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Kustermann, memorie di una ginecologa

Alessandra Kustermann (68 anni) fotografata per il Venerdì con il cane Bella nella sede dell’associazione Svs Donna aiuta donna. (Nicola Marfisi / Agf) 
Ha vissuto tutte le battaglie femministe da un posto speciale, la Clinica Mangiagalli di Milano. Ora che è andata in pensione, Alessandra Kustermann racconta una vita in rosa shocking
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MILANO. Possiamo solo immaginare quanti hanno pensato o detto in tutti questi anni (che sono 43), «ah, ma questa Kustermann, che carattere di m.!»,  «ah, la Kustermann ha proprio la testa di cemento…». Però, adesso che se ne è andata in pensione, le dobbiamo un grazie, noi donne (è una citazione), e anche noi uomini. Kustermann, Alessandra. Primario di ginecologia alla Clinica Mangiagalli di Milano, nel 1996 si è inventata un pronto soccorso per le vittime di violenza sessuale (trentamila persone assistite, da allora) che ha fatto storia, ed è stato per fortuna molto copiato nel resto d’Italia. Un consultorio pubblico, sia chiaro, che vive anche adesso che lei farà altro, segno che ha seminato bene.

Ci sono cose che adesso diamo per scontate, un tempo non lo erano, e parliamo degli anni 80. In questa intervista si dicono molte cose, che hanno tutte la loro importanza. L’aver avuto un padre molto…

MILANO. Possiamo solo immaginare quanti hanno pensato o detto in tutti questi anni (che sono 43), «ah, ma questa Kustermann, che carattere di m.!»,  «ah, la Kustermann ha proprio la testa di cemento…». Però, adesso che se ne è andata in pensione, le dobbiamo un grazie, noi donne (è una citazione), e anche noi uomini. Kustermann, Alessandra. Primario di ginecologia alla Clinica Mangiagalli di Milano, nel 1996 si è inventata un pronto soccorso per le vittime di violenza sessuale (trentamila persone assistite, da allora) che ha fatto storia, ed è stato per fortuna molto copiato nel resto d’Italia. Un consultorio pubblico, sia chiaro, che vive anche adesso che lei farà altro, segno che ha seminato bene.

Ci sono cose che adesso diamo per scontate, un tempo non lo erano, e parliamo degli anni 80. In questa intervista si dicono molte cose, che hanno tutte la loro importanza. L’aver avuto un padre molto cattolico, e radici austriache. L’essere una donna libera, in certe occasioni spericolata. La capacità di ascolto, che nelle donne è maggiore che negli uomini, non c’è niente da fare. L’importanza delle galline, e anche dei cani, nella vita delle persone.

Allora, come è cominciata la sua carriera.

«Da donna incinta, in un letto della Mangiagalli che è poi diventata la mia casa. Ero incinta del mio secondo figlio, Pietro. Era il 1978, avevo 25 anni, tutti sapevano che ero al quinto anno di Medicina, tenevo il testo di ginecologia sul comodino perché stavo preparando l’esame. E avevo segnalato al medico che dalla sera prima non sentivo più il bambino, non si muoveva, ero preoccupata. Ma lui non mi ha ascoltata. Così, quella sera mi hanno dato la cena, la mattina dopo mi hanno fatto la lavanda gastrica e fatto il cesareo d’urgenza. Allora si faceva l’anestesia totale…».

Ha poi rivisto quel medico?

«Certo, ci ho lavorato per anni, e mi sono anche ricreduta, non era poi così male. E non gli ho mai raccontato questa cosa. Ma allora era così: il paziente non contava niente, il medico possedeva la scienza. ‘“Cosa volete saperne voi, di cosa succede nel vostro utero?”, la filosofia era questa».

Poi sono arrivate le battaglie femministe.

«Ma dopo, con la campagna per la legge sull’aborto. L’utero è mio e lo gestisco io… C’ero anche io, alle manifestazioni portavo sempre la mia prima figlia, Viola. Comunque, quella volta ho deciso che non avrei fatto il medico internista, ma mi sarei specializzata in ostetricia e ginecologia. Aggiungo che nessuno mi fece sapere come stava Pietro. La mattina dopo dissi all’infermiera che volevo andare a vederlo, e lei rispose “non se ne parla nemmeno, ci si alza la seconda giornata dopo l’intervento, non prima”. Lì mi sono impuntata: “Mi dia il tappo!”. Serviva a chiudere il sacco delle urine… Mi sono alzata e, aggrappata alla flebo, sono andata nella terapia intensiva neonatale».

E Pietro stava bene?

«Sì, ma lì ho scoperto da un biglietto sulla culla – Pietro battezzato – che qualcuno lo aveva fatto battezzare a mia insaputa, come se fosse in punto di morte. Chi era stato? Mio padre! Uno molto cattolico».

Che famiglia erano, i Kustermann?

