Lo sport è di tutti sulle spiagge del Senegal
di Davide Lemmi , di Davide LemmiDAKAR. Alle sei di sera la città si cambia d'abito. Il lungomare, le spiagge, i vicoli e i campi in terra battuta prendono vita. La capitale del Senegal dismette i panni da operaia, studente o studentessa, uomo o donna d'affari e si infila le sneakers. La spiaggia di Fann, una delle più celebri, diventa una palestra a cielo aperto frequentata da centinaia di ospiti dei dormitori della vicina università Cheikh Anta Diop. Gli attrezzi per fare gli esercizi sono stati gentilmente donati dal governo cinese a disposizione di tutti. Sulla spiaggia, l'unico anziano presente sta sistemando cassette di bottiglie di plastica su un banco: vende acqua fresca agli atleti. "Questo è un luogo di sport. È frequentato tutti i giorni", ci dice. "In media in una serata guadagno circa l'equivalente di dieci euro. Non è tanto, ma ci tiro avanti". Poco più avanti un uomo sta allenando un gruppo di atleti:…
DAKAR. Alle sei di sera la città si cambia d'abito. Il lungomare, le spiagge, i vicoli e i campi in terra battuta prendono vita. La capitale del Senegal dismette i panni da operaia, studente o studentessa, uomo o donna d'affari e si infila le sneakers. La spiaggia di Fann, una delle più celebri, diventa una palestra a cielo aperto frequentata da centinaia di ospiti dei dormitori della vicina università Cheikh Anta Diop. Gli attrezzi per fare gli esercizi sono stati gentilmente donati dal governo cinese a disposizione di tutti. Sulla spiaggia, l'unico anziano presente sta sistemando cassette di bottiglie di plastica su un banco: vende acqua fresca agli atleti. "Questo è un luogo di sport. È frequentato tutti i giorni", ci dice. "In media in una serata guadagno circa l'equivalente di dieci euro. Non è tanto, ma ci tiro avanti". Poco più avanti un uomo sta allenando un gruppo di atleti: "La spiaggia è divisa per allenatori", spiega. In realtà è divisa anche per sport: calcio, beach volley, ginnastica, lotta. Qui, non appena cala il sole, si concentra una buona fetta delle attività che fanno bella mostra di sé alle Olimpiadi e appassionano milioni di persone in tutto il mondo.
Battuto l'Egitto
L'ultimo successo dello sport senegalese risale a poche settimane fa: la vittoria della Coppa d'Africa da parte della Nazionale di calcio. Non lontano dalla rotonda di Fann, la sera del trionfo il cantante Youssou N'dour ha fatto scatenare la folla in festa, mentre sulle scalinate del Monument de la Renaissance Africaine, gruppi di giovani sventolavano le bandiere davanti al megaschermo. La vittoria della Coppa d'Africa ha suonato la carica per tutto lo sport senegalese. Dopo il rigore finale dell'attaccante Sadio Mané, tutto il Paese si è riversato nelle strade per festeggiare. Il rientro della squadra è stato seguito in tv da milioni di persone. Per giorni, radio e televisioni hanno parlato solo di calcio. Il Senegal tutto, ha respirato sport. Anche se la squadra campione - come del resto succede per molte altre Nazionali africane - non ha nessun giocatore che militi nel campionato professionistico locale. Il sintomo di un problema profondo, che non riguarda solo il calcio.
Senza rete
Djibril ha 32 anni e guida un taxi. Ascolta alla radio un programma sportivo che parla della Nazionale. "Tutto parte dal campionato locale: non lo guarda nessuno", si sfoga. "Le squadre non sono competitive. Non hanno soldi e giocano in stadi malridotti". Le parole del tassista fotografano bene la situazione del calcio senegalese oggi: un Paese che genera talenti del calibro di Kalidou Koulibaly (difensore del Napoli), Mané (rigorista della Nazionale e attaccante del Liverpool) e del portiere del Chelsea Edouard Mendy, ma a cui manca una struttura e un'organizzazione per fare dello sport un settore trainante dell'economia e dello sviluppo. "È dal 2015 che sono un agente Fifa", spiega Seydou Gueye. "È paradossale paragonare la forza della nostra Nazionale con quella dei club". A mancare non sono le scuole calcio, ma la connessione fra queste e i club: il passaggio che può fare di un bravo dilettante un potenziale professionista.
I centri di formazione calcistica, spesso di quartiere, preparano i ragazzi fino ai 14 anni circa. Una volta formati, i calciatori in erba continuano la loro strada con squadre di amici, a meno che non vengano notati dagli scout delle Academy, centri di formazione calcistica più elevati collegati ai club stranieri: è così che i talenti migliori prendono la via dell'estero.
