente l'assunzione. Avevo 35 anni".

Che cosa voleva fare da ragazzo?

"Lo psicoanalista. Sono stato in analisi dai 25 anni ai 30, col professor Mayer. Rappresentò anche una grande formazione culturale. Penso che Freud andrebbe insegnato nelle scuole".

Un approccio che applica anche al lavoro?

"Se vado al ristorante in gruppo, dopo un po' mi disconnetto e comincio ad origliare i discorsi del tavolo accanto. Ho una predisposizione genetica all'ascolto".

In che famiglia è cresciuto?

"Papà era chef all'ambasciata inglese. Mamma maestra d'asilo, dopo la nascita di mio fratello, alla fine degli anni 50, si dedicò a noi. Si conobbero in paese e poi emigrarono a Roma".

La piccola borghesia del boom.

"Quella. Mai avuto problemi economici, ma io e mio fratello fummo invitati a laurearci in fretta. Abitavamo nel quartiere Africano. Roma, negli anni Settanta, era infestata dal terrorismo, dalla violenza politica, circolava moltissima droga. Mia madre ne era terrorizzata. Era ossessiva nel controllo".

Che liceo ha frequentato?

"L'Archimede, quello di Valerio Verbano, il giovane militante di sinistra ucciso nel 1980".

L'ha conosciuto?

"Non personalmente, io ero in 1A e lui in 5 A. Ricordo però il senso di morte che ci avvolse e che ci impedì per giorni di andare a scuola".

Faceva politica?

"Mi piacevano di più i libri"

E quali sono i libri della sua vita?

"A 15 anni mi ha folgorato La storia di Elsa Morante, per la rappresentazione animale dell'uomo. Poi scoprii Il male oscuro di Giuseppe Berto. E, nascosto tra le cose di mio fratello, trovai Porci con ali di Lidia Ravera. Tra le letture recenti ho trovato potente La città dei vivi di Nicola Lagioia".

Che tv guardava?

"Pinocchio, La baronessa di Carini, Sandokan. E Discoring, imperdibile".

Perché aveva puntato su Gloria Guida e Sabrina Ferilli per due format sulle donne?

"Guida conduceva Le Ragazze, un racconto tra le generazioni, e Ferilli Storie del genere, sulla transessualità. Solo un'icona può aiutare queste persone a svelarsi. È quello che ho fatto su Rai1, appaltando, dall'ora di pranzo al pomeriggio, a Antonella Clerici, Serena Bortone, Alberto Matano: un mix tra informazione di qualità e intrattenimento".

Si sente un potente?

"Di certo non ne approfitto. Mai chiesto un biglietto in prima fila a teatro".

I politici non chiamano?

"In due anni da direttore di Rai1 avrò ricevuto dieci telefonate. In genere sono commenti sulle trasmissioni, semi proteste, quindi, ma esposte con misura".

I giornali della destra l'accusano di fare una tv gay friendly.

"È un'accusa ideologica, oltre che una lettura medievale della televisione. Chi mi conosce sa che non ho mai usato le reti che ho diretto per personalismi o indottrinamento; alcuni conduttori bersagliati, peraltro, c'erano già prima che arrivassi io a Rai1".

Che Italia vede dalla sua stanza?

"Sono molto sollevato per la conferma di Sergio Mattarella al Quirinale. E lo stesso vale per Mario Draghi. Mi rassicurano entrambi. Restiamo però un Paese che offre troppo poco ai giovani. Provo sempre ammirazione per chi, partendo da umili origini, ce l'ha fatta".

Sul Venerdì del 25 febbraio 2022