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Noi e Alina: le donne che legano Italia e Ucraina

Medicine, vestiti e generi alimentari sono ammassati nei locali della basilica di Santa Sofia di Roma, punto di riferimento della comunità ucraina nella capitale (Antonio Maisiello / Getty Images) 
Nel racconto del rapporto ventennale tra il nostro giornalista e la signora che gli fa le pulizie, anche la spiegazione di così tanta solidarietà verso il Paese oggi in guerra
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Alina non risponde più. Fino a ieri stava bene, e tendo a credere che sia così anche oggi, perché nella campagna di Ternopil la guerra non è arrivata (almeno non finché andiamo in stampa). È solo che fa affidamento al wifi, più che mai ballerino. E soprattutto perché accudire il padre novantaduenne la cui salute ha avuto un tracollo, dopo aver badato professionalmente un certo numero di italiani, è il suo nuovo lavoro h24.

L'ultima telefonata dall'Italia è del 16 febbraio, vigilia della sua partenza da Roma: "Posso venire un po' in ritardo oggi che domani vado in Ucraina?". Le avevo detto di lasciar proprio perdere e di prepararsi con calma. Alina è la signora che, da ventidue anni, una volta alla settimana, dà una mano con le pulizie. Raccomandata da un'amica, le consegnai le chiavi dal primo giorno e le ha saldamente custodite da allora. Ventidue anni sono un'intera gen…

Alina non risponde più. Fino a ieri stava bene, e tendo a credere che sia così anche oggi, perché nella campagna di Ternopil la guerra non è arrivata (almeno non finché andiamo in stampa). È solo che fa affidamento al wifi, più che mai ballerino. E soprattutto perché accudire il padre novantaduenne la cui salute ha avuto un tracollo, dopo aver badato professionalmente un certo numero di italiani, è il suo nuovo lavoro h24.

L'ultima telefonata dall'Italia è del 16 febbraio, vigilia della sua partenza da Roma: "Posso venire un po' in ritardo oggi che domani vado in Ucraina?". Le avevo detto di lasciar proprio perdere e di prepararsi con calma. Alina è la signora che, da ventidue anni, una volta alla settimana, dà una mano con le pulizie. Raccomandata da un'amica, le consegnai le chiavi dal primo giorno e le ha saldamente custodite da allora. Ventidue anni sono un'intera generazione, o la durata record di un matrimonio. Sono passate ère geologiche e stagioni sentimentali ma lei è sempre lì, incrollabile. Sessantaquattro anni energeticamente portati, con una frezza di capelli bianchi a spazzola che per un periodo le hanno conferito una somiglianza tricologica con Eltsin, se qualcuno avesse abbastanza fegato da paragonarla a un russo. Con due figli per cui stravede e un marito che si è perso nelle nebbie dell'irrilevanza, come spesso accade ai coniugi delle breadwinner ucraine che li salutano per guadagnarsi da vivere da noi.

Cattolicissima ("Grazie a Dio" è il suo intercalare preferito, tale e quale all'Alhamdulillah islamico, ma forse neppure questo raffronto apprezzerebbe). Le ho visto perdere la virtù cardinale della temperanza solo nel commentare la situazione del suo Paese ai tempi di Viktor Yanukovych, l'ex-premier poi presidente che aveva un filo diretto con il Cremlino. Tutto quello che ricorda la bandiera sovietica ha per lei, e le sue amiche e aiutanti che ho incrociato nel tempo, lo stesso effetto del drappo rosso davanti al toro. Ma va detto che, politicamente parlando, la nostra eroina non è mai stata tenera con nessun governante, compreso l'attuale presidente Volodymyr Zelensky nei cui confronti, se ricordo bene, aveva un'obiezione sempreverde: lui ha troppi soldi mentre il popolo fatica. Cinque giorni dopo la sua partenza, Vladimir Putin dichiarava di riconoscere come indipendenti le due repubbliche del Donbass. L'indomani chiariva che gli accordi di Minsk, che chiudevano le ostilità post-annessione della Crimea, non erano più validi. Nella mattina del 24 annunciava l'inizio di una "operazione militare speciale" nelle regioni contese che altro non era che l'inizio di un'invasione in grande stile dell'Ucraina. Che tempismo, cara Alina!

