Chi ha paura di Guia Soncini
di Natalia Aspesi , di Natalia AspesiSarà un atto temerario voler dialogare con la Soncini, che non solo perché se non è in vena sa come gelare il sangue altrui, ma perché appena si sa che c’è un suo nuovo libro (e adesso c’è, si intitola L’economia del sé), scoppia un fuggi fuggi generale. Non dalle librerie, che anzi si risvegliano dal loro torpore per l’arrivo di suoi follower persino cartacei, ma proprio dalla Guia stessa e da chi, pazza come me e per festoso masochismo, ne vanta gli amabili pregi.
Perché, quale la Contessa Sanguinaria (Erzsébet Báthory, bella dama secentesca ungherese), lei non risparmia nessuno, se non qualche rarissimo esemplare di Homo superbamente sapiens, tipo Arbasino per scrittura o Obama per fascinoCalasso e Fruttero e Lucentini per preveggenza, Zalone, Moretti e Altan per generico sublime sociologico, Dalla, Gaber e De Gregori per magia: donne mi pare solo una, la divina Yasmina Reza, e infatti no…
Sarà un atto temerario voler dialogare con la Soncini, che non solo perché se non è in vena sa come gelare il sangue altrui, ma perché appena si sa che c’è un suo nuovo libro (e adesso c’è, si intitola L’economia del sé), scoppia un fuggi fuggi generale. Non dalle librerie, che anzi si risvegliano dal loro torpore per l’arrivo di suoi follower persino cartacei, ma proprio dalla Guia stessa e da chi, pazza come me e per festoso masochismo, ne vanta gli amabili pregi.
Perché, quale la Contessa Sanguinaria (Erzsébet Báthory, bella dama secentesca ungherese), lei non risparmia nessuno, se non qualche rarissimo esemplare di Homo superbamente sapiens, tipo Arbasino per scrittura o Obama per fascinoCalasso e Fruttero e Lucentini per preveggenza, Zalone, Moretti e Altan per generico sublime sociologico, Dalla, Gaber e De Gregori per magia: donne mi pare solo una, la divina Yasmina Reza, e infatti non c’è una femmina instagrammata che non immagini l’opima Guia, in Prada o Elbaz, sul rogo che merita. Ma lei è certa di essere buona, o per lo meno nel giusto come si crede il patriarca di Mosca Kirill, tanto che con questa sua nuova opera vuole capire e farlo capire a noi tutti «cosa è andato storto se, con tutto quello che hanno speso per farci studiare, siamo diventati delle Chiare Ferragni d’insuccesso». Cioè un disastro.
È stata lei, con il suo tomo precedente, a surclassare filosofi, cartomanti e pensatori vari, e a trovare la perfetta definizione di questi decenni: L’era della suscettibilità. Adesso è ancora lei, con quello appena uscito, a inchiodarci alla nostra responsabilità di prodotto in vetrina, in cerca affannosa e raramente ottenuta di acquirenti: non a caso col titolo, quasi fosse opera di Amartya Sen, L’economia del sé. Breve storia dei nuovi esibizionismi. Ma, concentrati sulle noiosità italiane, nessuno aveva previsto l’invasione dell’Ucraina, la morte, il dolore, la fuga: e se si vuole essere egoisti, a libro già stampato! Che fare? Essendo lo stesso destinato a farci affrontare ancora una volta la nostra insignificante deriva privata all’ombra di quella tragica del mondo, che almeno vi eviti di iscrivervi alla scuola di scrittura creativa di Virginia Saba, fidanzata del ministro Di Maio, e di inviare cuoricini alla povera Hunziker. La quale, pur essendo nuda alle Maldive, ha gli incubi notturni causa guerra.
Ma quando è cominciata questa “economia del sé”, e da quando tutti noi, dietro i precursori più vispi, abbiamo pensato di poter vendere non solo i nostri prosciutti tipo centrini all’uncinetto, o quella merce deprezzata che sono le opinioni e che l’autrice chiama «penzierini», cioè fuffa, ma soprattutto noi stessi?
Come i prosciutti
La data, dice lei, risale all’infausto momento in cui ai cellulari fu aggiunta la telecamera, e nacque quel gesto scemo, mentre le signorine scuotono i capelli, che è l’autoscatto. Da allora, forse anche su Marte, non c’è più vita senza selfie; avvinghiati a Salvini, durante il travaglio, coi piccini avvinti al gatto. Tutto postato perché il mondo sappia chi siamo, e noi stessi che esistiamo davvero.
