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Ricerca della felicità: non esiste un buon tutorial?

(Illustrazione Ale + Ale) 
Scaffali delle librerie e social sono zeppi di manuali che insegnano come fare ad essere felici. Condizione, oggi, obbligatoria. Ma allora meglio rivolgersi agli antichi greci
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Sii felice! È l'imperativo categorico, è il salmodiare che scandisce la nostra epoca. La quale brilla per imbecillità di sincronia e così, vista la domanda, fa mercato e moltiplica l'offerta con un repertorio di motivatori, life coach, spacciatori di saggezze e manuali di auto-aiuto. Ma non tutto è risibile: tolta dalle grinfie d'un abbraccio soffocante (e banalizzante) di molta pubblicistica che invade gli scaffali, la felicità rimane una delle grandi questioni che occupano le nostre esistenze. La rincorriamo, spesso invano: perché la felicità è quel che Montale chiamava un "barlume che vacilla", assume forme e connotati differenti. Ecco perché diffidare delle ricette per esser felici: non esistono. Quindi non basta leggere i filosofi antichi per star meglio - come recitava quel Platone è meglio del Prozac di Lou Marinoff, fortunatissimo bestseller - anche se qualcosa si può pur …

Sii felice! È l'imperativo categorico, è il salmodiare che scandisce la nostra epoca. La quale brilla per imbecillità di sincronia e così, vista la domanda, fa mercato e moltiplica l'offerta con un repertorio di motivatori, life coach, spacciatori di saggezze e manuali di auto-aiuto. Ma non tutto è risibile: tolta dalle grinfie d'un abbraccio soffocante (e banalizzante) di molta pubblicistica che invade gli scaffali, la felicità rimane una delle grandi questioni che occupano le nostre esistenze. La rincorriamo, spesso invano: perché la felicità è quel che Montale chiamava un "barlume che vacilla", assume forme e connotati differenti. Ecco perché diffidare delle ricette per esser felici: non esistono. Quindi non basta leggere i filosofi antichi per star meglio - come recitava quel Platone è meglio del Prozac di Lou Marinoff, fortunatissimo bestseller - anche se qualcosa si può pur imparare.

Basti prendere come esempio John Sellars, docente a Londra, in libreria con Sette brevi lezioni sull'epicureismo (nella traduzione di Angelica Taglia) per Einaudi, dopo il successo del precedente Sette brevi lezioni sullo stoicismo. Sellars condivide l'idea che un classico come Epicuro non offre ricette (che non esistono, come detto), però può insegnarci per esempio "che dovremmo semplificare i nostri bisogni e concentrarci soltanto sulle cose semplici, necessarie - le cose essenziali della vita". E a proposito della felicità, Sellars continua: "Epicuro diceva che l'eccessivo godimento e il piacere fisico non sono viatico di un'esistenza felice, anche per chi crede che il piacere sia tutto. Al contrario, sottolineava l'importanza del piacere psicologico, come il tempo trascorso con gli amici e la famiglia. Perché oggi la gente è quasi sempre troppo indaffarata e non costruisce relazioni significative, perdendosi sui social media". Quindi rispetto ai tempi che viviamo e ai suoi problemi, "credo che Epicuro possa suggerire che abbiamo bisogno di spostare la nostra attenzione alle relazioni più profonde e significative con gli altri, prenderci cura perciò di chi ci è vicino".

«Epicuro non dà ricette. Ma una cosa chiara la dice: concentrarsi sull’essenziale»

Ma come fare a prendersi cura degli altri? Certamente non spartendo sorrisi, come vogliono gli attuali alchimisti della felicità. Che hanno fondato - soprattutto negli Stati Uniti, per esempio in molte aziende della Silicon Valley e del tech - un culto della felicità costruito sulla retorica: i dipendenti devono star bene ed esser felici. Così ecco nascere i manager del buonumore, che incitano le persone a esser positive, a diffondere consapevolezza ed empatia. Qualche tempo fa l'Economist raccontava di ex docenti di università prestigiose come Harvard che ora si guadagnano da vivere andando in giro a spiegare come trarre vantaggi competitivi creando "l'igiene della felicità"; ovvero, proprio come ogni mattina ci si lava i denti, è necessario fare azioni (sorridere, mandare mail positive, ecc.) che migliorano il nostro benessere. Persino i governi non sono insensibili a questo culto: moltissime nazioni misurano il benessere con rapporti annuali, il Bhutan misura la felicità lorda nazionale e da qualche anno gli Emirati Arabi Uniti hanno istituito un ministero della felicità. Insomma, è quel che già negli anni Ottanta la sociologa di Berkeley Arlie Hochschild intravedeva con il suo The Managed Heart, uno dei libri più acuti sulla commercializzazione dei sentimenti umani.

