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Hipgnosis, lo studio grafico dietro le copertine culto del rock psichedelico (e non solo)

The Dark Side of the Moon (1973) (Aubrey Powell / Storm Thorgerson / George Hardie / Hipgnosis © Pink Floyd Music Ltd) 
Un libro celebra lo studio grafico che negli anni 70 creò l’artwork per giganti come i Pink Floyd. Il fondatore “Po” Powell ci racconta come si faceva quando non c’era Photoshop
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"Ma come la otteniamo la foto di un uomo in fiamme?", "Che discorsi: gli diamo fuoco per davvero". Aubrey "Po" Powell ancora ride pensando a quella conversazione con Storm Thorgerson, suo socio dello studio grafico Hipgnosis. I Pink Floyd avevano accettato la loro proposta di copertina per Wish You Were Here: due uomini d'affari che si stringevano la mano, e uno dei due bruciava. "Non esisteva Photoshop e sembrava irrealizzabile", ricorda Po via Zoom, "allora convocammo due stuntmen del film L'inferno di cristallo e ne infiammammo uno. Aveva protezione di amianto e parrucca ma, nella calma assoluta, si alzò il vento e lui avvampò. Se la cavò con un baffo bruciato e a noi restò uno scatto grandioso".

È solo una delle avventure che Po racconta nel suo memoir Through the Prism (Thames&Hudson, pp. 319, euro 35), con foto inedite e aneddoti sulle strabilianti copertine di dischi che Hipgnosis …

"Ma come la otteniamo la foto di un uomo in fiamme?", "Che discorsi: gli diamo fuoco per davvero". Aubrey "Po" Powell ancora ride pensando a quella conversazione con Storm Thorgerson, suo socio dello studio grafico Hipgnosis. I Pink Floyd avevano accettato la loro proposta di copertina per Wish You Were Here: due uomini d'affari che si stringevano la mano, e uno dei due bruciava. "Non esisteva Photoshop e sembrava irrealizzabile", ricorda Po via Zoom, "allora convocammo due stuntmen del film L'inferno di cristallo e ne infiammammo uno. Aveva protezione di amianto e parrucca ma, nella calma assoluta, si alzò il vento e lui avvampò. Se la cavò con un baffo bruciato e a noi restò uno scatto grandioso".

È solo una delle avventure che Po racconta nel suo memoir Through the Prism (Thames&Hudson, pp. 319, euro 35), con foto inedite e aneddoti sulle strabilianti copertine di dischi che Hipgnosis consegnò dal 1968 in poi (nel 1978 entrò come socio anche Peter Christopherson, musicista di culto con i Throbbing Gristle). Un tuffo nell'era pre-digitale, quando i pasticci irreversibili in camera oscura erano accolti come rivelazioni tecno-psichedeliche. Po conobbe Storm e i futuri Pink Floyd a Cambridge: "Avevo sentito di questi agitatori capelloni che fumavano spinelli e leggevano Kant e Kerouac. Li andai a trovare in un appartamento e fu subito retata della polizia. Poi ci rincontrammo a Londra. Vivevo con Syd Barrett, creativo oltremisura, splendido prima dei danni da Lsd. Inventò lui il nome Hipgnosis, lo scrisse sulla porta di casa. Il primo lavoro fu la cover di A Saucerful Of Secrets: metti insieme ragazzi cresciuti con film di fantascienza, fumetti Marvel, libri di alchimia e astronomia, ecco cosa ottieni".

Da sinistra, Peter Christopherson, “Po” Powell e Storm Thorgerson nel 1980 (Marcus Bradbury © Hipgnosis Ltd) 

Tanto talento ma anche la fortuna di capitare in quegli anni?
"I Settanta furono eccezionali. Si vendevano milioni di dischi e s'investiva sulle copertine, importanti quanto la musica. Gli artisti le usavano come carta d'identità, mappa per segnalare la posizione creativa ed esistenziale. Alcune erano addirittura esoteriche".

Pensa al monolito nero di Presence dei Led Zeppelin?
"Sì, si ispirava a 2001-Odissea nello spazio. Dell'oggetto furono fatte mille repliche promozionali, poi distrutte perché un giornalista lo spoilerò prima dell'uscita dell'album. Ne restano otto copie al mondo. La mia la tengo come una reliquia, Robert Plant la usa come fermaporta".

Bozze per The Dark Side of the Moon (Aubrey Powell / Storm Thorgerson / George Hardie / Hipgnosis © Pink Floyd Music Ltd) 

Che margine di libertà avevate?
"Totale. I Floyd avevano pieno controllo sul loro destino artistico. Per la copertina di Atom Heart Mother chiesero una cosa senza logica o messaggio e pensammo a un colpo dadaista: la foto di una mucca, una bella frisona. Senza titolo né nome del gruppo".

Assurdo per l'epoca?
 "Già. Il fatto però è che la band, per un'avversione ai tizi della casa discografica, sabotò l'ascolto del disco in studio e noi lavorammo alla cieca. Le nostre idee trascendevano la musica eppure risultavano perfette. Ha un che di magico".

Syd Barrett, Londra, 1969 (Aubrey Powell © Hipgnosis Ltd) 

Capitò con altri artisti?
"I Led Zeppelin non ci fecero ascoltare nulla ma ci chiesero bozzetti per Houses of the Holy. Carta bianca sulla cifra da spendere, così proponemmo di creare un geoglifo con il misterioso logo 'ZoSo' nel deserto di Nazca in Perù. Alla band piaceva anche l'immagine di bimbi alieni tratta da un libro di Arthur C. Clarke. Dissero: 'Scegliete voi. E non fate cazzate'".

