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Alternanza scuola lavoro: la lezione della Penny Wirton

La manifestazione degli studenti romani del 18 febbraio dopo la morte di Giuseppe Lenoci e Lorenzo Parelli (Antonio Masiello/Getty Images) 
Mentre gli studenti protestano in piazza contro gli stage costati la vita a due coetanei, lo scrittore Eraldo Affinati racconta la sua esperienza con i ragazzi che insegnano l'italiano ai migranti: funziona
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La Penny Wirton di Roma, una scuola per l'insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati che ho fondato quindici anni fa insieme a mia moglie, Anna Luce Lenzi, opera a Casal Bertone, non distante dalla stazione Tiburtina, nei locali sotto l'ostello universitario che la Regione Lazio ci mette a disposizione. Sudanesi, egiziani, bengalesi, albanesi, donne e uomini. Prima della pandemia eravamo tantissimi, coi bambini piccoli che giravano fra i banchi mentre le mamme compitavano le sillabe, oggi siamo obbligati a organizzare gruppi più ristretti, ma presto torneremo ai grandi numeri.

Non abbiamo classi, puntiamo sul rapporto uno a uno. Se arrivassero sessanta profughi, dovremmo prevedere altrettante coppie: centoventi persone sedute una davanti all'altra. I tavolini sono ben distanziati, tutti indossano le mascherine ffp2, hanno il green pass e usano i disinfettanti. La didattica a distanza è stata dura, ma ci ha consentito di resistere: un aiuto im…

La Penny Wirton di Roma, una scuola per l'insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati che ho fondato quindici anni fa insieme a mia moglie, Anna Luce Lenzi, opera a Casal Bertone, non distante dalla stazione Tiburtina, nei locali sotto l'ostello universitario che la Regione Lazio ci mette a disposizione. Sudanesi, egiziani, bengalesi, albanesi, donne e uomini. Prima della pandemia eravamo tantissimi, coi bambini piccoli che giravano fra i banchi mentre le mamme compitavano le sillabe, oggi siamo obbligati a organizzare gruppi più ristretti, ma presto torneremo ai grandi numeri.

Non abbiamo classi, puntiamo sul rapporto uno a uno. Se arrivassero sessanta profughi, dovremmo prevedere altrettante coppie: centoventi persone sedute una davanti all'altra. I tavolini sono ben distanziati, tutti indossano le mascherine ffp2, hanno il green pass e usano i disinfettanti. La didattica a distanza è stata dura, ma ci ha consentito di resistere: un aiuto importante è venuto proprio dagli studenti italiani che si sono impegnati come non mai. Provate a pensare cosa significa insegnare i verbi su WhatsApp a un giovane afghano, correggere la pronuncia a una signora araba o africana. Alcuni momenti restano memorabili: Samuele, un giovane siciliano in carrozzella, che poi è diventato uno dei miei migliori amici, ha insegnato l'italiano a un egiziano emigrato a Torino. Un profugo iracheno sordomuto è riuscito a ottenere la certificazione A2.

Eraldo Affinati in una sala della Penny Wirton (Francesco Fotia/Agf) 


Di nuovo in classe

Adesso siamo tornati in presenza ed è tutto più bello. I licei romani coinvolti quest'anno sono il Pilo Albertelli e il Giulio Cesare. Altri, come il Socrate, si sono prenotati per le prossime sessioni. Guardo Laura alle prese con Solomon, eritreo di Assab; Emma e Olivia insieme a Sigan e Sakib, Leonardo con Saidur, tutti provenienti da villaggi nei pressi di Dacca. I resoconti che ci mandano i nostri studenti li farei leggere ai corsi di formazione per i docenti: ti fanno capire tante cose. Davide, ad esempio, 17 anni, mi dice che a scuola viene premiato solo l'esito finale, non il movimento dal punto di partenza; anzi, precisa, se un allievo arriva al risultato percorrendo una strada diversa da quella stabilita dal docente, rischia di essere penalizzato. Qui, conclude, non è così. L'avrei abbracciato. Ecco come dovrebbe essere la scuola: un lavoro da costruire insieme, una qualità della relazione umana. Senza mai abbassare l'asticella.

Dopo i recenti tragici incidenti mortali che hanno visto coinvolti alcuni studenti impegnati negli stage aziendali (Lorenzo a Udine, Giuseppe nelle Marche), molti ragazzi l'hanno gridato forte: basta con l'alternanza scuola-lavoro! Di fronte a questi casi drammatici, è difficile non essere d'accordo sulla necessità di incrementare i controlli di sicurezza. Tuttavia, come in molti hanno sottolineato dopo le più recenti manifestazioni, dovremmo distinguere fra l'ex alternanza scuola-lavoro e i percorsi di istruzione tecnica e professionale: questi ultimi li abbiamo sempre avuti e in certi settori, ad esempio alberghiero e meccanico, appaiono legati ai processi di apprendimento, oltre che indispensabili per avviare i giovani al lavoro.

