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Intervista a Joe Lansdale: "Sono gotico e texano"

Joe R. Lansdale è nato nel 1951 a Gladewater, nel Texas orientale. Ha scritto una ventina di romanzi e centinaia di racconti. Il nuovo Moon Lake (Einaudi, pp. 340, euro 18,50, traduzione di Luca Briasco) sarà in libreria dal 22 marzo. (Jens Kalaene/Picture Alliance via Getty Images) 
Nel nuovo romanzo, "Moon Lake" ci sono una città sommersa e poi ricostruita, tre vecchi viziosi che la dominano, un orfano che indaga. E poi il razzismo, la povertà, l'amore. Ma che genere è? "Il genere Lansdale"
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Joe R. Lansdale è uno scrittore versatile. La sua sconfinata produzione si riversa sugli scaffali del poliziesco, dell'horror, della fantascienza, del western, del gotico, dei fumetti, del noir, della satira, della denuncia sociale light e della letteratura per ragazzi, per non parlare delle sceneggiature di cinema e tv. E già questo rende complicato definirlo. Ma, visto che spesso alcuni di questi elementi sono mixati in un unico romanzo, conviene chiedergli direttamente in quale genere si identifica meglio. "Nel genere Lansdale" taglia corto.

Lansdale taglia corto spesso. E usa curiose metafore tipo "Le ossa del suo viso apparivano piú affilate del solito, come se fosse possibile usare uno degli zigomi per aprire una lettera". O "Mi guardava con lo stesso interesse che si riserva a una vescica di vaiolo". Oppure "A scuola non mi adattai subito. Ero considerato strano ed ero popolare come un esame alla prostata". Dice …

Joe R. Lansdale è uno scrittore versatile. La sua sconfinata produzione si riversa sugli scaffali del poliziesco, dell'horror, della fantascienza, del western, del gotico, dei fumetti, del noir, della satira, della denuncia sociale light e della letteratura per ragazzi, per non parlare delle sceneggiature di cinema e tv. E già questo rende complicato definirlo. Ma, visto che spesso alcuni di questi elementi sono mixati in un unico romanzo, conviene chiedergli direttamente in quale genere si identifica meglio. "Nel genere Lansdale" taglia corto.

Lansdale taglia corto spesso. E usa curiose metafore tipo "Le ossa del suo viso apparivano piú affilate del solito, come se fosse possibile usare uno degli zigomi per aprire una lettera". O "Mi guardava con lo stesso interesse che si riserva a una vescica di vaiolo". Oppure "A scuola non mi adattai subito. Ero considerato strano ed ero popolare come un esame alla prostata". Dice che nel Texas orientale si parla così e che le metafore danno vigore e realismo al testo. Le usano autori molto amati come Raymond Chandler e Chester Himes.

Un'altra sua caratteristica è che insiste molto sulla differenza fra il Texas del Far West e quello, appunto, orientale, molto più vicino al Profondo Sud, dove è nato settant'anni fa e continua a vivere. "Non c'entra niente con i cowboy, è una terra di piantagioni, alberi, acque: non voglio che su una copertina mi mettano i cactus e il deserto".

Nel suo nuovo romanzo Moon Lake (Einaudi Stile Libero, in libreria dal 22 marzo) di acqua ce n'è così tanta da sommergere, in un passato quasi remoto, Long Lincoln e i suoi abitanti, bianchi e neri, che si erano opposti all'allagamento - previa apertura di una diga - della cittadina, in vista della costruzione di una New Long Lincoln "più bella e più superba che pria", per dirla con il Nerone di Petrolini. Molti anni dopo, ci sono cadaveri che riaffiorano, poliziotti più o meno fedeli, razzisti, matti scoppiati; e il romanzo di formazione di un ragazzino, la protervia dei ricchi così mostruosamente cattivi da sconfinare nell'horror, e una pennellata di rosa, con l'immancabile vicenda amorosa. Insomma, il genere Lansdale.

I fatti: nel 1968 un uomo lasciato dalla moglie e affetto da altre rogne vuole suicidarsi buttandosi in macchina, con il figlioletto, nel lago del titolo. Lui soccombe, ma il bambino si salva, soccorso da una famiglia afroamericana e poi affidato a una zia piuttosto ruvida, quella che lo considera una vescica di vaiolo. Il ragazzo cresce, diventa giornalista, inevitabilmente investigativo, e scopre che c'è del marcio sotto il lago, ma anche ai vertici della vita cittadina, amministrata dispoticamente da un trio di vecchi decrepiti e viziosissimi. Sfida all'O.K. Corral. Ma un po' più a est.

Una storia così è mai successa o sarebbe potuta succedere?
"Potrebbe essere accaduta non necessariamente dalle mie parti, ma, per esempio, nel  North Carolina dove hanno allagato dei posti abitati da neri e bianchi poveri. È incredibile, ma è successo veramente. Ci sono paesi e cittadine sommersi da laghi, sembra di camminare sulle acque invece calpesti i tetti degli edifici. Degli amici mi hanno detto che, se ti tuffavi, nuotavi tra strade e piazze subacquee. E, quando l'acqua si prosciugava, la città riappariva. L'ho sempre trovata un'immagine raccapricciante".

A cosa serviva allagare paesi e città?
"A niente. La scusa era: per rifarli più moderni. Ma con il lago e la città sommersa si potevano attrarre i turisti, costruire resort. Fare soldi è sempre stata la motivazione fondamentale".