Le copertine di Presence (1976) e di Houses of the Holy (1973) dei Led Zeppelin (Aubrey Powell / Storm Thorgerson / George Hardie / Hipgnosis © Pink Floyd Music Ltd) 

Come finiste in Irlanda del Nord?
"L'idea di bimbi alieni che risalivano il Selciato del Gigante ci sembrò più realistica che radere con un bulldozer la terra sacra peruviana. Purtroppo capitammo nel conflitto nordirlandese: posti di blocco, la borsa del trucco scambiata per una bomba, pioggia a dirotto. Forse per questo è una delle nostre opere migliori".

David Gilmour, Roger Waters e Gerald Scarfe, autore delle animazioni dei loro concerti (Aubrey Powell / Storm Thorgerson / George Hardie / Hipgnosis © Pink Floyd Music Ltd) 

Le difficoltà garantiscono la qualità?
"Sì perché dai tutto pur di superarle. Non a caso l'altra copertina iconica è Elegy dei Nice di Keith Emerson: gonfiammo sessanta palloni rossi e li piazzammo nel deserto marocchino, pericoloso a fine anni 60. Fermati dalla polizia e senza soldi, ci ritrovammo a vendere i palloni al suq. Se la copertina ha una storia, l'emozione passa".

Il libro include le copertine bocciate. Qualche dispiacere?
"Chiamavamo 'tacchini' i progetti abortiti, tipo l'artwork per Andrés Segovia. Ci licenziarono perché, per farlo, usammo una chitarra da venti sterline: un affronto al maestro delle sei corde. Per Goats Head Soup invece facemmo posare i Rolling Stones a torso nudo e in calzamaglia bianca, stile Nureyev. Con un collage li tramutammo in centauri. Poi saltò l'ingaggio".

La centrale elettrica di Battersea, 1976 (Aubrey Powell / Storm Thorgerson / George Hardie / Hipgnosis © Pink Floyd Music Ltd) 

Su The Dark Side of the Moon ci fu l'unanimità ma Hipgnosis non era d'accordo.
"Presentammo idee ambiziose, compreso un Silver Surfer tra le galassie, ma i Floyd chiesero una grafica semplice. Io stavo leggendo un libro di fisica elementare e da lì viene l'idea del prisma. Troppo basica per noi, ma la band non ebbe dubbi. E aveva ragione. Quel simbolo ci ha cambiato la vita, è finito nello spazio e nei cortei contro la guerra".

Per il cinquantennale del 2023 c'è qualcosa in ballo?
"Sto lavorando con i Floyd a un progetto enorme che toccherà anche l'Italia. Sarà molto speciale, non posso dire di più".

Il suo studio andò comunque in Egitto per fare gli inserti del disco e gli adesivi. Il prisma non bastava?
"Volevamo sempre legare un'esperienza di vita alle immagini, e andammo a fotografare le piramidi giorno e notte. Prima di partire mi chiamò Jimmy Page: 'Quando sei al Cairo puoi farmi un favore? Dovresti andare al Museo Egizio perché voglio comprare la Stele della Rivelazione'. L'oggetto del 680 a.C. aveva a che fare con l'occultista Aleister Crowley".

Il maiale Algie in volo, 1976 (Aubrey Powell / Storm Thorgerson / George Hardie / Hipgnosis © Pink Floyd Music Ltd)
  

E lei accettò?
"Ovvio, ma il museo era dismesso. Contrattai con il direttore nei sotterranei, fra le mummie. Ogni copertina era un'epopea, intrinseca o collaterale. Talvolta l'opera vera era ciò che accadeva durante".

Il 3 dicembre 1976 gli aerei su Londra si videro sorpassare da un maiale...
"Era Algie. Nella distopia orwelliana, alludeva all'autorità. Lo facemmo costruire da una fabbrica tedesca di dirigibili della Grande Guerra e lo legammo tra le ciminiere della centrale elettrica Battersea per fare la copertina di Animals. Ma Algie si staccò e volò verso l'aeroporto di Heathrow. Il radar non lo intercettava e causò un incidente internazionale. Il giorno dopo ritentammo, con i cecchini che lo tenevano a tiro. Ancora più surreale".

Quand'è che l'era gloriosa delle copertine iniziò il declino?
"Nel '77 la nuova ribellione era il punk. Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols costò poche sterline e il cantante indossava la maglietta 'Odio i Pink Floyd', che è tutto dire. Poi arrivarono videoclip, cd, il digitale".

Da sinistra le copertine di Wish You Where Here (1975) e di Animals (1977) dei Pink Floyd (Aubrey Powell / Storm Thorgerson / George Hardie / Hipgnosis © Pink Floyd Music Ltd)
 

Ora però i musei riconoscono le vostre opere.
"È arte, soprattutto dopo il successo della mostra Their Mortal Remains che ho curato per i Floyd. Farò presto una retrospettiva Hipgnosis, anche in Italia, includendo le cover di Peter Gabriel, Black Sabbath, Paul McCartney e altri".

Che rapporto ha con la tecnologia?
"Sogno di usarla per realizzare in Europa il più grande museo del rock al mondo, ma mi spiace sia impiegata per sanificare e per fare in fretta. Tutto è dimenticato e perdonato in un giorno. Quali oggetti di oggi creano i ricordi di domani? Fortuna che i vinili resistono".

Il libro Through the Prism (Thames&Hudson)