Katharina Fritsch, la leonessa d'oro e gli uomini-galli
di Antonella Barina , di Antonella BarinaDÜSSELDORF. Visitare lo studio di Katharina Fritsch è come entrare nella nuvola bianca di un sogno - pareti bianche, tavoli candidi, luce cerea dell'inverno nordico - dove le apparizioni si materializzano inaspettate e bizzarre. Alcune sono visioni sgargianti come le sue sculture dai colori sfacciati, una volta ultimate; altre sono fantasmi candidi come i suoi modelli in gesso, quando le idee sono ancora in lavorazione. Ed ecco una delle Madonne giallo canarino che la fecero svettare nel 1982, a soli 26 anni: oggetti di culto svuotati del loro rassicurante potere di devozione per via di quel colore che spiazza. Ecco il galletto blu elettrico che nel 2013 (in una versione alta 5 metri) suscitò tanto scalpore su un basamento di Trafalgar Square, a Londra: una parodia della boria maschile collocata proprio alle spalle dell'orgoglioso ammiraglio Nelson che troneggia al centro della piazza. Un po' più in là, coperti da teli di plastica, si intra…
DÜSSELDORF. Visitare lo studio di Katharina Fritsch è come entrare nella nuvola bianca di un sogno - pareti bianche, tavoli candidi, luce cerea dell'inverno nordico - dove le apparizioni si materializzano inaspettate e bizzarre. Alcune sono visioni sgargianti come le sue sculture dai colori sfacciati, una volta ultimate; altre sono fantasmi candidi come i suoi modelli in gesso, quando le idee sono ancora in lavorazione. Ed ecco una delle Madonne giallo canarino che la fecero svettare nel 1982, a soli 26 anni: oggetti di culto svuotati del loro rassicurante potere di devozione per via di quel colore che spiazza. Ecco il galletto blu elettrico che nel 2013 (in una versione alta 5 metri) suscitò tanto scalpore su un basamento di Trafalgar Square, a Londra: una parodia della boria maschile collocata proprio alle spalle dell'orgoglioso ammiraglio Nelson che troneggia al centro della piazza. Un po' più in là, coperti da teli di plastica, si intravedono i modelli in gesso dei suoi uomini tutti uguali, spersonalizzati, che siano ipnotizzati dal proprio cellulare o fissino il vuoto in doppiopetto. Ma anche i prototipi dei suoi insidiosi animali, che sia il topo gigante appollaiato sul petto di un uomo addormentato o i barboncini neri che accerchiano minacciosi un bimbo in fasce.
Per la straordinaria efficacia con cui la tedesca Katharina Fritsch gioca sulla tensione tra quotidiano e surreale, familiare e inquietante, trasformando la normalità in immagini potenti e iconiche, la Biennale di Venezia le ha appena assegnato il Leone d'oro alla carriera, a pari merito con la cilena Cecilia Vicuña.
Se lo aspettava?
"Assolutamente no: non sono un'artista che di solito vince premi. Forse perché i miei lavori sono così ambigui. Certo, sono onorata di ricevere un simile trofeo, ma anche un po' preoccupata. È un riconoscimento all'intera carriera e non penso di averla ancora conclusa: ho 66 anni non 86! Sono superstiziosa".
Jeans blu, felpa nera, niente fronzoli, Katharina Fritsch sembra più giovane, nonostante i capelli grigi. Dev'essere quella risata fragorosa o la voce squillante o il suo sguardo così spesso ironico. O l'indomabile energia con cui continua a concentrare nel proprio atelier l'intero processo della creazione artistica, avvalendosi solo di un manipolo di assistenti, senza delegare l'esecuzione di opere spesso gigantesche a laboratori esterni. Al momento, una giovane assistente dal look punk sta perfezionando i dettagli di un nugolo di fragole giganti, che Fritsch stessa spruzzerà di spray blu acceso, dopo aver impastato da sola il colore per ottenere la tonalità desiderata.
Sarà una Biennale a prevalenza femminile quella di quest'anno...
