Jamil Sadegholvaad: la mia Rimini città aperta
dalla nostra inviata Stefania Parmeggiani , dalla nostra inviata Stefania ParmeggianiRIMINI. I pescherecci tornano in porto inseguiti come sempre dai gabbiani. Che qui si chiamano cocali e ultimamente sono un po' troppi, tanto che la gente si chiede quando arriveranno i dissuasori acustici e se serviranno a qualcosa. Gli albergatori fanno i conti con il caro bollette: a Pasqua converrà aprire o è meglio aspettare? E si organizzano per assumere donne ucraine, vitto e alloggio compresi. Dicono che sia un modo concreto per dare una mano a chi fugge dalla guerra. L'aeroporto Fellini è chiuso per lavori, il capriolo Federica che da due anni si aggirava nello scalo è stato catturato ed è finalmente salvo. In piazza Cavour, cuore del centro storico, i bambini s'inseguono giocando. Il sindaco Jamil Sadegholvaad è nel suo ufficio. Alle spalle, il manifesto disegnato da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari per una vecchia stagione turistica: è un'auto ricoperta di lattine, una delle immagini della mostra Saluti d…
RIMINI. I pescherecci tornano in porto inseguiti come sempre dai gabbiani. Che qui si chiamano cocali e ultimamente sono un po' troppi, tanto che la gente si chiede quando arriveranno i dissuasori acustici e se serviranno a qualcosa. Gli albergatori fanno i conti con il caro bollette: a Pasqua converrà aprire o è meglio aspettare? E si organizzano per assumere donne ucraine, vitto e alloggio compresi. Dicono che sia un modo concreto per dare una mano a chi fugge dalla guerra. L'aeroporto Fellini è chiuso per lavori, il capriolo Federica che da due anni si aggirava nello scalo è stato catturato ed è finalmente salvo. In piazza Cavour, cuore del centro storico, i bambini s'inseguono giocando. Il sindaco Jamil Sadegholvaad è nel suo ufficio. Alle spalle, il manifesto disegnato da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari per una vecchia stagione turistica: è un'auto ricoperta di lattine, una delle immagini della mostra Saluti da Rimini che nel 2015 qui fece un putiferio. Ma era ben prima del Covid, quando l'estate era un ininterrotto carnevale di eventi, concerti, spettacoli e all'aeroporto Fellini atterravano così tanti russi, che anche nelle pensioncine, roccaforti della famiglia che se la cava con 36 euro tutto compreso, le scritte in cirillico avevano sostituito quelle in tedesco.
"Cartoline di un altro tempo", dice il sindaco che allora era assessore. Giacca blu, camicia sbottonata e una "esse" grassa che toglie ogni dubbio: romagnolo. Già romagnolo, ma come si pronuncia esattamente il nome? Lui ha perso il conto di quante volte nella vita gli hanno rivolto questa domanda. In campagna elettorale, qualcuno, anche nel suo partito, il Pd, temeva che candidarlo con quel nome "strano" fosse un azzardo. E invece: vittoria al primo turno con il 51 per cento e i giornalisti giù ad azzardare paragoni con Londra: lì un sindaco pachistano, a Rimini iraniano. Sorride: "Mio padre è iraniano, ma mia madre è di Coriano, un paese a dieci chilometri da qui. Sono cresciuto a piada e tagliatelle". Quarantanove anni, laurea in Scienze politiche, è alla vigilia della sua prima estate da sindaco. Se la immaginava diversa, dieci voli a settimana dall'Ucraina, una quarantina dalla Russia, i turisti dell'Europa orientale che dopo due anni tornano finalmente a riempire alberghi, bar e ristoranti.
E invece, sindaco?
"Invece una guerra deflagra nel cuore dell'Europa ed è così spaventoso che sembra irrispettoso parlare di turisti".
Tuttavia...
"È innegabile che la situazione internazionale avrà ripercussioni sull'economia, anche turistica. Proprio qualche settimana fa Anex Tour, operatore turistico russo tra i più importanti al mondo, aveva scelto l'aeroporto Fellini. Primo volo annunciato da Kiev, e poi da Mosca, San Pietroburgo... Quelli che fino a ieri consideravamo i due mercati della ripartenza turistica straniera, oggi sono i protagonisti della guerra".
Lei aveva appena lanciato la "campagna di Russia", invocando i turisti.
"Quella è stata una sintesi giornalistica. Analizzavo i dati: nel 2019 a Rimini erano arrivati quasi centomila turisti russi, nel 2021 tremila. Con le restrizioni legate alla pandemia abbiamo avuto un crollo del 96,6 per cento, un sostanziale azzeramento. Ragionavo sulla necessità di riportare al centro delle politiche turistiche regionali l'Europa orientale".
E adesso che estate s'immagina?
"Comunque una grande estate perché persino nel 2020, la stagione più buia, abbiamo fatto numeri eccezionali. È prevalso un turismo di prossimità. Molti italiani, e anche tedeschi, sono tornati a Rimini, magari dopo anni di assenza, e hanno trovato una città cambiata. In meglio".
Perché in meglio?