Dalle sue parti tre vecchi rimbambiti possono, o potevano, detenere il potere assoluto di una città?
"Beh ci sono anche i fiancheggiatori, i loro tentacoli. Certo, l'ho scritto alla maniera Southern Gothic, ma è qualcosa di straordinario basato su eventi ordinari, e non solo in Texas. C'erano e ci sono città in mano a pochi despoti che le possiedono non solo in termini di attività ed edifici, ma di persone. Le ricattano: se non fanno quello che viene chiesto loro, non avranno alcun diritto. O ricompensa".

Ma con le elezioni, anche nel Texas orientale, non si dovrebbe scegliere da chi farsi amministrare?
"Mi sta chiedendo se in America le elezioni si svolgono in modo generalmente corretto? Per quelle politiche rispondo di sì, ma non per tutte quelle locali. E questa è un'idea metaforica del romanzo, è un modo per guardare al potere, la corruzione, il razzismo, l'indifferenza verso i poveri. Non è un resoconto letterale di certe realtà, ma ci sono aspetti molto verosimili".

È verosimile quella vena horror per cui il male contagia tutti come il morso dei vampiri?
"Dal punto di vista simbolico, razzismo e povertà possono essere rappresentati come un morbo. Negli Stati Uniti i poveri possono salire sulla scala sociale, ma arrivare ai gradini superiori è sempre più difficile. C'è la vecchia battuta che recita: il miglior modo per fare una piccola fortuna è partire con una grande fortuna. Io ero molto povero e credo nell'American Dream, ma devo constatare che si è inceppato. È una grande opportunità, non una promessa. Un'opportunità di avere un lavoro, una casa, di crescere i figli, pagare i conti, ma in questo incubo capitalista non è alla portata di tutti, come non lo era un tempo per donne, neri e gay".

Lei ripete spesso una frase presa a prestito da Steinbeck: il Texas è un luogo della mente. Approfondiamo.
"Intanto, tutti rubiamo qualcosa agli altri autori che ci influenzano, bisogna solo vedere come si ruba. Il Texas esemplifica il meglio e il peggio dell'America: sogni speranza, paura, confusione. Rappresenta quello che per molta gente, specie fuori dall'America, è l'America. È complesso, diverso, un Paese nel Paese, come la Scozia in Gran Bretagna, qualcosa di unico. Nel passato si lasciava il Tennessee o New York per andarci, chi intraprendeva il viaggio era un GTT, Gone To Texas, e tutti sapevano che era partito in cerca di opportunità. Molti GTT erano fuorilegge, avevano problemi, uscivano da brutte situazioni e volevano cambiarle. Il Texas era un posto dove potevi essere te stesso. Non era vero del tutto, ma in parte sì. Un po' come in Australia, qui si seleziona una particolare stirpe con delle caratteristiche non per forza negative, ma molto individualista. Io, per parlare di me, non sono né capitalista né socialista, credo nel capitalismo con la c minuscola perché sostengo ogni sorta di programma sociale, ma sono anche convinto che te la devi sbrigare da solo: non voglio che il governo si occupi di me tutta la vita, voglio che lo faccia  quando ne ho bisogno, per esempio con il servizio sanitario universale. Ecco, sono anticapitalista verso le forme più selvagge del capitalismo. In passato ho anche votato per qualche repubblicano, ma da George W. Bush in poi il Grand Old Party è diventato terribile. Invece mi piace Biden, perché è moderato, un po' a sinistra".

Serata al bar in una cittadina del Texas (Joe McNally/Getty Images) 

Evviva il capitalismo illuminato.
"Non trovo niente di male nell'idea che se tu vendi le migliori trappole per topi la gente venga a comprarle da te, ma trovo qualcosa di sbagliato nel fatto che tu requisisci tutte le trappole su piazza".

Parliamo delle sue metafore. Questa della trappola per topi come le è venuta?
"Non è farina del mio sacco, è una vecchia definizione del libero mercato. Che un tempo si dava delle regole, mentre adesso non ci sono più restrizioni e questo capitalismo rampante è orrendo. Se ne infischia di chi fa tutto il possibile ma non ci arriva".

Senta, ma uno come Putin potrebbe essere un villain delle sue storie?
"Sì, ma assomiglia troppo a un fumetto. È un personaggio orribile e spaventoso, un esempio di quello che definirei il Male. Ma poi gli piacciono i cani e i bei quadri. Anche i peggiori hanno dei lati positivi, ricordiamo che gli sceriffi più famosi del vecchio West erano stati banditi. Certo, bisogna vedere quanto si oltrepassa il confine del Bene: direi che Putin è andato molto in là".  

Notazione climatica: nei suoi romanzi piove spesso con tuoni fulmini saette e altre perturbazioni: trattasi di correlativo oggettivo?
"Sì, anche. Ma il fatto è che nel Texas orientale piove sempre, abbiamo un clima tropicale che, inoltre, prevede tremende siccità. Per fortuna tutta l'acqua incamerata dalla terra permette sempre a qualche pianta di germogliare, è per questo che durante la Grande Depressione qui la gente non è morta di fame. Uso le tempeste anche per caratterizzare i tumulti interiori dei miei personaggi. E se mentre scrivo arriva il tornado lo infilo nel romanzo: vedere come un protagonista affronta la tempesta  dà ulteriori possibilità al plot".

Sul Venerdì del 18 marzo 2022