Marco Follini: racconto Aldo Moro nel suo labirinto
di Concetto Vecchio , di Concetto VecchioRoma. Un Aldo Moro segreto che ogni notte, prima di andare a dormire, carica gli orologi a molla raccolti in una scatola nella sua camera da letto. Lo racconta in un mirabile ritratto psicologico l'ex dirigente democristiano Marco Follini, 67 anni: Via Savoia. Il labirinto di Aldo Moro, La Nave di Teseo, con la prefazione di Marco Damilano.
Follini, qual è il suo primo ricordo di Moro?
"Me lo presentarono nel 1973 nel retropalco del palazzo dei congressi all'Eur, dopo il suo discorso ai delegati Dc. Attorno a lui si era formata una calca sudamericana, in quel caos mi feci avanti. Avevo 19 anni".
Faceva già politica?
"Preesisteva un legame familiare. Mio padre era amicissimo di Corrado Guerzoni, il portavoce di Moro. Insieme, nel 1968, avevano messo in piedi l'agenzia di stampa Progetto. Era un ciclostilato su cui non uscì mai una riga che non fosse vergata dallo stesso Moro".
Nel 1975 lo accompagnò nel suo primo viaggio.
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Roma. Un Aldo Moro segreto che ogni notte, prima di andare a dormire, carica gli orologi a molla raccolti in una scatola nella sua camera da letto. Lo racconta in un mirabile ritratto psicologico l'ex dirigente democristiano Marco Follini, 67 anni: Via Savoia. Il labirinto di Aldo Moro, La Nave di Teseo, con la prefazione di Marco Damilano.
Follini, qual è il suo primo ricordo di Moro?
"Me lo presentarono nel 1973 nel retropalco del palazzo dei congressi all'Eur, dopo il suo discorso ai delegati Dc. Attorno a lui si era formata una calca sudamericana, in quel caos mi feci avanti. Avevo 19 anni".
Faceva già politica?
"Preesisteva un legame familiare. Mio padre era amicissimo di Corrado Guerzoni, il portavoce di Moro. Insieme, nel 1968, avevano messo in piedi l'agenzia di stampa Progetto. Era un ciclostilato su cui non uscì mai una riga che non fosse vergata dallo stesso Moro".
Nel 1975 lo accompagnò nel suo primo viaggio.
"Alla Fiera del Levante, a Bari, con l'aereo presidenziale. Fu una giornata strapiena di impegni, discorsi, strette di mano. E la sera in prefettura imbandirono la tavola come per i reali di Inghilterra. Quando, a notte fonda, approdai a casa pensai: "Quest'uomo sarà pure potente, ma fa una vita faticosissima"".
Com'era da vicino?
"Non parlava, ti faceva domande. Aborriva il chiacchiericcio. Ma coltivava una vena ironica".
In che senso?
"Quando nel 1977 venni eletto segretario giovanile della Dc, gli chiesi un colloquio. Non mi rispose per tre giorni. Un pomeriggio mi raggiunse la telefonata della sua segretaria: "Il presidente ti aspetta tra mezz'ora in via Savoia". Io ero in largo Arenula, nella sede dei giovani, con la barba lunga. Il mio look, una camicia a quadretti e un paio di pantaloni grigi, non si confaceva, ma non c'era più tempo per passare da casa e cambiarmi. Allarmato chiamai Nicola Rana, il suo segretario, spiegandogli la situazione".
E Rana?
"'Aspetta che gli domando se puoi venire lo stesso', disse. Mi fece attendere in linea. Dopo secondi, che a me parvero interminabili, riapparve: 'Il presidente dice che puoi presentarti con i tuoi pantaloni grigi, basta che non te li togli'".
Gli ha sempre dato del lei?
"Sì, e lui mi dava del tu. Si usava così con i leader dell'epoca".
Perché ha deciso di scriverne proprio adesso?
"Non volevo disperdere il ricordo. È anche un atto di riconoscenza".
Però ha scelto di non citarlo mai.
"Perché non è una biografia politica. M'interessava la figura umana. Gli aspetti singolari. Il carattere".
Come mai inizia raccontando proprio la sede di via Savoia?
"È indicativa della sua personalità. A differenza dei suoi colleghi, scelse un ufficio lontano dal centro, come se volesse mettere una distanza tra sé e gli altri palazzi del potere. Un luogo dove poter riflettere in silenzio, filtrando uomini e cose. In via Savoia non potevi passarci per caso".
