La semplice domanda di Alessandro Cattelan: "Chiedimi se sono felice"
di Michele Serra , di Michele Serranel mondo su Netflix (Francesco Paolo Faraci/Netflix © 2021)
Felicità è una parola imbarazzante. O perché troppo "alta", nel repertorio dei filosofi e dei rari poeti che l'hanno presa in considerazione (è ben più maneggevole la malinconia). O perché, al contrario, troppo banale, bamboleggiante, non adulta. Roba da cameretta dei bambini, con tutto il rispetto per le camerette dei bambini. Ci vuole dunque un bel coraggio per architettare e realizzare una serie tivù (il termine tecnico è docu-show) sulla ricerca della felicità, in uscita dal 18 marzo su Netflix, ovvero visibile in mezzo mondo. Lo ha fatto Alessandro Cattelan, star della televisione pop italiana meno tradizionale. Gavetta su Mtv, "giovane che piace ai giovani", poi conduttore di talk show molto sciolti, successo grosso come frontman di X Factor, un'esperienza così così con la Rai e lo show generalista, oggi mina vagante in cerca di una rotta per la maturità.
Felicità è una parola imbarazzante. O perché troppo "alta", nel repertorio dei filosofi e dei rari poeti che l'hanno presa in considerazione (è ben più maneggevole la malinconia). O perché, al contrario, troppo banale, bamboleggiante, non adulta. Roba da cameretta dei bambini, con tutto il rispetto per le camerette dei bambini. Ci vuole dunque un bel coraggio per architettare e realizzare una serie tivù (il termine tecnico è docu-show) sulla ricerca della felicità, in uscita dal 18 marzo su Netflix, ovvero visibile in mezzo mondo. Lo ha fatto Alessandro Cattelan, star della televisione pop italiana meno tradizionale. Gavetta su Mtv, "giovane che piace ai giovani", poi conduttore di talk show molto sciolti, successo grosso come frontman di X Factor, un'esperienza così così con la Rai e lo show generalista, oggi mina vagante in cerca di una rotta per la maturità.
Cattelan in cerca della felicità, clip in anteprima. Sul Venerdì del 4 marzo
Lo ha fatto, Cattelan, e ha fatto bene, perché il suo viaggio attraverso persone e luoghi (sei puntate in tutto, per adesso) ha qualcosa di molto vivo, molto "fisico", con le storie delle persone, e soprattutto le loro facce, che reggono senza arretrare di un passo il peso di una conversazione spesso impegnativa, a volte dolorosa. Niente che sembri studiato o artefatto, malgrado la sapienza registica e qualche malizia d'autore (per esempio l'intervista alla giovane coppia di porno-attori: per altro gradevoli e quasi parlanti). Verrebbe da dire che è un lavoro "poco televisivo" se la nuova televisione, invece, non stesse viaggiando, da anni, anche fuori da se stessa, come se volesse incamminarsi all'aria aperta, prendere le distanze dagli studi, dalle scalette, dai palinsesti, dagli show classici così come dai reality, che sono un format ormai paludatissimo, risaputissimo...
L'impostazione "leggera" che il conduttore-autore rivendica come sua cifra personale non soccombe mai alle domande pesanti, ai momenti di incertezza, ai silenzi inevitabili. All'occorrenza, Alessandro fa anche il cretino, e lo fa al momento giusto. Ha molta misura. Non si ha mai l'impressione che si sia messo nei pasticci alzando troppo il tiro, affrontando, per sfida, temi che esulano, diciamo così, dalle sue competenze e dal suo curriculum. È perfettamente nei suoi panni quando parla di morte con Gianluca Vialli e di religione con Paolo Sorrentino. Non c'è sfoggio finto-colto. C'è molto interesse per gli altri. Molta empatia con i suoi compagni di chiacchierata.
Si intuisce, strada facendo, che il suo viaggio non è casuale, deve avere preso l'abbrivio da una salutare incrinatura, da un dubbio, da un sospetto esistenziale. Magari la prima, breve crisi della mezza età, che a 41 anni, con due figlie che cominciano a fare domande complicate, non sarebbe inattesa... "Sì, di carattere sono uno leggero, il mio approccio con le cose è quello. Mi sentivo addosso, però, una specie di stress immotivato, forse gli anni che passano, forse i tempi difficili, la pandemia, il lockdown. Evidentemente non bastano il successo, i soldi che nel mio caso sono sicuramente più di quelli che servono, una bella famiglia, il benessere. È complicato essere soddisfatti. Così quando mia figlia, dieci anni, mi ha chiesto 'come si fa a essere felici', io non sapevo cosa risponderle. E quella semplice domanda mi è rimasta dentro ed è poi diventata il titolo della miniserie: Una semplice domanda".
Più tardi, appena finita la nostra chiacchierata via Skype, ho cercato l'etimologia di "felicità". Deriva dall'antica radice sanscrita fe, che indica fecondità e ricchezza (i due concetti, nel nostro passato agricolo, erano strettamente apparentati). Ha dunque molto a che fare, l'idea antica della felicità, con il benessere materiale, con il granaio pieno e la fertilità dei campi e delle famiglie. Poco di filosofico, molto di concreto. La fame e la paura dominarono le vite dei nostri avi. Dunque è legittimo inquadrare l'inquietudine di Cattelan nel classico paradosso delle società del benessere: ho tutto, non mi manca niente, non ho fame, non sono in schiavitù, perché dunque non mi godo la vita come dovrei e come vorrei?