Nei primi anni tornava a casa giusto per Natale e una puntata d'estate. Tassativamente con quei pulmini che partono dai parcheggi intorno alla stazione Tiburtina degli autobus. Un giorno di viaggio minimo, via Slovenia e Ungheria, con passaggi perigliosi dove nottetempo bande di briganti tentavano l'assalto come alle diligenze Well's Fargo nei film di John Ford. Nel raccontarlo Alina non si è mai scomposta: "Io no paura di niente". La stessa formula che usava descrivendo le sue traversate urbane in bus - vive sulla Laurentina, a mezz'ora di distanza da me in linea d'aria - in cui intimava a passeggeri renitenti di indossare per bene la mascherina durante il lockdown. Poi ha capito, anche sobillata dal sottoscritto, che con un po' di programmazione poteva risparmiarsi una ventina d'ore andandoci in aereo in Ucraina.  A casa era stata di recente per partecipare al funerale del fratello. Ma, quando ha capito che il padre rimasto senza aiutanti stava peggiorando, è ripartita. Un vecchietto all'apparenza arzillo, così dai racconti e dalle foto che mi mostrava sul cellulare, che invece ha la tubercolosi, dunque un polmone completamente fuori uso, un adenoma non ho capito bene dove (Alina parla un italiano veloce, a tratti dissestato), in un quadro clinico generale compromesso.

Roma, 27 febbraio: manifestazione della comunità ucraina, composta in buona parte da donne, per dire no alla guerra (Alessandra Benedetti / Getty Images) 

"Sto bene ma qui da noi gvera"

Sta di fatto che, dall'inizio dell'invasione, ho cercato di contattarla. "Per ora sto bene. Da noi gvera" mi ha finalmente risposto via WhatsApp. Le ho chiesto se le servissero cose pratiche e aiuti di qualsiasi genere. Cinque giorni di silenzio, il cui muro ho aggirato chiedendo a Luda, una specie di sorella minore che da sempre ha preso sotto la sua ala protettiva ("Sta bene, ma è difficile rispondere"). Quando finalmente, domenica mattina all'ora di pranzo, arriva una chiamata WhatsApp col suo nome. Segue sintesi: "Sto tutto il tempo in casa con mio padre ed esco solo per fare la spesa. Il cibo c'è, mancano le medicine. La guerra qui non è arrivata però dopo le sei spegniamo le luci, per non farci vedere" da assalitori ancora ipotetici, non si sa mai. I figli sono rimasti in città, a una mezz'oretta di distanza. Il maschio, quarantaduenne, ex dipendente di banca ed ex vari altri lavori, ora è "nelle guardie che controllano chi vuole entrare", in check point amatoriali che sin qui avrebbero già intercettato "quattro terroristi", russi che a sentir lei volevano infiltrarsi e sono stati fatti prigionieri. La femmina, di 36 anni, lavora in uno spaccio alimentare vicino alla stazione che sfama i treni pieni di gente in fuga dal resto del Paese. "Grazie a Dio stanno bene anche i nipotini, ma io devo stare qui tutto il tempo che serve per mio padre". Le medicine per lui ci sarebbero perché Alina, a dispetto di studi di chimica, tende pericolosamente al pensiero magico quando si tratta di salute e cura tutto - dal suo ginocchio a lungo malandato, al Covid se avesse osato attaccarla, alla tbc paterna - con costosissime super-vitamine di cui riempie le valigie e di cui prova a fare proselitismo. Eravamo rimasti d'accordo che mi avrebbe mandato qualche foto da dove si trova adesso o uno degli infiniti scatti che mi mostrava durante le pause delle pulizie, con la famiglia riunita per un compleanno, il video del nipotino che impazzisce di gioia tra le palline colorate di un parco di gonfiabili. Ma non l'ho più sentita.