Verso il Qatar
La questione, qui in Senegal, genera polemiche da anni: a lungo l'Academy più famosa è stata Aspire, centro di eccellenza calcistico qatarino voluto dall'allora emiro Hamad bin Khalifa Al Thani nel 2014 nell'ambito degli investimenti in vista della Coppa del Mondo di calcio che si aprirà a novembre nel piccolo regno del Golfo. La sede di Dakar è stata chiusa due anni fa, ma nel frattempo molti ragazzi sono partiti per il ricco Qatar con visti sportivi e di studio. Se si considera che quello dell'Aspire è solo un caso tra molti, si capisce come in Senegal rimanga il vuoto.
A Dakar il ministero dello Sport ha a disposizione un budget di 50 milioni di euro: troppo poco per organizzare le strutture che sarebbero necessarie a coltivare tutti i talenti. E i problemi non si fermano qui: per problemi legati alla tradizione, l'accesso delle donne allo sport resta difficile, mentre nelle scuole pubbliche l'educazione fisica molto spesso non è compresa nel piano di istruzione. "Ci sono classi con 40 alunni e un solo maestro che insegna", spiega Simone Quagliana, cooperante italiano che ha promosso un progetto di sport nella scuola del quartiere di Ngor, a Dakar. "C'era entusiasmo. Abbiamo cercato anche di coinvolgere i maestri". Ma iniziative come le sue sono isolate: l'attenzione del governo è tutta concentrata sulla costruzione di mega-strutture come lo stadio di Diamniadio, destinato a ospitare i Giochi olimpici giovanili del 2016. Un'opera costata 238 milioni di euro che dopo l'evento rischia di essere abbandonata, come accaduto al precedente stadio nazionale.
Sognando Cleveland
La realtà è fatta da storie come quella di Aita, 16 anni, che di giorno aiuta la madre a vendere pesce alla griglia sulla spiaggia, ma la sera appena può si stende sulla tavola da surf della spiaggia di Yoff, sempre a Dakar, e cavalca le onde. La ragazza ha talento, ma non ha le risorse né una struttura federale alle spalle per coltivarlo in maniera più strutturata. E poi: a pochi chilometri a sud da dove surfa Aita, c'è il campetto da basket di Ouakam, dove si allena anche una squadra di serie A. Ragazzi e ragazze giocano, imitando i campioni della Nba. Due rettangoli arancioni, quattro canestri e la creatività bastano per sognare di fare un percorso simile a quello di Tacko Fall, cestista senegalese che gioca negli Stati Uniti con i Cleveland Cavaliers.
Ma più ancora che al surf e al basket, è alla Lamb che i giovani guardano per costruirsi un futuro: si tratta di una sorta di lotta greco-romana, considerata la madre di ogni sport senegalese, popolare quanto il calcio in tutto il Paese. Si è sviluppata come sport professionistico solo negli anni 90, ma i suoi legami con questa terra percorrono la storia a ritroso. Il risultato è che viene seguita ovunque e i suoi campioni più famosi guadagnano fino a 250 mila euro a incontro.
A scuola dalle leggende
Superati i vicoli del quartiere di Ngor, a poca distanza da dove campeggia un murales della compianta leggenda del calcio Bouba Diop, si arriva davanti ai cancelli di una scuola di Lamb. Qui, nel cortile di sabbia, osservati da diversi bambini, si allenano i lottatori. "Ogni anno facciamo uno o due incontri. Di più è impossibile", ci dice Ablay Kherou, un lottatore di 27 anni con dieci vittorie su 14 incontri. Nel tempo libero, cerca di trasmettere le sue conoscenze ai più giovani. Insieme a lui ci sono altri campioni famosi, come Ibou Diop, 64 anni, ex Campione d'Africa. "Preparare un match richiede un sacco di tempo e molto denaro. Molti dei ragazzi che sono qui oggi non hanno un lavoro e non possono dedicarsi solo a questo", osserva Kherou. Anche perché non tutti potranno contare sugli ingaggi dei big: un discreto lottatore guadagna in media 150 euro a incontro. Una cifra troppo bassa per diventare un reddito vero. Così molti abbandonano o continuano a praticare lo sport solo a livello dilettantistico: come fa Aita, la surfista. O i ragazzi del basket.
Nel Senegal dei campioni la loro è una storia già sentita. "A noi cosa rimane di tutto ciò?", si chiede rassegnato il tassista Djibril, mentre guida per le strade di Dakar e supera l'ennesimo campetto in terra battuta affollato da ragazzi che si allenano.
(tutte le foto sono di Marco Simoncelli)
Sul Venerdì del 25 febbraio 2022