Storia dell'assedio, dall'antica Roma all'Ucraina
di Duccio Balestracci , di Duccio BalestracciNel pomeriggio di Natale del 1554, a Siena, un gruppo di bambini sta giocando per strada davanti a una chiesa, nel quartiere contiguo alla porta a nord. A poche centinaia di metri da lì sono accampate le truppe di Carlo V e di Cosimo de' Medici che, da mesi, hanno stretto la città in una morsa d'assedio impenetrabile. A un tratto, una bombarda degli assedianti fa fuoco e centra in pieno il campanile della chiesa, che rovina lasciando cadere una pioggia di mattoni che colpiscono i ragazzi ferendoli o uccidendoli.
Chi aveva acceso la carica della bombarda non poteva sapere che lì c'erano dei bambini, ma sapeva che, sparando sul campanile, chiunque ci fosse stato sotto non avrebbe avuto scampo. Ed è perfino probabile che, anche se avesse saputo che questo poteva provocare la morte di ragazzi, non gliene sarebbe importato più di tanto, perché la guerra d'assedio comporta, in partenza, la quasi certezza che le prime vittime s…
Nel pomeriggio di Natale del 1554, a Siena, un gruppo di bambini sta giocando per strada davanti a una chiesa, nel quartiere contiguo alla porta a nord. A poche centinaia di metri da lì sono accampate le truppe di Carlo V e di Cosimo de' Medici che, da mesi, hanno stretto la città in una morsa d'assedio impenetrabile. A un tratto, una bombarda degli assedianti fa fuoco e centra in pieno il campanile della chiesa, che rovina lasciando cadere una pioggia di mattoni che colpiscono i ragazzi ferendoli o uccidendoli.
Chi aveva acceso la carica della bombarda non poteva sapere che lì c'erano dei bambini, ma sapeva che, sparando sul campanile, chiunque ci fosse stato sotto non avrebbe avuto scampo. Ed è perfino probabile che, anche se avesse saputo che questo poteva provocare la morte di ragazzi, non gliene sarebbe importato più di tanto, perché la guerra d'assedio comporta, in partenza, la quasi certezza che le prime vittime saranno i civili.
Perché l'assedio è questo, da sempre: i difensori che resistono sanno che gli esiti possibili sono solo tre. O si riesce a forzare il blocco, magari grazie a un miracoloso "arrivano i nostri", o ci si arrende sperando nella clemenza dei nemici, o ci si rassegna al peggio: saccheggio, devastazione, violenza, morte: Costantinopoli 1453 è, nel merito, l'esempio più esplicito.
Lo sanno perfettamente i ribelli della Giudea che, nel I secolo d.C., resistono arroccati nelle loro fortezze agli assedi dei romani di Vespasiano e di Tito. E a volte, quando capiscono che tutto è perduto, preferiscono il suicidio di massa, come accade a Gamala nel 67 d.C. e a Masada nel 73 (o 74). Nel primo caso, racconta Giuseppe Flavio che quegli episodi li ha vissuti da testimone e anche da protagonista, i romani uccidono 5.000 persone, lanciando giù dalla rocca perfino i bambini, ma altri 4.000, piuttosto che arrendersi, si danno la morte volontariamente; nel secondo si suicidano poco meno di mille soldati e solo due donne e cinque bambini scendono vivi da quell'inespugnabile pianoro. Poco conta che i dati siano inverosimilmente enfatizzati: è il significato ultimo del racconto che ci coinvolge. Resistenza vuol dire martirio.
L'illusione della normalità
L'assedio è, nelle società di Ancien régime, un episodio ricorrente, ma non per questo meno avvertito come catastrofico. Mette a dura prova la capacità di una comunità di resistere alla fame, alla sete, alle malattie, ma, altrettanto, sul piano psicologico, di governare l'interruzione della normalità e l'alterazione dei tempi e dei gesti della quotidianità. A Firenze, assediata nel 1529-30, come nell'ugonotta Sancerre, accerchiata dalle milizie cattoliche nel 1573, ci si sforza di ricostruire l'ordinarietà attraverso una surrettizia agenda di cose usuali da fare in orari canonici, per esorcizzare lo scompiglio delle abitudini.