Dodici tir in dodici giorni

Nell'attesa sono andato in un posto di cui mi parlava: la basilica di Santa Sofia, a Primavalle, più o meno la stessa distanza da casa mia del suo rifugio di campagna rispetto ai figli. A mezzogiorno di un lunedì lavorativo è un continuo di persone che, una volta parcheggiato nel grande spiazzo polveroso, portano pacchi con una frequenza da far impallidire i corrieri Amazon. Così tanta roba, ammassata con l'aiuto della Protezione civile sotto tendoni impermeabili che diventano vere e proprie montagne di solidarietà. "Vestiti? No, mi spiace" dice Mauro Orrea, un tassista sposato con un'ucraina, qui volontario da una settimana, "ci servono cibo e farmaci, soprattutto. E confezioni monodose per l'igiene, tipo assorbenti e pannolini". Ed ecco arrivare sacchetti pieni di aspirine, antibiotici generici, analgesici freschi di farmacia, portati da signore abbastanza anziane per ricordare le bombe. Ma anche giovani. "Domenica, tra i volontari, almeno il 30-40 per cento era composto da italiani" mi spiega Mikhailo Duminesky, improvvisato ufficio stampa in quanto laureato in giornalismo all'università salesiana, anche se per campare lavora in un hotel: "Testimoniamo una risposta straordinaria, che ha sorpreso anche noi". Sul tavolo del triage qualcuno scrive sui cartoni, a pennarello in ucraino, cosa contengono e poi ci appiccica sopra una specie di targa che, una volta a destinazione, qualcun altro fotograferà e rispedirà via cellulare come ricevuta. In dodici giorni sono partiti dodici tir. "Vanno a Sambir, Lviv e Ternopil e da lì, in furgoni più piccoli, verso le zone di guerra. Un autista, non ucraino, è riuscito a portare un tir intero fino a Kyiv - si scrive così! - prendendosi enormi rischi". Temporaneamente rinfrancato sulla condizione umana, sulla via del ritorno non riesco a soffocare un confronto automatico: perché niente di tutto questo è successo per gli afghani, tanto disperati da attaccarsi ai carrelli degli aerei pur di fuggire, ai siriani assediati ad Aleppo e ai tanti, troppi altri oppressi del mondo?

Quando scoprimmo il Donbass

Un pezzo della risposta la trovo sul frigorifero di casa mia. Ci sono due magneti, uno in bassorilievo con la scritta Ternopil in caratteri cirillici, con vista panoramica dell'antica capitale dell'Ucraina Occidentale, e l'altro che dice "Non di solo pane", sotto alla mano benedicente di papa Francesco. Ora, io sono ateo e non appartengo neppure alla religione dei magneti da frigo, ma non me la sono mai sentita di toglierli per non dare un dispiacere ad Alina, che me li ha regalati. Con questa signora, che impedisce alla mia casa - e quindi alla mia vita - di raggiungere un livello insostenibile di entropia, mantengo una conversazione smozzicata ma ininterrotta da quando i suoi figli erano ragazzi a oggi che sono diventati genitori. Ed è la stessa persona che, in una spassosa mimesi di romanesco ("come sei caruccia, caruccetta!"), fa le feste a una bambina di due anni e mezzo che frequento felicemente da due anni e mezzo e le ha anche comprato quei biscotti a forma di animaletti di cui suo nipote va ghiotto. Il fatto che siano bianchi, gli ucraini, non guasta. Sono gli unici migranti che piacciono anche a Salvini. E non osta che certi amici di Alina, quando sul Venerdì ce ne occupammo otto anni fa ai tempi della prima invasione (e dell'agnizione, subito archiviata, che esistessero posti come il Donbass), si dichiarassero tranquillamente banderivzi, ovvero seguaci di un collaborazionista nazista cui il parlamento ucraino nel 2018 voleva intitolare un giorno di festa nazionale (superato in zelo revisionista dalla regione di Lviv, dove nacque, non lontano da dove è nata Alina, che ha dedicato tutto il 2019 a Stepan Bandera che, l'anno scorso, col placet del ministro della cultura, è stato inserito in un memoriale virtuale di ucraini illustri).

D'altronde anche mia madre, che non sta a sottilizzare di geopolitica, ha visto in tv le immagini strazianti di gente in fuga dai bombardamenti e mi ha dato mandato urgente di fare una donazione a nome suo. Lo farò anch'io ma constato, semplicemente, che non ci era venuto in mente ai tempi del drammatico fuggi fuggi da Kabul. Ha conosciuto Alina, ovviamente. Con la complicità delle mamme, ogni tanto l'una chiede della salute dell'altra. La spunta di WhatsApp, da singola che era, ora è diventata doppia: l'ultimo messaggio che le ho mandato è arrivato ma non l'ha aperto. Altro che "intimi sconosciuti", come la sociologa Sherry Turkle definisce chi si frequenta online: siamo una coppia di fatto, incredibilmente resiliente. Come altrettante decine di migliaia di italiani con badanti e colf a cui affidiamo vecchi e bambini, il patrimonio più prezioso e fragile. Mi riprometto di impegnarmi di più nel seguire i suoi torrenziali racconti, testacoda sintattici inclusi. Torna presto. 

Sul Venerdì del 18 marzo 2022