«Austriaci, forse scesi in Italia per difendere il papa. Forse di origine ebraica, non si è mai capito. In famiglia, tutti laureati, ingegneria, giurisprudenza, architettura… Mio padre, avvocato, poi imprenditore. Io, fin da piccola, volevo curare, era la mia fissa; ho cominciato con gli animali di casa. Poi, al liceo Parini, visto che sono un frutto degli anni 70, un anno a Natale avevo già quaranta giorni di assenza, e mio padre mi disse “questo è in netta contraddizione con il tuo desiderio di fare il medico”. E io: “Vuoi vedere che ce la faccio?”. Morale: sono andata a Roma dai nonni, al collegio Nazareth, per finire il liceo in due anni e poi iscrivermi a Medicina. E dovevo prendere tutti 8. Ah, è stata dura! Però ce l’ho fatta. Matricola in Statale a Milano, nel 1970».

Era sposata?

«Sì, e mi sono separata il giorno dopo la laurea. Poi, ho mantenuto un buon rapporto con il mio ex marito. Ricordo ancora mio padre che diceva “non puoi separarti, hai due figli”. Ma io ero e sono testarda. Una mia qualità. Se sono convinta di una cosa, combatto fino a quando non ho ottenuto giustizia».

Ci faccia un esempio.

«Ho avuto anche io il Covid, e quando sono tornata al lavoro ho scoperto che le camere operatorie erano state trasformate in terapia intensiva e sub intensiva Covid. Quindi, in quella restante, la mattina facevano i cesarei programmati, e dalle 13 gli aborti. Lì sono esplosa: “Siete proprio degli uomini! Non potete mettere insieme donne che partoriscono e donne che abortiscono. Perché aggiungere dolore a dolore?”. Mi hanno risposto “qui ci sono persone che muoiono di Covid…”, e questo lo so anch’io. Mi hanno fatto sentire come una vetero femminista scatenata. Come a dire: tu ti occupi di stronzate, noi di cose serie, cioè i morti. Lì è uscito il mio carattere tedesco».

Una manifestazione femminista a Milano nel 1977 (Vittorio La Verde / Agf) 

E lei ci si sente, vetero femminista?

«Spesso me lo hanno detto, ”femminista!”, come un insulto. Me ne sono sempre fregata».

Come è finita con le camere operatorie?

«Abbiamo trovato una soluzione idonea. Guardi, abortire non è uno scherzo. E  non sono mai stata contenta di farli, eppure li ho fatti. Io stessa non avrei mai abortito, neanche se avessi saputo che mio figlio sarebbe nato con delle malformazioni. Però io avevo una famiglia solida, felice, e anche cattolica, alle spalle. Ma l’aborto è una difesa per le donne che in quel determinato momento non sono in grado di accettare quella gravidanza. In quel momento, con quel partner, in quella situazione. Ci sono mille motivi. Ricordo una frase orrenda che disse Giuliano Ferrara sulla pillola RU-486. ”Ora l’aborto è come bere un’aspirina”. Invece, la donna vive l’aborto realmente, ha contrazioni, perdite di sangue. Ferrara non sapeva quello che diceva».

Alessandra Kustermann nel 2000 con il primo nipotino, Matteo, alla Mangiagalli 

Siamo nella nuova sede dell’associazione di cui è presidente. Svs Donna aiuta donna onlus. Che affianca dal 1997 il Soccorso Violenza Sessuale del Policlinico di Milano. Ma cosa fate, qui?

«Ah, tante cose. Assistenza legale alle donne abusate e maltrattate. E compriamo le mutande a chi finisce in pronto soccorso dopo una violenza sessuale, e le mutande sono una prova di reato… Possiamo mandare a casa una donna senza slip? Mai. È una questione di dignità. Abbiamo 24 avvocati civilisti e penalisti, che per scelta difendono le vittime, mai i maltrattanti. Poi, ho un grande progetto in testa».

Dica, Kustermann.

«Voglio creare un luogo di serenità. Dove le donne con figli, dopo una vita di violenza, possano riconquistare l’autostima, l’indipendenza economica. Quando decidi di lasciare la tua vita di prima – scelta difficile, se si hanno bambini piccoli – bisogna trovare un posto dove vivere, un lavoro che ti permetta di seguire i figli, e la tranquillità. Abbiamo partecipato a un bando del Comune, speriamo di vincerlo. E poi, vogliamo fare corsi di formazione professionale, un ristorante, un negozio di cibo, un canile modello. Ho tante idee, tutte pronte. E vorrei una cascina, che chiamerei Ri-Nascita. Poi, queste donne ritroveranno le loro gambe, e correranno nel lavoro e nella vita, come meritano».

Chi è questo cane, che scorrazza e lecca le mani di tutti?

«è mio, si chiama Bella. Un lagotto romagnolo, un animale libero, fa tutto quello che le piace. Ah, nella cascina vorrei tante galline. Mi piacerebbero anche i cavalli, e ho un’idea a proposito, ma le galline… Sono animali fantastici, le puoi prendere in braccio, sono socievoli. Una pet therapy perfetta».

Ma una ginecologa è meglio di un ginecologo?

«La nostra esperienza personale è analoga a quella delle pazienti. Quindi, sì. Noi abbiamo una capacità di empatia che gli uomini non hanno. Però, hanno imparato molto in questi anni».

Allora grazie, Kustermann.

Sul Venerdì del 4 marzo 2022