Le rispettive inquadrature, nello schermo del pc, dicono molto di noi due. Alessandro è nel suo studio, una stanza coloratissima, giocosa, piena di gadget, plastica, oggetti luminosi, io ho alle spalle qualche librone (molti dei quali non letti) con rilegatura intimidatoria, e di fronte la luce dei campi. Ci separa una generazione piena, ha venticinque anni meno di me e non è un salto da poco, quello tra le nostre due epoche. Gli dico: ti invidio molto una cosa, soprattutto una cosa. Una libertà di approccio che io non ho. Sono cresciuto nell'ideologia, sono carico di pregiudizi e di sovrastrutture mentali. Tu invece viaggi tra le persone con una disponibilità umana e una empatia straordinarie... "È vero che non ho preconcetti verso nessuno, parlo con ogni persona che incontro come se fosse un mio amico. Tra l'altro su quasi ogni argomento ho opinioni in contrasto già dentro di me, e dunque non sto tanto a soppesare le parole, dico quello che mi viene sul momento, mi affido alla persona che mi sta davanti. Ma anche questa libertà di opinione comincia a essere un problema. Perché la gente ormai si esprime per hashtag, si divide su tutto, ti giudica per ogni mezza frase. Non ti ascoltano per ascoltarti, ti ascoltano per giudicarti. E dunque bisognerebbe soppesare ogni parola, fare attenzione a quello che si dice, perché tutto quello che dici può essere usato contro di te. I problemi non ce li ho mai con il mio interlocutore, ce li ho sempre con il pubblico".
E dunque?
"E dunque faccio come gli alcolisti anonimi, cerco di smettere. Da sette mesi (li ha contati! ndr) non leggo più i commenti sui social. Posto le mie cose e basta così. Io un'idea ce l'avrei: va bene l'anonimato, anzi non va bene ma ormai è così, però bisognerebbe rendere obbligatorio, nei social, almeno dichiarare la propria età. Almeno quella. Se ti dà addosso uno di 60 anni o uno di quattordici, non è la stessa cosa. Non possono contare tutti allo stesso modo, è una cosa che falsa totalmente la discussione, non puoi non sapere se chi ti sta di fronte è un ragazzino o una persona che ha vissuto, è inevitabile dare un peso diverso, un significato diverso alle loro parole, nel bene e nel male".
Apprezzo molto (ma non glielo dico) il fatto che una persona molto più giovane di me tiri in ballo il valore dell'esperienza, altrimenti gli anni che passano sarebbero solamente una fregatura. Ci accorgiamo di essere coinvolti entrambi, sia pure da postazioni molto differenti (lui social, io per niente) in alcune catastrofi che incombono sul lavoro di chi usa le parole in pubblico. Il fraintendimento, l'equivoco, la falsificazione. Nel fracasso crescente, nella velocità frenetica, scopro che mi unisce a una persona così diversa da me la necessità di fare un poco di silenzio, in modo da sentirsi più liberi, meno condizionati.
Mi parla di una piccola storia che ha colpito anche me, lo scambio tra Iva Zanicchi e Drusilla Foer a Sanremo. Non solo sui social, anche sui siti dei giornali, una battuta molto spiritosa è stata attribuita a Drusilla. Ma l'aveva detta Zanicchi. La battuta era: "Drusilla ha diverse cose più di me... è colta". Siccome Drusilla è spiritosa e moderna, la battuta le è stata assegnata in automatico, espropriandola a Zanicchi. Così si sono espressi a migliaia, sui social, a proposito di una notizia inventata... Eppure sarebbe bastato ascoltare la conversazione, quella vera... Era disponibile ovunque, perché nessuno lo ha fatto?
Sanremo 2022, lo scambio tra Zanicchi e Drusilla: "Lei ha altre cose che io non ho, è colta"
"È difficile capire bene che cosa sta succedendo. Mi capita di guardare TikTok alle dieci del mattino, un sacco di gente sta lì, nessuno ha niente di davvero interessante o urgente da dire, la sola cosa che importa è essere accesi. Moltissimi sono a scuola, tantissime le ragazze, dopo cinque secondi, non uno di più, si aggiustano i capelli. Tutte. Non è quello che dicono a preoccuparle, è come le vede la gente. Magari, penso, noto queste cose solo perché io ho avuto successo. Se non avessi avuto successo, sarei uno youtuber? Sarei su TikTok tutto il santo giorno? Non so rispondere... E il metaverso? Magari è una considerazione stupida, ma la faccio lo stesso: se tutti vorranno essere nel metaverso, abitare nel metaverso, chi aggiusterà i marciapiedi, farà la manutenzione, terrà in ordine il mondo? Nella mia percezione apocalittica, il mondo collasserà perché nessuno si occuperà più degli aspetti pratici, della vita materiale, saranno tutti emigrati nel metaverso. Nell'ultima puntata della serie ho incontrato Mo Gawdat, uno degli ex guru di Google, e lui mi dice che l'intelligenza artificiale prenderà il potere e ci distruggerà. Uno scenario allucinante. Non ho dormito per quattro notti".
Ma scusa, Cattelan: mica avrai fatto, per caso, un programma di impianto umanistico? Umano lo capisco, è nelle tue corde, le persone ti piacciono e si vede. Ma lo sai che Bill Gates, alla domanda se il futuro è degli ingegneri o dei filosofi, ha sbarrato gli occhi e ha contro-domandato: "I filosofi? E che c'entrano i filosofi?". E tu vai a fare un programma sul senso della vita, sull'insoddisfazione, sulla felicità? "Va bene, mettiamola così: ho cercato di fare il punto su me stesso. Mi sono chiesto: perché non va tutto bene? Com'è possibile, che non vada tutto bene?".
E fu così che il "tipo leggero" si incamminò, beninteso con leggerezza, lungo un sentiero faticoso.
Sul Venerdì del 4 marzo 2022