Com'era l'ufficio?
"Sobrio e silenzioso. C'erano poltrone scomodissime, divani d'altri tempi e seggiole che sembravano suggerire conversazioni per quanto possibile essenziali".
Era l'Italia della raccomandazione.
"Sì, non era né un peccato né uno scandalo".
Cosa ha capito dell'uomo?
"Incarnava due anime: quella solenne, maestosa, ieratica di un cattedratico che non aveva fra i suoi difetti la falsa modestia; e quella fragile, colma di paure e apprensioni, di un uomo che conosceva la misura della sua autorità".
Era ipocondriaco.
"Viaggiava sempre con una scatola piena di medicinali. Una volta, dopo che in piena notte gli avevano preannunciato la sconfitta a un congresso, lo videro per prima cosa allungare la mano su un farmaco che teneva sul comodino".
Aveva paura di volare.
"Prese il suo primo aereo dopo i 40 anni, era già presidente del Consiglio".
Perché cita Pasolini e Sciascia?
"Sono due anti democristiani, ma affascinati e quasi abbagliati dalla figura di Moro. Pasolini scrisse che era il meno implicato di tutti nel regime democristiano".
Era giusto definirlo un regime?
"Per niente. Quella definizione rimanda a una visione cupa, che nutriva le radici di un popolo già sospettoso di suo come quello italiano".
Un embrione di populismo?
"Moro aveva la consapevolezza che quello era il pericolo che si correva. E perciò cercava di apparire prudente, modesto, mai teatrale. Il potere era un esercizio di pedagogia".
E lui che rapporto aveva col potere?
"Era una tentazione da tenere a bada. Non andava conquistato per salti, ma per piccoli passi. Serviva per cambiare il Paese, sapendo che per il cambiamento ci vuole sempre il tempo che ci vuole".
Alberto Ronchey scrisse che Moro era "l'incarnazione del pessimismo meridionale".
"Non è vero. Al contrario, era un uomo rigoroso, attento alle geometrie della politica. Quegli orologi caricati ogni sera erano il piccolo segno del suo concreto rapporto con il tempo".
L'etichetta di temporeggiatore non gli è però rimasta addosso?
"I due passi cruciali della Prima Repubblica, l'apertura al centrosinistra e la solidarietà nazionale, portano la sua firma. Era tutt'altro che inconcludente, ma era consapevole che quell'Italia poteva cambiare, ma non troppo".
Che cosa vuol dire?
"Aveva rispetto della provincia profonda, all'epoca assai arretrata. Ciriaco De Mita mi raccontò che andò da lui, da giovane segretario provinciale di Avellino, per convincerlo ad accelerare sul centrosinistra. "Sono d'accordo", gli rispose Moro, "ma dobbiamo prima convincere gli americani, le gerarchie ecclesiastiche e rassicurare l'elettorato conservatore del Mezzogiorno". De Mita gli diceva cosa fare, Moro gli spiegava come farlo".
A un congresso parlò per sei ore. Come lo spiegherebbe a un giovane di oggi?
"Con l'enorme importanza che avevano i partiti allora. Non fiatava nessuno. Il silenzio era un omaggio, ma anche la riprova di una densità che oggi si è persa".
Padre Pio gli predisse "il sangue" nel suo futuro.
"Sì, nel 1968, a San Giovanni Rotondo. Ne rimase sconvolto. Mi colpisce che non ne abbia mai parlato nelle lettere e nel memoriale scritti nella prigione delle Brigate Rosse".
Perché non citò mai nemmeno la scorta che gli avevano ammazzato sotto gli occhi?
"Forse una gigantesca rimozione".
Quando l'ha visto l'ultima volta?
"Alla direzione Dc del febbraio del 1978. Erano riunioni lunghissime, e quando alle 14 tutti speravano in un panino, Carlo Donat-Cattin chiedeva la parola e riapriva il dibattito".
Vi siete parlati?
"No, non si usava. A Natale gli avevo scritto un biglietto, mi rispose a febbraio. L'ho conservato gelosamente".
Durante i 55 giorni lei si schierò per la fermezza?
"Non ero per la fermezza, ma all'epoca lo dissi balbettando, tremebondo, a voce bassissima. E lo sento ancora come un peso sulla coscienza".
Il libro è anche un modo per fare i conti con quel senso di colpa?
"Il senso di colpa a volte è la condizione della buona politica".
Sul Venerdì del 18 marzo 2022