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Mosca 1990, quattro chiacchere in libertà con il Kgb

Alla scuola di spogliarello di Mosca, nel 1992, un’allieva legge la Pravda durante una pausa delle lezioni. Wojtek Laski / getty images 
Dalla glasnost di Gorbaciov alle censure di Putin. Sono stati una decina gli anni sfrenati della stampa in Russia. Memorie (felici) di un ex corrispondente
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Quando arrivai a Mosca come corrispondente di Repubblica nell'estate del 1990, pensavo di essere nel paradiso dei giornalisti. I più importanti leader politici davano in continuazione interviste e conferenze stampa: in poco più di un anno, li incontrai tutti, da Mikhail Gorbaciov al suo successore Boris Eltsin, riuscendo una volta a chiacchierare perfino con il capo del Kgb. I giornali scrivevano tutto quello che volevano, bersagliando il potere di attacchi feroci. Le riviste pubblicavano tutto quello che era stato censurato nei settant'anni precedenti, da Il dottor Zivago di Boris Pasternak a Arcipelago Gulag di Aleksandr Solgenitsin. In tivù si moltiplicavano reti e canali, in accesa concorrenza tra di loro. La libertà di stampa e l'accesso alle fonti rendevano la vita di un reporter facile, eccitante, diciamo pure sfiancante: di notizie ne uscivano anche troppe.


Era l'effetto della glasnost, parolina diventata proverbiale a quei tempi, …

Quando arrivai a Mosca come corrispondente di Repubblica nell'estate del 1990, pensavo di essere nel paradiso dei giornalisti. I più importanti leader politici davano in continuazione interviste e conferenze stampa: in poco più di un anno, li incontrai tutti, da Mikhail Gorbaciov al suo successore Boris Eltsin, riuscendo una volta a chiacchierare perfino con il capo del Kgb. I giornali scrivevano tutto quello che volevano, bersagliando il potere di attacchi feroci. Le riviste pubblicavano tutto quello che era stato censurato nei settant'anni precedenti, da Il dottor Zivago di Boris Pasternak a Arcipelago Gulag di Aleksandr Solgenitsin. In tivù si moltiplicavano reti e canali, in accesa concorrenza tra di loro. La libertà di stampa e l'accesso alle fonti rendevano la vita di un reporter facile, eccitante, diciamo pure sfiancante: di notizie ne uscivano anche troppe.


Era l'effetto della glasnost, parolina diventata proverbiale a quei tempi, che in russo significa "trasparenza" e in sostanza significa appunto libertà d'espressione. Era stata lanciata da Gorbaciov tre anni prima, dopo che la censura sul disastroso incidente alla centrale nucleare di Chernobyl espose al contagio milioni di persone, per giorni inconsapevoli di quello che era accaduto. La glasnost era l'altra faccia della perestrojka, seconda parola chiave dell'epoca, che significa "ristrutturazione",  il tentativo gorbacioviano di riformare il comunismo e introdurre in Urss la democrazia: l'impresa ebbe successo ma finì per fare venire giù tutto, non solo la censura e la dittatura, ma anche la stessa Urss, crollata nel dicembre '91.


La verità non ha notizie

Prima di questa svolta, il mondo dell'informazione russo era ben diverso. "Il passato della Russia è meraviglioso, il suo presente magnifico e quanto al suo futuro è oltre la portata della più ottimistica immaginazione, ecco il punto di vista da cui bisogna raccontare il nostro Paese": la formula del conte Aleksandr Berkendorff, capo della polizia segreta, risale al 1830, quando Puskin aveva bisogno dell'autorizzazione dello zar per pubblicare i suoi romanzi, ma avrebbe potuto applicarsi anche ai media dell'era sovietica, e purtroppo si applica di nuovo ai media della Russia di Vladimir Putin. Durante i sette decenni di comunismo, fino all'avvento della glasnost di Gorbaciov, la censura sovietica era così rigida che sui giornali non si potevano nemmeno pubblicare dati sull'esistenza di crimini, orfani, tossicodipendenti, alcolizzati, disastri naturali o d'altro genere. Con conseguenze tragicomiche, come rivelerà anni più tardi la storia di due genitori che salutano la figlia in partenza per l'università a Mosca: quando non hanno più sue notizie, prendono l'aereo per andare a cercarla nella capitale e all'università apprendono che l'aereo su cui viaggiava la ragazza è caduto, tutti i passeggeri sono morti ma nessuno è autorizzato a parlarne.