Ma torniamo alla Ferragni sonciniana, l’incontrastata Signora italiana con 26 milioni di follower (che aumentano a ogni capriccio del piccolo Leone, o alla proposta di un nuovo corso di trucco a soli 650 euro), però inesorabilmente lontana dalla sua rivale americana, Kim Kardashian, 285 milioni di follower in continua salita. L’azienda Ferragni è composta da 13 portatori di follower, figure minori quali mamma, sorelle, due piccini troppo belli e un cane con 400 mila suoi fan (sono centinaia, informa Soncini, i cani col loro sito).
Chiedo, perché Ferragni sì e io no? Perché lei può arricchirsi smisuratamente vendendo la sua merce, il matrimonio e le borse con il suo logo e lo spruzzino per pulire la doccia, le tante stanze del suo guardaroba che sembra la Rinascente, e le mutande di acrilico, e io non potrei fare lo stesso con dentiere, caramelle al miele, fisioterapisti e addirittura, per certi maniaci del Novecento, le mie interviste d’epoca a Caterina Caselli e alla mamma dell’assassino? Perché no e basta, mi spiega Guia: la perfezione commerciale di Ferragni che nessuna follower aspirante influencer sa raggiungere, consiste nella sua stupenda mediocrità, nel far pensare che lei è proprio come tutti, eppure conduce una vita cosiddetta “da sogno”, e non solo gratis, ma pagata. Quella che Soncini chiama «l’economia dello scrocco» ha contagiato tutti, tutto deve essere gratis, e poi pazienza se il tuo lavoro sarà pagato una miseria. In cambio della sua rassicurante banalità Ferragni può mercificare anche le idee purché siano dalla parte “giusta”, tipo ddl Zan, e tener conto che basta una svista e ti ritrovi a terra. Essendo una volta il suo prosciutto in vetrina il latte artificiale per neonati, la pur intelligente commerciante, al quinto cambiamento selfizzato di giubbotto della giornata, non aveva tenuto conto della lobby più feroce del web, quella delle mamme: che proprio il loro idolo Ferragni avesse negato la supremazia dell’allattamento al seno, da loro nazisticamente perseguito, non era perdonabile. Ma poi fu perdonata, perché anche le mamme talvolta possono perdonare, e fu chiaro che comunque del tuo successo, dei tuoi seguaci, alla fine sei prigioniero.
Il caso Albinati
«La rete ci offre di dire la nostra e dobbiamo dirla su tutto, con due possibilità: essere pluriopinionista non remunerato contro le opinioni di ignoti non remunerati, o essere pluriopinionsta su temi di cui ci si può spacciare come esperti in cambio di una mercede»: interi capitoli di Soncini ci trascinano nel luogo privilegiato dell’opinionismo in vendita come prosciutto, cioè nella vecchia televisione che resiste ai social, con le sue decine di vetrine dove il prodotto è di alto rango, personalizzato, mai convincente. E si sa che oggi il sapiente è multitask: scrive su un quotidiano, tiene una rubrica su un settimanale, va più volte al dì nei talk show, scrive due libri l’anno, cura e presenta una collana di venti libri storici di cui almeno dieci sono suoi, sta su Twitter. E il suo nuovo libro sta sempre davanti a lui. Secondo L’economia del sé due sono gli insuperati ritratti dell’intellettuale. Uno l’ha descritto Vita Sackville-West a Virginia Woolf definendo Henry James «un ammirevole commerciante che fa del suo meglio per soddisfarti, infinitamente ben educato». L’altro lo canta Niccolò Contessa che ha messo su famiglia con Adelaide, figlia di Edoardo Albinati, quello di La scuola cattolica. Il furbo scrittore si è subito appropriato di quel personaggio che “A tutta la città fa la lezione / specie alle giovani / e alle signore perché si sa che gli piace la fi’, la so’, la fre’ più delle opere di Brecht…”. Il genero nega ma lui insiste. Commento Soncini su Albinati: «Può esserci un ego così ingombrante da impossessarsi delle critiche all’ego di qualcun altro?». Sì, è il nostro, di tutti noi.
Della implacabilità della Guia abbiamo paura perché pretende di salvarci.
Sul Venerdì del 25 marzo 2022