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La Primavera di Botticelli ci induce in tentazione

Sandro Botticelli (1445-1510) Primavera, 1477-1478 circa. Di grandi dimensioni: 2 metri e 7 centimetri per 3 metri e 19 centimetri (De Agostini via Getty Images) 
SPECIALE ARTE A introdurre le mostre della nuova stagione, dopo due anni di stop-and-go pandemico, abbiamo scelto un capolavoro legato alla nostra idea di Rinascimento. Attenzione però alla retorica
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"Per la città in diverse case, [Botticelli] fece tondi di sua mano e femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, villa del duca Cosimo, sono due quadri figurati: l'uno Venere che nasce, e quelle aure e venti, che la fanno venire in terra con gli amori, e così un'altra Venere che le grazie la fioriscono, dinotando la Primavera; le quali da lui con grazia si veggono espresse". È Giorgio Vasari a legare per sempre, in questo passo che restituisce l'emozione della loro visione congiunta, le due Veneri di Botticelli: quella nuda e quella vestita, e cioè quella celeste (che piove nel mare dal regno degli dei) e quella terrestre (che presiede alla germinazione della vita dal basso).

In verità, i due quadri non nacquero come una coppia: diversi per dimensioni, essi furono dipinti in anni non vicinissimi, tra il 1477 e il 1478 circa la Primavera, tra il 1483 e il 1484 la Nascita di Venere. Non sappiamo se furono commission…

"Per la città in diverse case, [Botticelli] fece tondi di sua mano e femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, villa del duca Cosimo, sono due quadri figurati: l'uno Venere che nasce, e quelle aure e venti, che la fanno venire in terra con gli amori, e così un'altra Venere che le grazie la fioriscono, dinotando la Primavera; le quali da lui con grazia si veggono espresse". È Giorgio Vasari a legare per sempre, in questo passo che restituisce l'emozione della loro visione congiunta, le due Veneri di Botticelli: quella nuda e quella vestita, e cioè quella celeste (che piove nel mare dal regno degli dei) e quella terrestre (che presiede alla germinazione della vita dal basso).

In verità, i due quadri non nacquero come una coppia: diversi per dimensioni, essi furono dipinti in anni non vicinissimi, tra il 1477 e il 1478 circa la Primavera, tra il 1483 e il 1484 la Nascita di Venere. Non sappiamo se furono commissionati e realizzati per la magnifica Villa che oggi, circondata dalla espansione edilizia di Firenze nord, ospita l'Accademia della Crusca, ma è probabile che Lorenzo il Magnifico li abbia voluti proprio per quella dimora di famiglia, allora in uso ai suoi giovani cugini e pupilli Lorenzo e Giovanni, figli di Pierfrancesco de' Medici, morto nel 1476.

Il nesso tra i due dipinti, oggi tanto famosi e riprodotti da esser diventati quasi invisibili ai nostri occhi assuefatti, è in ogni caso profondo: la Primavera è intesa da Botticelli, e dai suoi coltissimi consiglieri e committenti, come la rinascita dei sensi, come un regno d'amore sensuale in cui tutto torna alla vita. In un magnifico giardino di aranci, il vento di primavera (Zefiro, all'estrema destra di chi guarda) feconda Clori, ninfa terrestre dalla cui bocca (come in un film splatter) erompe all'istante un getto di fiori di ogni tipo. Clori si trasforma dunque in Flora, che incede spargendo fiori sul prato (sono state censite 190 diverse specie vegetali, delle quali 138 sono state riconosciute con certezza, tanto fedelmente sono riprodotte). Al centro regna Venere, dea d'amore collegata dai romani al mese d'aprile, sovrastata da suo figlio Cupido, bendato e dardeggiante. Danzano quindi le Grazie, le ore liete della primavera che ci portano fino al mese di maggio: il mese di Mercurio, che fuga definitivamente le nubi invernali col suo caduceo; ormai l'estate è alle porte.

Se tante sono, nella storia dell'arte di ogni tempo, le rappresentazioni delle quattro stagioni (tra tutte guardiamo quella, magnifica, del caravaggesco Bartolomeo Manfredi, dove la Primavera e l'Autunno si uniscono in un bacio sfrontato e impossibile), è difficile trovare altre immagini della sola Primavera così monumentali (una tavola larga oltre tre metri e alta due). Ed è invincibile la tentazione di legare questo quadro alla nostra idea di Rinascimento: quella, appunto, di una rinascita che segue la lunga pausa medioevale. Una tentazione, tuttavia, pericolosa: perché apre fatalmente le porte alla retorica insopportabile di quelli che oggi cianciano continuamente di nuove primavere e nuovi rinascimenti (magari in Arabia Saudita).

Per evitare simili rischi, può allora esser saggio guardare ad altre Primavere, ad altre storie. Per rimanere a Firenze, alla statua di Pietro Francavilla che orna, insieme ad altre tre mirabili Stagioni, il Ponte a Santa Trinita. Fatto saltare dai nazisti in fuga nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1944, il ponte tornò, per volontà testarda dei fiorentini, inaugurato com'era e dov'era alle soglie della primavera del 1958. Ma la Primavera non era ancora tornata: almeno non del tutto. Mancava la testa, introvabile: la fabbrica della celebre penna Parker mise perfino una taglia, per indurre un eventuale soldato-ladro a restituirla. Ma la verità era più banale: la testa era rimasta sul fondo del fiume, dal quale riemerse nel 1961. Assai più tardi, nel 1974, tornò alla luce il gomito destro della statua, riattaccato solo nel 2006.

Una Primavera ferita, dunque: "piagata", come l'aveva cantata Montale, restituendo nei versi altissimi della sua Primavera hitleriana la giornata orribile del 9 maggio 1938, in cui Hitler aveva visitato Firenze con Mussolini, "i mostri" che incedevano "tra alalà di scherani". Parole da ricordare anche oggi: per evitare che le primavere si mutino in inverni.

Sul Venerdì del 18 marzo 2022