E, del resto, ci dicono gli antropologi che hanno raccolto quelle testimonianze, durante l'assedio di Sarajevo (anni Novanta dello scorso secolo, non secoli fa), la prima domanda che le persone rivolgevano agli osservatori era: "ma secondo voi stiamo riuscendo a mantenere un atteggiamento di normalità?". Perché è difficile essere "normali" di fronte alla consapevolezza di che cosa comporta un assedio e di fronte all'attacco psicologico cui l'assediato è sottoposto: per chi assedia infatti, un'arma fondamentale - al pari di quelle vere e proprie - consiste nel convincere l'assediato che ha già perso e che, per lui, non c'è via di scampo. E, per opposto, un'arma per l'assediato consiste nel far credere al nemico che si fa beffe delle sue minacce e che la resistenza non sarà mai spezzata. È la guerra fatta dalle spie, dai traditori, dai controinformatori, dalle fake news (non le ha inventate il nostro tempo; esistono da sempre anche senza i social media).
"Arrendetevi perché i francesi sono stati decimati in una battaglia" urlano imperiali e fiorentini ai senesi e ai francesi che combattono con loro nel 1555. Non è vero: è una bufala, e la risposta sarà una chiassata di sberleffo. "Non ci arrenderemo mai", grida dalle mura di Firenze che resiste ai medicei il bombardiere Nannone, e accompagna la sua determinazione con un gesto pittoresco, calandosi le braghe e mostrando il sedere ai nemici.
Una scia di atrocità
Ma gesti volgari o goliardici non esorcizzano la consapevolezza di quel che sta succedendo: "qui si sta tra la paura e la speranza", commenta un osservatore nella Pisa assediata dai fiorentini nell'anno 1500, né può essere diversamente, dal momento che ogni assedio si porta dietro una scia di atrocità senza fine. Gli impauriti pistoiesi che provano a fuggire dalla città circondata, nel 1305, vengono catturati, mutilati orrendamente (le donne, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, sono sistematicamente violentate, perché lo stupro è un corollario inossidabile della guerra) e rimandati sotto le mura perché chi è rimasto dentro capisca che cosa lo aspetta. E a Torino, durante l'assedio del 1706 (quello di Pietro Micca), quando il comandante francese chiede una tregua per recuperare i corpi rimasti nel fossato sotto le fortificazioni, il suo omologo sabaudo risponde un no secco, e ordina di dar fuoco a tutto quel che c'è sotto le mura, compresi i soldati che non sono morti, ma solo feriti. Non era nemmeno stato originale: nel 1530 Francesco Ferrucci (sì, quello che sarà ucciso dal "vile" Maramaldo) a conclusione dell'assedio che ha visto il martirio di Volterra ingiunge ai nemici feriti che sono ammassati in una chiesa di uscire tutti immediatamente. Ovviamente è impossibile, ma per il prode capitano è un rifiuto ad obbedire all'ordine e fa dar fuoco alla chiesa bruciando vivi tutti quelli che ci sono dentro.
La paura, poi, si lega inevitabilmente alla conoscenza, da parte degli assediati (e non di rado anche da parte di chi assedia, per la verità) di un ben consolidato copione, punteggiato da fame, sete e, spesso, freddo. Ogni città, ogni fortezza abbiano a disposizione scorte di cibo per almeno un anno, raccomanda Richelieu, ma riuscire a mettere in pratica l'assennato proposito non sempre è facilissimo. Dagli strateghi antichi a Machiavelli, tutti raccomandano di porre l'assedio in primavera: le scorte degli assediati, in quella stagione, stanno finendo e la gente non ha possibilità di uscire nei campi a mietere il nuovo raccolto. Così, la fame è la cifra prima di questo tipo di guerra: le riserve finiscono, si mangia quel che capita, si mettono in pentola prima gli animali domestici, poi i topi, poi, via via, in un'escalation di porcherie e di cose sempre più improbabili, si finisce per mangiare insetti, vermi, cuoiame bollito, per approdare al cannibalismo.