"Evviva! Per secoli la vita da artista è stata in salita per le donne. Almeno fino agli anni 80, quando la dimensione del mercato è esplosa, consentendo a tante di noi di svettare. Ormai dovremmo sentirci più sicure. Ci penso ogni volta che riaffiora la questione MeToo: battersi contro le molestie sessuali è giustissimo, ma non so se dichiararsi vittima degli uomini sia la giusta strategia. Mi sembra più efficace mostrare tutto il nostro valore e la nostra determinazione. Pretendere la stessa libertà degli uomini, infischiandosene di cosa pensano gli altri. Il mio lavoro mi porta spesso in situazioni dominate dai maschi e non è facile far valere la mia autorità. Ma ho imparato in fretta: per ottenere quel che vuoi dagli uomini, devi esprimerti con poche parole chiare e decise, mai per accenni e sottintesi". Ed ecco di nuovo quel lampo ironico nei suoi occhi.
Madonne a parte, lei però scolpisce sempre figure umane maschili.
"Personalità ferite, spaventate, problematiche: tutt'altro che eroi. Individui chiusi in se stessi e protetti dagli abiti che indossano e danno loro un ruolo. Come le divise militari per i soldati. Forse l'unico maschio che ho mai ritratto in modo positivo è il galletto blu londinese".
E l'elefante che andrà alla Biennale?
"Quella è un'elefantessa!".
Pardon...
"Mi diverte l'idea che appaia una femmina possente nel cuore del Padiglione Centrale, ai Giardini. Con tanto di piedistallo è alta 4 metri e 20. Un lavoro che risale al 1987, quando il museo d'arte contemporanea di Krefeld mi commissionò una scultura e io ebbi subito la visione di un elefante verde che appariva - come un miracolo - tra le opere minimaliste in esposizione. Una follia, a ripensarci: avevo 31 anni, ero spiantata, mi potevano offrire un budget di soli 6000 marchi, 3 mila euro attuali, una miseria per un lavoro così. Eppure mi misi subito a cercare un esemplare da cui trarre un calco. Lo trovai al museo di Storia Naturale di Bonn: era formato da una struttura interna in materiale plastico, poi rivestito della pelle di un animale vero. Di un'elefantessa di nome Bibi. Ciò mi garantiva un calco che registrava ogni ruga, ogni pelo dell'originale, da cui ricavare una scultura in poliestere".
Il risultato è iperrealistico, ma lei lo ha dipinto di verde.
"Il colore è fondamentale per trasformare la realtà in simbolo, in visione misteriosa e stupefacente".
Le grandi vetrate dello studio Fritsch si aprono sui binari della ferrovia che attraversa Düsseldorf. Quale viaggio l'ha portata al successo internazionale?
"Sono cresciuta a Langenberg, una cittadina vicino a Essen, in una grande villa nel verde, dove negli anni 50 vivevano ancora ammassate intere famiglie sfollate durante la guerra. Si respirava tristezza, paura per il futuro ma, tra noi bambini, anche la gioia di passare le giornate tutti insieme. Forse è per questo che il mio lavoro oggi oscilla tra turbamento e gioco. E perfino l'importanza che do al colore è legata a quegli anni. Il nonno era rappresentante della Faber-Castell, la più famosa ditta tedesca di matite colorate: il garage dove custodiva quell'arcobaleno è stato l'eldorado dove ho imparato a disegnare. Alla nonna invece devo l'educazione cattolica. Che la scuola ha reso davvero pressante, quando ci siamo trasferiti nella cattolicissima città di Münster: avevo più ore di religione che di matematica".
Poi è entrata all'Accademia?
"Non mi hanno preso subito. Prima ho fatto due anni di Storia dell'Arte all'università di Münster. Ma a folgorarmi fu una gita a Düsseldorf, pigiata in macchina con altri sette studenti per assistere a una performance di Joseph Beuys e Nam June Pike. Era il 1978 e la città sprigionava una tale energia da sembrare il cuore pulsante del mondo. Creatività, libertà: si aveva la sensazione di poter fare qualunque cosa. La scelta di trasferirmi a Düsseldorf fu immediata".
A quei tempi Beuys non insegnava più all'Accademia, licenziato per questioni politiche. Lo ha frequentato?
"Ogni tanto si faceva vedere ed era come se apparisse Gesù: una figura soprannaturale di cui eravamo tutti un po' spaventati. Fu lui a dire una volta: "Esiste la commedia e la tragedia. Ma la più ricorrente nella vita è la commedia tragica". La penso anch'io così".
E uno humour perturbante fa volare l'arte di Katharina Fritsch.
Sul Venerdì del 18 marzo 2022