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I fratelli Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij (1821-1881) e il fratello Michail (1820-64), anche lui scrittore ed editore (Getty Images - Alamy/ Ipa) 
ORA D'ARIA Fëdor, Michail e la censura russa (dello zar)
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Quando lo criticavano, Fëdor Dostoevskij alzava l’orlo dei pantaloni, e mostrava il segno dei ceppi. Lo zar di tutte le Russie lo aveva infatti condannato, per cospirazione, ai lavori forzati; e con i pesi da due libbre assicurati ai piedi, e una temperatura a meno quaranta gradi, era arrivato l’11 gennaio 1850 a Tobol’sk, in Siberia. Ci aveva perso la salute, ma aveva imparato moltissimo; circassi, mongoli, ebrei, ucraini: nel bagno aveva appreso molti modi di dire popolari, e l’errore giudiziario (su un parricida) su cui basò I fratelli Karamàzov. Tra i forzati, testa e barba rasata a metà, i crimini erano vari: uno, dolce come una ragazza, aveva ammazzato a colpi d’ascia il suo padrone che gli aveva rapito la moglie (diceva lui) al pranzo di nozze, ma aveva aggravato la sua posizione sventrando «per un malinteso» un custode; c’era l’assassino di un bambino di cinque anni, e un ricattatore, spia dei comp…

Quando lo criticavano, Fëdor Dostoevskij alzava l’orlo dei pantaloni, e mostrava il segno dei ceppi. Lo zar di tutte le Russie lo aveva infatti condannato, per cospirazione, ai lavori forzati; e con i pesi da due libbre assicurati ai piedi, e una temperatura a meno quaranta gradi, era arrivato l’11 gennaio 1850 a Tobol’sk, in Siberia. Ci aveva perso la salute, ma aveva imparato moltissimo; circassi, mongoli, ebrei, ucraini: nel bagno aveva appreso molti modi di dire popolari, e l’errore giudiziario (su un parricida) su cui basò I fratelli Karamàzov. Tra i forzati, testa e barba rasata a metà, i crimini erano vari: uno, dolce come una ragazza, aveva ammazzato a colpi d’ascia il suo padrone che gli aveva rapito la moglie (diceva lui) al pranzo di nozze, ma aveva aggravato la sua posizione sventrando «per un malinteso» un custode; c’era l’assassino di un bambino di cinque anni, e un ricattatore, spia dei compagni di pena; Dostoevskij era detestato perché nobile – c’erano bensì altri due aristocratici, ma erano nazionalisti polacchi e odiavano i russi. Fëdor in loco trovò anche moglie, perché, soldato semplice sempre in Siberia, vivendo nell’isba di una vedova che gli offriva (invano) due figlie, fu introdotto in tutti i salotti di Semipalatinsk da un estimatore, il barone Vrangel; e così Dostoevskij conobbe e sposò una riluttante Maria Dmitrievna.

Nel frattempo, il bravo fratello di Fëdor, Michail, aveva fondato una fabbrica di sigarette; ma al rientro a San Pietroburgo del primo – che aveva intanto scritto alcuni capolavori, e odi (come rimproverarglielo?) in morte dello zar – i fratelli decisero, nel 1861, di fondare una rivista, Vremja (“Il Tempo”). Il nuovo zar liberò i servi della gleba, ma quando a Varsavia disse: «Potrete essere felici solo se la Polonia si unirà, come la Finlandia, alla grande famiglia dell’Impero russo», erano scoppiate le rivolte; nel 1863 gli insorti attaccarono le truppe russe in Polonia e Lituania; la repressione fu senza pietà; la Francia, l’Inghilterra e l’Austria «si commossero» (cito la classica biografia di Henri Troyat). Vremja, fedele alle radici russe, pubblicò un articolo critico con i polacchi cultori della civiltà occidentale: però parlando in loro nome, e citando le loro rivendicazioni – in Francia, la Revue des Deux Mondes lo riprese, sostenendo che rispondeva all’opinione dell’«universo civilizzato»; e così in patria la “non patriottica” Vremja fu sospesa. Dostoevskij, esasperato, partì in viaggio in Europa – niente moglie, e sperando (senza fortuna) nella femminista Suslova, capelli corti, occhiali blu, amore libero, e mai in chiesa. 

Sul Venerdì del 18 marzo 2022