"Il Covid ci ha insegnato che l'uomo ha bisogno di spazi, qualità urbana e ambientale. Rimini lo aveva già immaginato e i suoi turisti hanno trovato un nuovo lungomare, aree per bambini, palestre a cielo aperto, spazi per socializzare. Hanno poi scoperto che la riviera romagnola non è più solo ombrelloni e discoteche ma molto altro: c'è il turismo balneare, quello culturale, enogastronomico, esperienziale".
Il primo atto della nuova stagione?
"L'adunata nazionale degli Alpini. A maggio le penne nere sfileranno a bordo spiaggia e sarà qualcosa di diverso, mai visto prima. Ma per noi sarà anche il segno del ritorno alla normalità, ricominciamo a parlare di grandi eventi".
L'anno scorso la normalità è stata segnata dalle baby gang.
"È un problema nazionale e non va affrontato solo in termini repressivi. Dobbiamo interrogarci sul disagio giovanile, capire perché ragazzini di quindici o sedici anni provino così tanta rabbia e frustrazione. Ma ovviamente dobbiamo anche fermarli. E qui abbiamo un problema".
Quale?
"L'organico delle forze dell'ordine. A Roma devono comprendere che d'estate la nostra costa non ha 330 mila abitanti ma sedici milioni di presenze. Se il ministero degli Interni legge solo il numero di abitanti e ci manda i rinforzi per tre settimane, noi come dovremmo fare?".
Diceva che non basta reprimere.
"Il tema è l'inclusione delle seconde generazioni. Quando vedo dei gruppi di ragazzini che attraversano la città parlando tra loro nella lingua dei propri genitori, penso che qualcosa non ha funzionato. Da figlio di una romagnola e di un iraniano, con una compagna afrobrasiliana, credo di avere voce in capitolo per dire la mia: dobbiamo fare in modo che questi ragazzi si sentano parte di una comunità e di una nazione. Non respinti".
Lei si è mai sentito straniero nel Paese in cui è nato?
"Mai. Qualche battuta infelice c'è stata, ma nulla più. La mia è sempre stata una famiglia multietnica e integrata. Sono andato all'asilo dalle suore, tanto per dire. E al liceo mi sono candidato rappresentante di istituto. I miei compagni mi hanno eletto. La considero la mia prima esperienza politica".
Dalle suore?
"Mio padre è musulmano, mia madre cattolica. In casa si discuteva su chi dovesse lavare i piatti, non per la religione. La stessa cosa accade tra me e la mia compagna, che ha convinzioni spirituali diverse dalle mie: le discussioni sono quelle di tutte le coppie".
Come si sono conosciuti i suoi genitori?
"Mio padre studiava in Germania, alcuni amici tedeschi gli hanno consigliato le vacanze a Rimini e qui ha conosciuto mia madre. Si sono innamorati e lui non se ne è più andato. È una storia comune a molti riminesi".
Sarà favorevole allo ius soli.
"Invece no, lo ius soli mi sembra una bandierina ideologica. La si agita e poi le forze politiche non hanno abbastanza forza e una nuova legge sulla cittadinanza resta al palo".
Alternative?
"Ius culturae o ius scholae. La cittadinanza va data a chi vuole crescere e formarsi in una determinata comunità. Il che non significa omologarsi, recidere le proprie origini, ma condividere i valori fondanti del Paese in cui si vive".
Non seguirà dunque l'esempio di Bologna, che ha dato la cittadinanza onoraria a tutti i bambini stranieri?
"Rimini lo ha già fatto anni fa. Un gesto simbolico, a volte ci vogliono anche quelli, ma io sono un praticone, preferisco badare al sodo".
Ad esempio?
"Asili gratis con una soglia Isee alta. Se vogliamo fare di questi bambini un pezzo importante della nostra comunità dobbiamo farli crescere insieme ai nostri figli, garantire identiche possibilità di studio, sport, gioco e crescita. Questo è un modo per evitare che in prospettiva si creino situazioni esplosive come nelle banlieue francesi".
Non le sembra di esagerare?
"A Rimini non si può parlare di periferie, ma ci sono vie abitate in maggioranza da una sola comunità etnica. È lo stesso principio di Little Italy a New York e delle Chinatown europee. Arriva un primo immigrato, poi un secondo, un terzo, e si crea una comunità nella comunità. In una delle nostre strade è accaduto coi bengalesi, quasi tutti commercianti. È così, è naturale, ma non è un bene. Non è un buon modo per costruire gli italiani del futuro".
Rimini comunque è la prima città capoluogo di provincia ad avere eletto un sindaco con un cognome non italiano. Solo un caso?
"È la capitale delle vacanze grazie alla sua capacità di accogliere gli altri. È una città aperta al mondo. Non so se sia un caso, ma di certo qui la diversità non ci spaventa".
Fuori dal suo ufficio, in piazza Cavour, c'è una festa di bambini. Un musicista di strada suona Danzando nella nebbia di Nino Rota, Amarcord. "Sa che cosa significa Sadegholvaad?" dice il sindaco salutandoci, "sincero nelle promesse".
Sul Venerdì del 18 marzo 2022