Questione diversa sono i Pcto, un peraltro rivedibile acronimo (Percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento), rivolti a tutti gli studenti, compresi i liceali, il cui scopo è quello di far uscire la scuola (non sempre, solo qualche volta), dalla dimensione spesso un po' asfittica dell'aula chiusa, coi suoi vecchi riti normativi, mostrando agli adolescenti la vita sociale esterna, nel tentativo di fargli fare nuove pratiche da elaborare. Questi periodi di formazione culturale hanno un orario variabile e vengono svolti anche presso associazioni di volontariato come la nostra.

Esistono una cinquantina di nuclei didattici in Italia, ultimo nato quello di Torino che, firmando un patto d'intesa, si richiamano allo spirito Penny Wirton. Laura Bosio, responsabile della scuola di Milano, negli anni ha operato con i licei Virgilio, Carducci, Einstein, Volta, Istituto Tecnico Marie Curie, Liceo Artistico Orsoline. Una ragazza un giorno le ha confidato: "Per me non è solo conoscenza, comprensione, grande esperienza di vita: questa scuola mi riempie l'anima". Altrettanto potrebbero dichiarare gli studenti del liceo per il turismo Marco Polo, all'Isolotto di Firenze che, grazie all'intuizione del dirigente, Ludovico Arte, danno lezioni agli immigrati all'interno della loro stessa scuola. Con la medesima attitudine partecipativa si muovono i ragazzi dei licei Fermi, Majorana e Minghetti di Bologna. A Senigallia stanno per entrare in azione quelli del liceo Medi. Ogni volta che incrocio lo sguardo di questi scolari mi chiedo: perché i giornali non li mettono in prima pagina?

A pieni voti

Mi colpiscono l'entusiasmo e la disinvoltura con cui Chiara e Marco, Giulia e Claudio si avvicinano ai loro coetanei, neo-arrivati in Italia, spesso, lo sappiamo, dopo esperienze traumatiche. A Roma per formare i tirocinanti prima gli diciamo chi siamo, illustrando lo stile dell'accoglienza, il manuale appositamente costruito e la ludodidattica; poi li mettiamo accanto a volontari già esperti, in modo che possano rendersi conto in concreto cosa vuol dire "insegnare senza spiegare"; infine li incoraggiamo a fare da soli.
I risultati sono fantastici. È uno spettacolo vedere come Elsa si relaziona con Rachid, Marco parla con Omar, Roberta dialoga insieme a Kadigia. Da una parte abbiamo ragazzi scolarizzati, dall'altra analfabeti nella lingua madre. Eppure questi giovani, che nella scuola del mattino non sempre vanno bene, s'intendono a meraviglia riuscendo a trovare imprevedibili accordi. Alcuni dei partecipanti ai Pcto, dopo aver concluso il percorso scolastico, restano con noi. Talvolta scoprono le proprie attitudini: Francesco, che aveva iniziato la sua esperienza come studente del liceo Newton, adesso è iscritto all'università, sta imparando l'arabo, io me lo immagino come un futuro cooperante; Angela, padre senegalese e madre italiana, quando guida Hassan alla lettura, sembra toccare con mano le sue radici. Non mi dimenticherò mai ciò che ci scrisse Valeria, del liceo Augusto, sulla sua esperienza con un bambino bengalese: "Il momento più bello è stato quando Ramim, ha detto "Ah sì sì ora ho capito, finalmente ho capito"". Non è forse questo l'obiettivo che ogni insegnante dovrebbe VOLER raggiungere? Spesso questo lavoro viene scelto solo come un ripiego: il "professore" non è interessato realmente al corretto apprendimento dell'alunno né, tantomeno, a far nascere in lui la passione per la propria materia.

Fortunatamente non tutti sono così, ne ho incontrati tanti che possono definirsi, fieramente, Insegnanti, e li porto nel mio cuore, sempre. Proprio a loro voglio ispirarmi. "Il mio sogno", continua Valeria, "è quello di diventare una maestra e loro saranno i miei modelli. Mi piacerebbe moltissimo che i miei alunni mostrassero lo stesso entusiasmo che ha mostrato oggi Ramim, dopo la mia spiegazione. Vorrei concludere citando una frase di una grande donna, Maria Montessori: 'Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari'".

Sul Venerdì del 4 marzo 2022