Non siamo noi i signori della guerra
di Natalia Aspesi , di Natalia AspesiPer scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, viale Cassala 57, 20143 Milano
Mi sono spesso chiesta come avremmo vissuto noi l'inizio di una guerra che il mondo ha vissuto. Nella banalità della risposta "sarei stata dalla parte del giusto", vedo tutta l'incoerenza degli eventi: sì, ma che cosa avrei fatto? Di concreto, di reale, di pratico. Fossi stata oggi una cittadina russa avrei davvero condiviso sui social le notizie atroci che ci arrivano per cercare di prendere una posizione contraria alle scelte politiche messe in atto dal mio Paese? Vediamo video di ragazzi qualunque fermati per strada da coetanei in divisa che controllano i cellulari, gente arrestata non solo perché sta manifestando, quindi esprimendo apertamente un dissenso, ma gente fermata per cercare il dissenso anche laddove non si scelga, coraggiosamente, di manifestarlo. Vediamo video di scene più atroci, lo sappiamo, ma in queste mi ide…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, viale Cassala 57, 20143 Milano
Mi sono spesso chiesta come avremmo vissuto noi l'inizio di una guerra che il mondo ha vissuto. Nella banalità della risposta "sarei stata dalla parte del giusto", vedo tutta l'incoerenza degli eventi: sì, ma che cosa avrei fatto? Di concreto, di reale, di pratico. Fossi stata oggi una cittadina russa avrei davvero condiviso sui social le notizie atroci che ci arrivano per cercare di prendere una posizione contraria alle scelte politiche messe in atto dal mio Paese? Vediamo video di ragazzi qualunque fermati per strada da coetanei in divisa che controllano i cellulari, gente arrestata non solo perché sta manifestando, quindi esprimendo apertamente un dissenso, ma gente fermata per cercare il dissenso anche laddove non si scelga, coraggiosamente, di manifestarlo. Vediamo video di scene più atroci, lo sappiamo, ma in queste mi identifico, se dovessi provare a immaginare che tipo di italiana sarei stata quando divulgavano le leggi razziali, mi immedesimo nei russi che oggi si oppongono a qualcosa prendendo atto delle conseguenze, e non riesco a fare a meno di chiedermi: come avrei agito?
Tante volte abbiamo condannato il passato perché incapaci di capire che cosa stava succedendo, perché le non azioni erano forse giustificate dalla legge di sopravvivenza. Quanto è forte l'immagine di noi ora, nelle nostre case al caldo, mentre in una parte della nostra Europa, quella del 2022, la gente viaggia con la vita chiusa in un trolley, non essendo certa di ritrovare nulla di ciò che ha lasciato, non solo le cose ma anche le persone. E allora noi cosa possiamo fare di concreto per sentirci meno in colpa per essere nati nel lato giusto (per il momento) del Mondo. Non può bastare donare dei soldi, organizzare raccolte di cibo e vestiti come tutti noi stiamo facendo, non può bastare la solidarietà, davvero, perché noi stiamo al caldo. Qualcuno ci dica per favore, come essere migliori in tutto questo, perché così, come stiamo facendo, è solo un "sentirsi migliori" che non equivale sempre a "esserlo realmente".
Roberta Giuliani
La ringrazio per questa bella lettera che sa esprimere l'angoscia, il senso di impotenza e di colpa di tanti di noi. I cosiddetti aiuti umanitari che possiamo finanziare, l'accoglienza in casa di donne e bambini, sono una momentanea mano tesa a sofferenza, paura, sperdimento. Ma dopo? Molto dipende dal poter fermare al più presto questa vigliaccata, e dipende dalle potenze mondiali, non da noi. Immagino un enorme popolo di europei disarmati che marcino sulle città martiri ucraine e si oppongano ai carri armati: ma è possibile? Lei si chiede anche come si comporterebbe se fosse una cittadina russa, un giovane russo occidentalizzato, perché anche i russi muoiono in guerra. Pensi alle immagini delle nostre piazze con migliaia e migliaia di italiani che il 10 giugno 1940 applaudivano freneticamente il duce che dichiarava la guerra. Ma il consenso generale non durò, lo sappiamo dalla Storia. I miei ricordi sono vaghi, mia madre che nascondeva la testa sotto una coperta per sentire Radio Londra, le mie scarpette marroni che rovinavano la divisa da piccola italiana e facevano arrabbiare l'istruttrice, ancora mia madre maestra, obbligata a portare la divisa a scuola, che in classe si toglieva la giacca e poi alle scolarette diceva "adesso bambine, che andiamo al gabinetto, mi metto la divisa fascista". La mia amica Rachele con la famigliola riuscì a lasciare Milano, a rifugiarsi in un paesino, ad andare a scuola dalle suore,
il suo essere ebrea di nascosto da tutti.
Sul Venerdì del 18 marzo 2022