Le quattro magnifiche signore della birra Menabrea
dal nostro inviato Maurizio Crosetti , dal nostro inviato Maurizio Crosetti(Archivio Birra Menabrea)
BIELLA. L’acqua buona ancora scende dal santuario della Madonna di Oropa e arriva zigzagando e schiumando, quasi fosse già birra, proprio nel centro della città. Acqua a suo modo romantica e romanzesca, con un basso grado di durezza e un’ancor più bassa concentrazione di sali minerali, acqua pura e femmina come le protagoniste di questa storia e come il cognome che da quasi 170 anni le rappresenta: Menabrea. Un’epopea.
La madre, Eugenia. Le figlie: ancora un’Eugenia (però Genia, per distinguerla), e poi Albertina e Maria. Alla fine dell’Ottocento le chiamavano “le quattro Menabrea” quando morì Carlo, marito di Eugenia e figlio del capostipite Giuseppe, e le quattro dovettero farsi carico dell’azienda, del cognome e di tutta quell’acqua da trasformare in birra. Ci sono riuscite, decisamente.
BIELLA. L’acqua buona ancora scende dal santuario della Madonna di Oropa e arriva zigzagando e schiumando, quasi fosse già birra, proprio nel centro della città. Acqua a suo modo romantica e romanzesca, con un basso grado di durezza e un’ancor più bassa concentrazione di sali minerali, acqua pura e femmina come le protagoniste di questa storia e come il cognome che da quasi 170 anni le rappresenta: Menabrea. Un’epopea.
La madre, Eugenia. Le figlie: ancora un’Eugenia (però Genia, per distinguerla), e poi Albertina e Maria. Alla fine dell’Ottocento le chiamavano “le quattro Menabrea” quando morì Carlo, marito di Eugenia e figlio del capostipite Giuseppe, e le quattro dovettero farsi carico dell’azienda, del cognome e di tutta quell’acqua da trasformare in birra. Ci sono riuscite, decisamente.
L’acqua più buona
Dopo i leoni di Sicilia arrivano le leonesse del Piemonte (due leoni arrampicati su un tino sono, guarda caso, il marchio di Menabrea). In libreria c’è voglia di saga; dopo quella dei Florio è stata appena raccontata anche quella della famiglia Panini di Modena, i signori delle figurine. Nel caso della birra, l’autore è Francesco Casolo, storico del cinema, che per Feltrinelli ha scritto La salita dei giganti, appunto l’avventura familiare dei birrai tra i più antichi d’Italia (Menabrea nasce nel 1846, ma i personaggi di cui parla il libro la acquisiscono nel 1864). Una storia coniugata al femminile. Il fulcro è Genia Menabrea, figlia di Carlo, una bimba che quando aveva 6 anni venne coinvolta dal papà nel rito di iniziazione: l’assaggio dell’amara bevanda, quasi un’investitura oltre che una vocazione. E se oggi la sede della Menabrea continua a trovarsi nel cuore di Biella, oltre alla birra il distretto tessile più importante d’Italia insieme a Prato, le radici arrivano fino alla Belle Époque che fa da sfondo alla trama.
I Menabrea, stirpe walser di Gressoney, scendono a valle perché Biella è a due passi da Torino e da Milano e perché, appunto, lì c’è acqua di montagna, l’ideale per una birra diversa da tutte. La vicenda è romanzesca e racconta l’orgoglio di una ragazza che ha saputo fare da sola, ma anche creare con il marito Emilio Thedy una formidabile coppia, cinque figli maschi a controbilanciare tutte quelle femmine, figlie e poi orfane o vedove. Anche Emilio, come il suocero Carlo, muore di tisi molto giovane, prima dei quarant’anni. Un destino, sebbene Genia pensi che da una sciagura si esce con un’avventura.
del Novecento (Archivio Birra Menabrea)
Un mondo in fermentazione
Il bello di questo romanzo storico è l’incrocio privato di una famiglia sullo sfondo di un mondo in piena rivoluzione, il primo telefono, la prima lampadina, i primi film al cinematografo, i primi sci e poi le Esposizioni Universali tra aerostati, automobili e idrovolanti. Perché il sogno di suo padre non vada perduto, Genia impara presto e bene tutti i segreti dal mastro birraio Gregor: ad esempio, che la birra “si fa” da San Michele a San Giorgio, cioè da fine settembre ad aprile, insomma col freddo. Tutto scorre tra gli odori dello stabilimento, l’essiccatoio, la tostatura e l’imbottigliamento. Nel romanzo si affacciano figure come Quintino Sella, amico di Carlo Menabrea (Sella amava la birra scura) e la figlia Eva, che per prima aprì una scuola superiore femminile, oppure come Benedetto Carpano, pure lui biellese ma di Bioglio, l’inventore del vermouth. Dal Gran San Bernardo scendono i carri di orzo da “maltare”, e basta togliere una zeta ed ecco che orzo diventa oro. Ancora oggi, la materia prima è il segreto: il luppolo bavarese di Hallertau e il malto francese di Vitry-le-François. Senza dimenticare il comandamento che Gregor impartì a Genia: la virtù principale del birraio è la pazienza. Non che sia stato tutto facile, per le quattro Menabrea, tra lutti e malinconie. Genia dovette lottare non poco per ottenere dai banchieri i finanziamenti necessari a garantirsi il futuro. Ma fu bellissimo quando Emilio la caricò sulla motocicletta, una delle prime a Biella, e la portò in riva a quel mare che lei non aveva mai visto e che suo padre montanaro non vide mai: le onde di Camogli, tutto quel blu «che è mille volte più grande del torrente Lys», cioè del corso d’acqua che attraversa la Valle d’Aosta paterna. E forse non è un caso se svariate leggende, dagli egizi ai finlandesi passando per i sumeri, narrano che è stata una dea a inventare la birra. Genia lo capì da piccolissima, sentendo questa verità dentro il proprio sangue, e non l’ha mai dimenticato fino alla morte, nel 1946, in tempo per il primo voto alle donne.
Quinta generazione
Una storia che è anche un breve ma intenso trattato di economia nel Piemonte dei tessuti (Biella), della meccanica (Torino), dei dolciumi (Alba), dei vini (Asti, Cuneo), del riso (Vercelli, Novara). Con la birra a dare fermento a un incrocio di vicende che non finiscono con la modernità. In Italia, la birra è sempre stata una saga familiare, anche se poi i nomi storici sono stati acquisiti dalle multinazionali: la stessa Menabrea fa parte dal 1991 del Gruppo Forst, però l’attuale amministratore delegato Franco Thedy è un discendente di quinta generazione dei figli di Genia. Le famiglie, dunque: oltre ai Menabrea ci sono stati i Wührer (Brescia), i Peroni (Vigevano), i Moretti (Udine) e i Poretti (Varese), tutti esperti e innamorati “dell’acqua che fa vedere chiaro”, come la chiamavano i sumeri, nonostante che il suo scivolare fresca nello stomaco rappresenti, purtroppo, una delle porte più facili all’alcolismo per donne e ragazzi. Ma che sia bionda oppure ambrata, rossa oppure “bianca” (la grezza weiss fa sempre più tendenza), l’acqua del santuario ancora sgorga nel quartiere biellese di Riva, attorno alla grande ghiacciaia esagonale dove tutto cominciò, schiumando in 250 mila ettolitri l’anno. Genia Menabrea ne sarebbe felice, come lo sarebbe nel visitare il museo dove sono stati recuperati ed esposti i macchinari originari, gli utensili d’officina e gli attrezzi degli antichi bottai. Una storia, questa sì, mai filtrata.
Sul Venerdì del 4 marzo 2022