Una moscovita davanti alla tv: è il 1988, il messaggio è del presidente dell’Urss, Gorbaciov. getty images 


I quotidiani sovietici avevano tirature pazzesche: la Pravda ("Verità" in russo), organo del Pucs, 12 milioni di copie, Izvestija ("Notizie"), altro giornale del partito, 16 milioni,  Komsomolskaja Pravda, organo dei giovani comunisti, 40 milioni. Ma erano fogli grigi, noiosi e privi di credibilità, come sospettavano gli stessi lettori. "La Verità non ha notizie e le Notizie non dicono la verità", affermava una nota barzelletta. Come mai allora vendevano così tante copie? Una teoria è perché costavano poco: era pur sempre carta che, in una nazione in deficit di tutto, poteva fare comodo per altri usi casalinghi. Un'altra ragione è che il Pcus aveva 18 milioni di iscritti, ciascuno dei quali era obbligato ad acquistare uno o più giornali del partito. Comunque, non c'era alternativa: o si leggevano quelli o niente.  

 

La grande sbronza

Inviato a Mosca dall'Unità quando Gorbaciov cominciò a permettere di raccontare come andavano realmente le cose, all'inizio il mio collega Giulietto Chiesa veniva accolto a pomodori in faccia dagli iscritti del Pci quando al ritorno in Italia partecipava ai dibattiti: la sua colpa era scrivere che nella Russia del socialismo realizzato esistevano i ladri, i poveri, gli imbroglioni. La glasnost produsse insomma uno shock paragonabile alla prima bomba atomica, non solo a Mosca ma fra tutti i suoi seguaci nel mondo. La Pravda cessò le pubblicazioni dopo il fallito golpe dei nostalgici della dittatura nell'agosto '91, le riprese in forma diversa ma chiuse definitivamente cinque anni più tardi: nel palazzo che ospitava la redazione, in cui le prime volte ero entrato in punta di piedi come fosse la cattedrale di San Pietro, aprì un casinò con discoteca, ristorante e night-club completo di spogliarello. "Il posto" lo reclamizzava un'inserzione pubblicitaria "in cui si avverano tutti i sogni": tranne quello del comunismo.


Ad altre testate andò meglio: Moskovskij Komsomoletz, in precedenza organo del Komsomol moscovita, ossia della federazione giovanile del Pcus nella capitale, si riciclò in tabloid scandalistico, diventando il giornale con la più alta tiratura nazionale grazie a titoli come "Vendono bistecche di carne umana", "Il maniaco sessuale di mezzanotte" e "Ucciso da un proiettile vagante mentre guarda dalla finestra". Settimanali come Moskovski Novosti, Argumenty i Fakti e Kommersant assunsero il ruolo di portabandiera della democrazia. E, in televisione, giovani giornalisti investigativi denunciavano la corruzione dei potenti. Fu come una sbronza di libertà senza freni. Durò poco, perché poi gli oligarchi, la classe di imprenditori diventati miliardari con la privatizzazione selvaggia dei beni di stato, comprarono giornali e tivù mettendoli al servizio del leader politico che sostenevano in cambio di favori: il presidente Boris Eltsin. Ma qualcosa di simile succede anche in altri Paesi e in Russia sopravviveva in ogni modo un'informazione libera - su carta stampata, radio, tivù, web - come non ce n'era mai stata.

Cinque anni dopo: a parlare è Eltsin da presidente della sola Russia. Getty Images 


Poi è arrivato Vladimir Putin, ha consolidato il suo potere, progressivamente strozzato la democrazia e fatto calare la scure della censura. Rimane solo qualche focolaio di coraggiosi, come il premio Nobel per la pace Dmitrij Muratov, direttore del quotidiano Novaja Gazeta, o Marina Ovsjannikova, la giornalista che ha mostrato il cartello con su scritto "qui vi mentono".


Il giorno dopo la fine dell'Urss e le dimissioni di Gorbaciov, trenta e passa anni fa, andai al Cremlino a intervistare il suo braccio destro Aleksandr Jakovlev, "l'architetto della perestrojka", che stava svuotando il suo ufficio. Qual è stato, domandai, il momento più duro? "L'inizio" rispose. "Bisognava trovare una chiave per introdursi nel sistema totalitario, per cambiarlo senza che quasi se ne accorgesse. Fu la glasnost, la libertà di stampa. La glasnost ha aperto un sentiero nella giungla del totalitarismo e la foresta non si è più rinchiusa". Oggi la speranza è che la traccia di quel sentiero non sparisca del tutto.