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Conversando di agrumi e maledizioni

PENTOLE E PAROLE In "Conversazione in Sicilia", un classico di Elio Vittorini, il dialogo tra l'intellettuale e il contadino nasconde segreti e conflitti. A tavola
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Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini è uno dei romanzi più allucinati e allucinanti che siano mai stati scritti nella nostra lingua. Il protagonista, che si chiama Silvestro Ferraruto, è nato in Sicilia ma emigrato a Milano, e per lavorare in una tipografia e cercare di fare delle cose coi libri. A un certo punto il padre gli scrive dicendogli che ha deciso di lasciare la moglie (nonché madre di Silvestro) per andare a vivere con un’altra a Venezia. Quindi Silvestro, che come dice l’incipit folgorante era, fino a quel momento, “in preda ad astratti furori”, decide di andare a trovare la madre in Sicilia, senza avvisarla e senza dire niente a nessuno.

Nelle prime pagine siamo sul traghetto per arrivare a Messina e Silvestro comincia una delle molte “conversazioni” del libro con un contadino, che non si sa bene come lo scambia per un americano. Ma in effetti, in quel contesto, Milano era l’America. Segue tutto …

Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini è uno dei romanzi più allucinati e allucinanti che siano mai stati scritti nella nostra lingua. Il protagonista, che si chiama Silvestro Ferraruto, è nato in Sicilia ma emigrato a Milano, e per lavorare in una tipografia e cercare di fare delle cose coi libri. A un certo punto il padre gli scrive dicendogli che ha deciso di lasciare la moglie (nonché madre di Silvestro) per andare a vivere con un’altra a Venezia. Quindi Silvestro, che come dice l’incipit folgorante era, fino a quel momento, “in preda ad astratti furori”, decide di andare a trovare la madre in Sicilia, senza avvisarla e senza dire niente a nessuno.

Nelle prime pagine siamo sul traghetto per arrivare a Messina e Silvestro comincia una delle molte “conversazioni” del libro con un contadino, che non si sa bene come lo scambia per un americano. Ma in effetti, in quel contesto, Milano era l’America. Segue tutto un dibattito surreale e tragico sul mangiare, su quanto si mangia in America, se si mangia a pranzo a colazione o a cena o se si mangia sempre.

Il contadino estrae un’arancia e la offre alla moglie, che non dice una parola ma non ne vuole sapere di mangiar l’arancia, quindi l’uomo comincia a pelarla e se la mangia lui, “ingoiando come se ingoiasse maledizioni”. Il nostro intellettuale a questo punto insinua, con l’arroganza di chi viene da una terra povera ma ha poi conosciuto il mondo, che il modo migliore e tradizionale per mangiare le arance sia “a insalata”, con l’olio, il sale e a volte uno spicchio d’aglio. Sembra sottintendere che le arance sono buone se si sa come prepararle.

Il contadino non sembra però colpito da questo raffinato suggerimento gastronomico e, pur ammettendo di aver mangiato qualche volta le arance in quel modo, fa presente al nostro intellettuale che per far le arance a insalata ci vuole l’olio, che non sempre c’è, e soprattutto che per nutrirsi di “insalate” si deve accompagnarle col pane; anzi, che per nutrirsi in generale serve il pane. Solo che nessuno vuole più le arance, e siccome lui per mestiere le raccoglie ma nessuno lo paga più, e allora non può comprare il pane, e non ha altra scelta che mangiare quelle dannate arance.

Un ritratto dello scrittore siciliano Elio Vittorini, nato nel 1908 e morto nel 1966 (Fototeca Gilardi / Agf) 

 

La ricetta: insalata di arance

Gli ingredienti per 2 persone, con tanto pane:
4 arance
1 piccolo finocchio
1 cipollotto rosso
6 cucchiai d’olio,
10 olive nere
Qualche foglia di radicchio
1 cucchiaio di aceto di vino rosso
8 filetti di alici sott’olio
Sale e pepe

 

Come procedere

Pelate a vivo le arance e tagliatele a pezzi grossi e versatele in un’insalatiera con le olive. Affettate finemente il cipollotto e il finocchio e aggiungeteli alle arance. Condite con olio, aceto e una presa di sale, mescolate e lasciate riposare per 10 minuti almeno. All’ultimo momento aggiungete il radicchio e i filetti di alici.