Ma non basta sorridere, come non basta leggere un filosofo greco. "L'uso dei classici come un deposito di formule o di indicazioni concrete per risolvere i problemi personali di oggi è un vero inganno", ci dice Pietro Del Soldà, voce di Radio 3 con una solida formazione in Storia della filosofia antica, nonché autore di un bellissimo volume dal titolo Non solo di cose d'amore. Noi, Socrate e la ricerca della felicità (per Marsilio). "Si tratta di un tradimento della filosofia e del concetto stesso di felicità. Ha senso confrontarsi con questo concetto solo se rispettiamo la sua complessità. La filosofia designa un pensiero che ha a che fare con la ricerca del fine ultimo dell'esistenza, certo, e la felicità è un fine ultimo. Però, come per esempio dice Aristotele, è un bene architettonico: implica la nostra capacità di comporre, la nostra capacità di costruire".

Anche Ilaria Gaspari ha una solida formazione filosofica, anche lei ha scritto un libro di grande successo (Lezioni di felicità, per Einaudi) e proprio con Del Soldà conduce su Radio 3 il programma Zarathustra: "C'è molta richiesta oggi di istruzioni per l'uso: come se fosse necessario un tutorial per imparare a esser felici. È assurdo perché è un controsenso, e la filosofia (al contrario di fornire le ricette) ti fa capire proprio questo. A me interessava esplorare l'idea antica di felicità proprio nella sua lontananza rispetto all'oggi: allora la felicità era intesa come virtù, una condizione a cui tendere. Oggi invece sembra esser obbligatoria, altrimenti sei un disadattato. E ha a che fare pure con i modi di autorappresentarsi: si dà importanza alla presunta capacità di essere felici - anche se ho problemi, per esempio nella diversità, è bene che io sia felice, che ci sia il lieto fine. È un problema che ha a che fare con il modo di mostrare la felicità: la esibiamo in maniera stereotipata, ormai ha attributi fotogenici, competitivi - e in questo i social hanno una grande responsabilità. Ma la felicità non ha modelli, non può essere ridotta a un paradigma. Soprattutto ciò che manca oggi, e che invece i filosofi antichi sapevano bene, è che non viene contemplato l'aspetto perturbante di questa naturale condizione: la felicità è un'emozione contraddittoria, contiene sempre anche malinconia o tristezza, altre emozioni meno fotogeniche". Pietro Del Soldà concorda con questo aspetto: "Anche la vita più misera, più carica di dolore, contiene la felicità. E questo perché, come dicevano i filosofi greci, non è una condizione, bensì una tensione: qualcosa a cui tutti aspiriamo, che lo si voglia o no, un 'cerchio insuperabile' dal quale è impossibile uscire. Anche perché, ed è bene tenerlo a mente, per i greci la felicità era politica e non individuale".

Forse allora una cosa possiamo davvero imparare dai filosofi e dai saggi antichi: che non esistono formule, ma la consapevolezza che esser felici passa anche per il suo opposto, l'infelicità (che non è una vergogna, un peccato da cui nascondersi). C'è un passo dell'Antigone di Sofocle dove si dice che, fra le molte cose terribili, la più terribile è l'uomo. Ed è terribile per la sua ambivalenza. La felicità è come questa ambivalenza, è l'esser colti da un sussulto d'inquietudine - che sempre accompagna tutte le cose belle e quelle felici. Perciò, fra desideri e aspirazioni, possiamo imparare che quelle incertezze che temiamo e ci mettono in discussione sono una risorsa. Ed è questa la via che ci avvicina alla felicità: imparare a vivere con gli altri, ascoltarli e dialogare con loro, che equivale a conoscere noi stessi. In fondo la felicità è un demone non sempre benevolo, che ha a che fare con quel che la poetessa Anne Carson ha chiamato un "atto di assoluto azzardo spirituale": un continuo scavare in noi stessi fintanto non si sia fatto lo spazio che permetta alla felicità di entrare.

Sul Venerdì del 4 marzo 2022