È quanto succede a Sancerre, secondo la narrazione del testimone-protagonista Jean de Léry, da prendere con le molle, perché l'ugonotto (che il cannibalismo l'ha conosciuto davvero, ma in Brasile nel suo viaggio fra il 1556 e il 1558) vuole sostanzialmente dimostrare che i feroci cattolici hanno azzerato il grado di acculturazione di una città riducendola allo stato selvaggio. Tuttavia, non è un caso che, nelle narrazioni degli assedi, l'antropofagia ricompaia come inquietante presenza: nella Leningrado assediata dai tedeschi fra il 1941 e il 1942 si parla di bambini rapiti e mangiati e di case misteriose piene di quarti umani appesi ai ganci come in una norcineria, pronti per essere messi in pentola. Verosimilmente solo leggende horror, ma significative.
Fame e sete. Dove ci sono corsi d'acqua ci si ingegna di bloccarli o deviarli e si distrugge ogni fonte di approvvigionamento. Ne sanno qualcosa i crociati (in questo caso, assedianti) che nell'infuocata estate, sotto Gerusalemme, in mezzo al deserto tattico creato dai turchi, sono costretti a cercare acqua in posti lontanissimi o in pozze infette.
Attacco batteriologico
Fame, sete e malattie. Magari indotte, quest'ultime, da assedi combattuti, da un campo e dall'altro, con quelle che oggi chiameremmo "armi batteriologiche": un solo esempio, conosciuto ed eloquente, quello dei cadaveri di appestati catapultati nel campo cristiano dai turchi di Caffa (oggi Feodosia) in Crimea, un episodio che, come è noto, è all'origine della Peste Nera del 1346-1352.
Fame, sete, malattie e freddo. A Vienna, nel 1683, gli edifici rovinati dai colpi di bombarda vengono spogliati di tutte le componenti di legno, sia per cucinare (l'assedio riporta drammaticamente dall'antropologica fase del cotto a quella del crudo) sia per resistere alle basse temperature, e Leningrado viene letteralmente "disboscata" col sacrificio degli alberi dei suoi parchi.
In queste situazioni è indispensabile cercare di salvare il capitale umano perché un assedio, prima o poi, in un modo o in un altro, finisce e c'è da ricominciare: Tamerlano, quando conquista Delhi nel 1398, salva dalla strage che accompagna la capitolazione le maestranze specializzate, e le impiega per costruire il suo mausoleo a Samarcanda. E altrettanto avviene a Leningrado, quando oltre 1.000 tecnici sono esfiltrati dalla città assediata per essere reimpiegati nell'industria bellica. Per opposto, chi non serve ed è una "bocca inutile" viene sacrificato, sbattuto fuori dalla città e abbandonato al suo destino. La strage degli orfani e dei "disutili" espulsi da Siena fra il 1554 e il 1555 ha ispirato Simone de Beauvoir per il suo dramma, del 1945, appunto, Le bocche inutili.
E poi l'assedio finisce, certo. Ma il day after è desolante: c'è da ricostruire tutto, perché tutto è stato distrutto, nella città assediata e per chilometri intorno. E a volte ci vogliono anni; talvolta, decenni. Devastazione, crudeltà, efferatezze, crimini verso la popolazione civile. Roba da tempi feroci e da menti scellerate. Impensabile ai civili giorni nostri.
Come dite? Ucraina? Quale Ucraina?
Sul Venerdì del 25 marzo 2022